Eugenio Tassitano / “Lo spettacolo comincia”: il musical come sogno

Eugenio Tassitano, Lo spettacolo comincia. Dizionario dei grandi musical cinematografici, Arcana, pp. 523, euro 26,00 stampa, euro 17,99 epub

«Non esistono musical brutti». Con questa provocatoria affermazione lo studioso di cinema Emanuele Rauco apre la prefazione a Lo spettacolo comincia. Dizionario dei grandi musical cinematografici, ultimo parto dello storico del cinema e musicista Eugenio Tassitano. Non è la sola, rotonda sua convinzione: «Ogni grande regista ha realizzato almeno un musical», corollario di «Chiunque si definisca appassionato di cinema non può non amare il musical». Ebbene, il dibattito è argutamente aperto.

Prima di dire la propria, sarebbe opportuno dare un’occhiata al libro di Tassitano, che col suo precedente, Storie di musica al cinema. Dizionario dei grandi film sulla musica, costituisce un imprescindibile dittico sui film musicali – sul cinema tout court, verrebbe da dire. Il volume si compone di oltre trecento schede sulla «forma d’arte più vicina al sogno» secondo l’autore, il quale mette subito le carte in tavola: il musical «è quel genere di spettacolo, teatrale o cinematografico, in cui la narrazione procede non soltanto con le azioni e i dialoghi tra personaggi, ma anche grazie a brani cantati che costituiscono i dialoghi, a volte combinati con scene e numeri di danza, prescindendo da una canonica rappresentazione della realtà». In questo libro non troveremo dunque film sulle biografie dei musicisti, o con scene musicali che si svolgono nei luoghi preposti – teatri, sale da concerto, stadi –, bensì pellicole con situazioni dove l’azione scenica viene trasposta «in un Altrove, in una scenografia da sogno»: siamo, a ben vedere, nel regno di quella «sospensione dell’incredulità» che ci si richiede in ogni forma d’arte. Più in generale, Tassitano ha inserito nel suo dizionario i lungometraggi che hanno una precisa caratteristica: quelli in cui «la narrazione procede, totalmente o parzialmente, grazie alla musica».

Il genere, ovviamente, decollò ed esplose con l’innovazione del sonoro: già nel 1927 apparve Il cantante di jazz, in quella che è la riconosciuta patria del musical, Hollywood. I film made in USA costituiscono quindi il primo, ricchissimo filone aurifero rintracciato dall’autore con piglio filologico e coinvolgente passione. Ripercorrere quelle pellicole epocali significa anche riscoprire gli spettacoli poi trasposti su grande schermo che hanno fatto la fortuna di Broadway, «sfogliare il grande libro della canzone americana», ripercorrere l’arte di compositori quali Gershwin, Berlin, Kern, Porter, Rogers e numerosi altri.

Ma il viaggio nel mondo onirico qui proposto non si esaurisce con la Mecca del musical: imprescindibile l’altra fertilissima progenie, quella della cosiddetta Bollywood (crasi di Bombay e Hollywood), cioè del musical indiano, che forse da noi incontra meno fortuna. E ancora, il musical europeo, in prima linea con i giganti d’Inghilterra e di Francia, ma anche il nostro cinema, con i film ambientati nella rivista e nell’avanspettacolo (come non pensare a I pompieri di Viggiù, col suo cast stellare, Totò, Barzizza, Osiris, Taranto, Castellani, Dapporto), o con il popolarissimo fenomeno dei «musicarelli». Adeguato spazio è dato alle produzioni di altri Paesi: Argentina, Giappone, Messico, Cina… se pur l’autore asserisce di non inseguire «un impossibile sogno di completezza», ve n’è davvero per tutti i gusti, anche perché troviamo forme espressive che costituiscono delle varianti dei classici: filoni come il sung-through musical, in cui il canto sostituisce del tutto i dialoghi (sommo esempio Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy); o il backstage musical, che racconta il dietro le quinte durante la preparazione e la messa in scena di un musical (pensiamo a Quarantaduesima strada o Viva le donne!, del maestro Lloyd Bacon); o ancora, il cosiddetto biomusical, ovvero un film biografico con scene musicali o su un personaggio che fa parte della storia del musical, come Ribalta di gloria di Michael Curtiz o Così parla il cuore di Stanley Donen. Ma l’elenco dei filoni e sottofiloni è lungo: jukebox musical, film opera, opere pop e rock (i celebrati Jesus Christ Superstar, Tommy, ecc.), i film rivista (Luci della ribalta, il nostro Carosello napoletano). Per sistematizzare un sì cospicuo contesto, come il volume che l’ha preceduto, anche questo è organizzato in schede in ordine alfabetico, che ricadono in sei sezioni: Gli indispensabili, I consigliati, I segnalati, Film con inserti musicali, Film sulla danza e i danzatori, Film operistici. Preziose anche le filmografie inserite nell’appendice, sugli interpreti e sui registi «che hanno lasciato un’impronta significativa nel musical cinematografico», sulle coppie di protagonisti, sui «generi affini», sui nostri «musicarelli», sui musical di animazione.

Insomma, il panorama è ben nutrito, la schedatura critica è geograficamente e cronologicamente ampia e, soprattutto, copre un vuoto negli studi di settore pubblicati in Italia. Oltre alla certosina attenzione agli elementi musicali, alle singole canzoni, alla loro forma e natura, nell’analisi si apprezzano la contestualizzazione e la storicizzazione, le informazioni sulle edizioni discografiche, sulla loro reperibilità. Che si sia innamorati di All That Jazz o di Un americano a Parigi, di The Blues Brothers o Hair, di Cabaret o Cantando sotto la pioggia, di La La Land o West Side Story, be’, qui si trova pane per i propri denti. E per chi serba indifferenza o disinteresse verso il genere cinematografico del musical, questo libro potrebbe rivelarsi il passepartout per un universo pieno di sorprese. Del resto, come scrisse il supremo bardo inglese, tutto il mondo è un palcoscenico.