Ettore Sottsass / La vita in abito da sera

Ettore Sottsass, Di chi sono le case vuote?, Adelphi, pp. 293, euro 15,00 stampa, euro 7,99 epub

Riferendosi al designer giapponese Shiro Kuramata, Ettore Sottsass scrive che “ha sempre saputo che non c’è niente che possa proteggerci dall’esistenza se non la consapevolezza della sua provvisorietà, della sua fragilità, della sua ambiguità”. La stessa consapevolezza traspare in tutti gli scritti letterari di Sottsass, pubblicati postumi. Di chi sono le case vuote? è l’ultimo di una trilogia, dopo Per qualcuno può essere lo spazio (2017) e Molto difficile da dire (2019) e raccoglie testi di conferenze, articoli, frammenti autobiografici scritti tra il 1976 e il 2007, scelti dal curatore Matteo Codignola insieme alla storica e ultima compagna di Sottsass, Barbara Radice, tra una mole immensa di scritti, appunti, disegni: un archivio che l’architetto ha accumulato per anni nei cassetti di un armadio così da poter alimentare la speranza di avere sempre ancora qualcosa da fare e nutrire il mito di sé, “che poi è il mito che tutti si fanno di se stessi, di memorie e di emozioni che vagano nell’aria in permanenza senza essere controllate o confermate dalla realtà”.

Nelle librerie Sottsass non si trova sugli scaffali di letteratura ma nei reparti di design e di architettura; eppure la sua scrittura limpida mostra da un lato la medesima visionarietà e inventiva delle sue creazioni, dall’altra una alterità dolce, ironica, infinitamente curiosa, distinguibile da quella di qualunque altro scrittore; alterità che è sia anagrafica (Sottsass era nato a Innsbruck, da madre austriaca e padre italiano) sia scelta di vita, con lo stile di uno che guarda se stesso dall’esterno, senza prendersi sul serio, consapevole che domani potrebbe pensare il contrario di quello che ha pensato oggi. La voce è sempre e comunque, inconfondibilmente, la sua: quella di un uomo nudo, o tutt’al più in mutande, come ha scritto nell’incipit dell’autobiografia Scritto di notte (2010).

Profondamente consapevole delle proprie paure e del corpo che si consuma, sa che tutto quello che si fa è sempre un po’ giusto e un po’ sbagliato, legato senza rimedio al momento in cui lo si è fatto. I pensieri e le azioni sono fragili perché mai del tutto nostri; da qui il desiderio di pensieri semplici, rappresentabili (disegnabili!), “che mi portino la vita vicina vicina, me la portino addosso alla pelle”, che non mi arrivino “attraverso filtri, attraverso il filtro di altri miserabili, ansiosi, massacranti pensieri”. Gli oggetti, gli arredi, sono elementi importanti per aggrapparsi alla vita e dare ad essa una forma: nulla ci racconta meglio delle nostre case. Quando era ospite, Sottsass si infilava nei bagni per capire qualcosa dei padroni di casa; notava gli spazzolini da denti consumati, i tubetti di dentifricio contorti e violentati sul bordo del lavandino, i saponi quasi trasparenti: elementi di un passato che fa coda al presente e, come tutti i resti, come le rovine monumentali, ci ricorda i meravigliosi progetti pensati per il futuro e nei quali non possiamo più entrare. Il futuro per cui viviamo si riduce a ben poca cosa; allora – e qui è la persona che sa scartare di lato e guardarsi di soppiatto – “se proprio mi devo eccitare per qualche cosa, mi eccito per il presente”, per quanto ambiguo e incastrato in un tempo sottile che non ha pietà del vissuto; “basta toccare le memorie con mani appena appena un po’ pesanti che si rompono da tutte le parti”, scrive sulla soglia dei 60 anni.

Alla domanda che dà il titolo al libro e a uno dei testi, Sottsass risponde per negazioni: le case vuote – quelle con solo i termosifoni, le cinghie delle tapparelle, le scatole di detersivo, la carta igienica e l’odore del gas – non sono le case dei poveri, che di solito vivono in spazi ridotti stipati di cose accumulate “come i resti del fiume contro la curva”; non sono neanche le case dei giovani signori, che acquistano tutto quello che serve per apparire in un certo modo; e neppure quelle di utopisti, rivoluzionari, gente del sogno, maghi, artisti, intellettuali. Chi sono allora, sembra chiedersi con stupore fanciullesco, coloro tanto padroni di sé, fortunati o coraggiosi da potersi sottrarre all’istinto dell’avere cose? Chi ha una tale misura del mondo da non aver bisogno di designer e di architetti? A chi è così ricco forse non serve neppure una casa né quelle piccole ritualità materiali che eseguiamo ogni giorno; non servirà neppure vestirsi da sera – tema al quale l’autore dedica uno dei pezzi più poetici (Quando il giorno sta per finire) – per proteggersi e “dare forma, forza, solidità a un momento speciale che comincia quando pare che la vita stia per essere invasa dalle tenebre”.

A 89 anni, un anno prima di morire, scrive di non essere mai riuscito a capire dove passa il confine tra eros e sesso e che forse non esistono confini, gli elementi sfumano uno nell’altro; eros è il sole nei capelli, il silenzio, il segno sulla carta, la scoperta del corpo, ma può anche essere il sesso, “se sei capace di ‘essere’ quello che succede e di sorridere adagio”. Ecco, Sottsass dà l’impressione di essere riuscito a essere quello che gli succedeva; indossando tutte le notti, forse tutta la vita, un vestito da sera.

 

 

 

 

 

 

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