Farquhar McHarg / Cronache di un rivoluzionario

Farquhar McHarg, Pistoleros! Una storia di anarchia, tr. Valerio Camilli, Minimum Fax, pp. 384, euro 19,00 stampa, euro 10,99 epub

A metà strada fra il romanzo di formazione (in questo caso sia esistenziale che politica) e il libro di storia – gli anni della travagliata nascita e dei primi successi della CNT, Confederaciòn Nacional del Trabajo, la celeberrima organizzazione anarcosindacalista che tanto contribuirà alla causa repubblicana durante la Guerra Civile spagnola –, Pistoleros! costituisce il primo volume delle Chronichles of Farquhar McHarg, i quaderni che l’anarchico settantaseienne originario del distretto di Govan presso Glasgow, ma ormai catalano d’adozione, scrive nell’ottobre del 1976 dopo l’assassinio del compagno e amico di una vita Laureano Cerrada Santos. Per lasciare una testimonianza del comune avventuroso passato, nell’imminente possibilità di fare la stessa fine dell’amico spagnolo, Farquhar si mette febbrilmente a raccontare tutto quanto ricorda della sua gioventù e dei fatti, tragici e gloriosi, che hanno trasformato un marinaio diciottenne ingenuo e idealista, sbarcato quasi per caso a Barcellona, in un adulto dedito all’impegno politico e allo spionaggio in nome della causa anarchica. In inglese l’opera è raccolta in tre volumi: il primo, appena tradotto da Minimum Fax, si riferisce al 1918; il secondo al 1919; il terzo al 1920-1924, con un’appendice contemporanea relativa al 1976-1977.

Il testo può ricordare per certi aspetti le Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, e ancor di più, immancabilmente, l’Homage to Catalonia che George Orwell pubblicò nel 1938, ma va a coprire un periodo storico assai meno noto: gli anni della Prima guerra mondiale e della delicata posizione di neutralità della Spagna, divenuta teatro degli scontri tra i servizi segreti degli Imperi centrali e quelli dell’Intesa, intenti a manipolare l’opinione pubblica e strumentalizzare ora le classi popolari, ora la borghesia,  per orientare il paese verso l’uno o l’altro dei contendenti.

La prima parte più autobiografica racconta l’arrivo di Farquhar nel porto di Barcellona, l’incontro con Laureano, lo sbocciare dell’amore per la bella Lara, la rissa in un bar anarchico con gli spioni in borghese della Guardia Civil. Il giovane scozzese si trova così coinvolto in una delicata missione affidatagli da rappresentanti della CNT: prendere contatto con i servizi segreti britannici presso l’ambasciata per uno scambio di favori, l’identificazione e l’eliminazione delle spie e dei collaboratori al servizio dei tedeschi che stanno perpetrando una serie di aggressioni e attentati a imprenditori in affari con l’Intesa, la cui colpa viene artatamente addossata agli anarchici e al sindacato. Un po’ per adesione ideologica (il ragazzo si è formato sulle pagine di La Escuela moderna di Francisco Ferrer y Guardìa, pedagogista libertario fatto fucilare dai reazionari nel 1909), un po’ per vendicare i suoi compagni (la nave su cui era imbarcato è stata affondata durante il tragitto verso le isole britanniche dai sottomarini tedeschi e tutto l’equipaggio è annegato), il brillante ex marinaio accetta l’incarico facendo così ingresso a pieno titolo fra i militanti della Confederazione.

Nella seconda parte del libro questa linea narrativa viene un po’ abbandonata (sarà probabilmente ripresa nei volumi successivi) e il testo si trasforma in un accurato saggio storico-politico sulla situazione sociale della Spagna sotto il regno di Alfonso XIII di Borbone. Un paese in condizioni semifeudali, vessato dallo strapotere dell’aristocrazia terriera, della borghesia imprenditoriale e della chiesa cattolica. Il sorgere e l’affermarsi della CNT viene descritto dettagliatamente, così come la struttura organizzativa e l’impalcatura ideologica dell’organizzazione con le figure più ragguardevoli tra i suoi esponenti e senza trascurare quelle dei più pericolosi e spietati fra i suoi nemici e oppositori.

Corredati da un nutrito apparato di fotografie e ritagli i quaderni di Farquhar delineano con precisione teorie – il mutuo appoggio di Kropotkin, i principi dell’anarcosindacalismo e del comunismo libertario, i rapporti conflittuali con il leninismo bolscevico dopo la rivoluzione russa – e personaggi, affascinanti come Francisco Ferrer y Guardìa, Ramòn Archs y Serra, Salvador Seguì y Rubinat, Ángel Pestaña, o spregevoli: gli informatori, i confidentes, come Joan Rull; gli sbirri ufficiali e i vigilantes delle milizie private assoldate dall’oligarchia minacciata, come l’ispettore capo Charles John Arrow, ex membro di Scotland Yard, l’ex ufficiale delle forze speciali e spia filotedesca Manuel Bravo Portillo, l’ispettore Guillermo Bellés, l’imprenditore ipercattolico e reazionario Joan Mirò y Trepat, il generale Joaquìn Milans del Bosch y Carrio, ecc. In mezzo a loro figure eccessive e inclassificabili di avventurieri come Marthe Richard, amante di Von Krohn, addetto navale tedesco in Spagna e figura di spicco dei servizi segreti, in realtà ex prostituta anarchica e collaboratrice della CNT; l’ipnotista e prestigiatore Jean Kiss, alias José Borobio, direttore della rivista anarchica Solidariedad Obrera che finanziava però facendo la spia per i tedeschi; o il famigerato barone de Köning, definito un Cagliostro moderno, in realtà il truffatore, ricattatore, pluriomicida e agente quadruplogiochista Friedrich-Rudolf Stallmann, noto anche sotto i nomi di Alberto Colman, Federico o Fritz Stagni, Von Rosbdel e colonnello Lemoine, che fa la sua apparizione nell’alta società catalana nel 1915, elegantissimo, al volante di una fuoriserie e accompagnato da due donne bellissime, la “moglie” baronessa René Scalda e l’amante CJ. Un libro insomma pieno di sorprese, informazioni e aneddoti interessanti il cui seguito siamo impazienti di conoscere presto, sperando che Minimum Fax e il traduttore e curatore Valerio Camilli ci rendano disponibili anche i volumi successivi.

Voglio concludere ricordando una delle parti del primo tomo che più ho gustato: il ricordo dell’anarchico ucraino Nestor Machno, che Farquhar incontra a Parigi, dove entrambi si sono rifugiati, nel 1926, facendosi raccontare di una visita al Cremlino e di un polemico scambio di battute fra Machno e Lenin: “Avrei voluto essere una mosca per restare in quell’ufficio” – conclude l’anarchico – “gli avrei cacato nel caviale”.

 

 

 

 

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