Nel novembre del 2002 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze venne celebrato ufficialmente il novantesimo compleanno di Fosco Maraini (1912-2004). Fu l’ultima apparizione pubblica – ancora in grande forma, vivace e spiritoso – dell’intellettuale e globe trotter fiorentino (etnologo, scrittore, poeta, fotografo, alpinista, docente di lingua e letteratura giapponese, e mille altre cose). Era presente un po’ tutta l’élite intellettuale della città, ad esempio Tiziano Terzani, già in foggia di guru indiano con abiti e barbone candidi, in compagnia della moglie, ma anche tantissimi concittadini qualsiasi, ex suoi studenti, appassionati di orientalismo, devoti lettori o semplici curiosi. Fra questi, anche chi scrive, divoratore di Segreto Tibet (Corbaccio, 1998), Paropàmiso (Mondadori, 2003), Case, amori, universi (Mondadori, 1999) e Ore giapponesi (Corbaccio, 2000), che volle portare con sé il figlio – allora di sette anni – rimasto molto colpito e affascinato dall’evento che celebrava l’uomo che aveva scritto “Gnacche alla formica ammucchiarona” (in Gnòsi delle Fànfole, Baldini Castoldi Dalai, 1994).
Osservando l’anziano signore da vicino cercai conferma di quanto avevo più volte letto su di lui e appuntai la mia attenzione sulla sua mano sinistra e sull’ultima falange del mignolo mal amputata. Era tutto vero. Dopo l’8 settembre del 1943, avendo rifiutato, da antifascista coerente, di aderire alla Repubblica di Salò, Maraini venne internato per due anni nel campo di concentramento di Nagoya insieme alla moglie e alle tre figlie piccole (la più nota delle quali è Dacia). Vedendo la famiglia ridotta allo stremo dalla fame e costantemente vessata dalle ingiurie e dal disprezzo delle guardie – “Italiani traditori” – ricorse a un mezzo estremo di mediazione culturale per smentire quelle accuse – “Italiani non traditori”. Alla maniera dei samurai si troncò di netto il mignolo con una scure offrendo il dito mozzato alle guardie che da quel momento lo trattarono con rispetto e migliorarono le condizioni dei prigionieri.
Nonostante esperienze così tragiche Fosco non serbò mai rancore ai giapponesi, non volle confondere l’ottusità di un imperialismo fascista con la sofisticata cultura di un popolo: alla lingua e alla cultura di quel popolo dedicò la vita e la sua seconda moglie sarebbe stata giapponese. Il libro appena pubblicato da La nave di Teseo conferma pienamente il profondo amore e l’assoluta comprensione di Maraini per il mondo nipponico, anche nei suoi eccessi moderni e nella sua apparente occidentalizzazione che, puntualizza, è soprattutto modernizzazione e solo relativamente occidentalizzazione. È curioso constatare come i cultori dell’Estremo Oriente si dividano sempre in filocinesi o filogiapponesi, questo vale per le arti marziali come per le discipline mistiche, per l’arte come per la letteratura: per i filocinesi in Giappone si è rifatto, in genere peggio, tutto quanto inventato prima in Cina – niente buddhismo zen senza chan e taoismo; niente kendo o aikido senza tai-chi chuan, niente ideogrammi kanji senza quelli hansi – per i filogiapponesi ovviamente si tratta di un affinamento non di una brutta copia. Anche gli orientalisti seguono la stessa tendenza: Terzani, ad esempio, era un totale filocinese con scarsissima simpatia per il Giappone; Maraini invece, pur saggiamente equilibrato, non nascondeva però la sua propensione filonipponica.
Il libro in questione risale agli anni ’70, quindi siamo nel pieno della floridezza commerciale e produttiva del paese, e molte pagine vengono dedicate da Maraini a spiegare la natura di questo straordinario successo, l’adattamento quasi miracolistico di una cultura tradizionale alla compiuta modernità e all’ideologia dello sfrenato capitalismo: non la contraddizione ma piuttosto la continuità secondo certe linee di sviluppo. Uno degli esempi fatti dallo studioso per esprimere questa doppia natura non conflittuale è l’immagine dello scrittore Yukio Mishima (l’icona degli imbecilli tradizionalisti dell’estrema destra nostrana), lo scrittore giapponese più “occidentalizzato” e dostoevskiano, capace di suicidarsi mediante seppuku come un samurai per restaurare l’autorità sovrana del Tenno, e contemporaneamente farsi fotografare non certo in kimono ma in doppio petto blu nella sua villa arredata con sedie e tavoli in perfetto stile occidentale e sorseggiando non sakè ma scotch whisky.
Altro esempio tratto dal libro è il successo del baseball, sport diventato assolutamente giapponese e non segno di una colonizzazione americana, nel qual caso anche la nostra ossessione per il foot-ball sarebbe segno di una colonizzazione britannica (e qui i soliti imbecilli dell’estrema destra nostrana spareranno la solita idiozia sull’identità nazionale). Ovviamente molte osservazioni nel volume sono datate e molte prospezioni ottimistiche in parte smentite dall’enorme crisi economica che affligge il Giappone contemporaneo, ma questa hauntology divergente tra il futuro degli anni ’70 e il presente reale (reale? Ahimè, reale!) non sminuisce affatto l’intelligenza e la precisione dell’analisi che Maraini propone del rapporto complementare e mai conflittuale tra mondo giapponese e Occidente. Alla bellezza del testo si affianca poi quella delle decine di fotografie di commento che testimoniano la commovente sensibilità artistica del Maraini fotografo.


