Francesco Pecoraro / Futuro sempre più stretto

Francesco Pecoraro, La fine del mondo, Ponte alle Grazie, pp 368, euro 20,00 stampa, euro 12,99 epub

Cosa cercare nel nuovo libro di Francesco Pecoraro dal titolo più che mai evocativo La fine del mondo? Non certo un romanzo distopico e nemmeno un‘iperbole disfattista e/o falsamente entusiasta intorno a eventi genericamente “straordinari”. No, qui si tratta proprio di una narrazione di tutt’altro genere: del senso della vita dal punto di vista di una persona anziana che fa i conti con il suo abbondante passato, con il suo esiguo futuro e soprattutto con quello che percepisce come il suo desolante presente.

Il quadro è chiaro fin dall’inizio: il mondo è un disastro, il mondo è alla fine. Il nostro mondo è attraversato da orrende crisi climatiche, da guerre senza senso, da epidemie incontrollate, da nuove specie di pesci e crostacei che infestano il mare e da altre malattie più o meno previste dall’incedere dell’età. Tutto è riversato nella vita e sulle spalle di un uomo solo che, nella sua casa situata in un quartiere borghese di Roma si sta preparando un caffè con l’uso della cialda. Tra ironia e inquietudine, tra malinconici e dolci ricordi d’infanzia e qualche cedimento alla depressione, Pecorare riprende alcuni dei suoi temi più cari per svilupparli in forma per molti aspetti definitiva. Il suo protagonista è in pensione ormai da vent’anni. Non ha volontà o particolari aspettative: «ormai non voleva niente di niente, su niente di niente, colpito da una grave sindrome di nolontà, abitava quella casa come un universo di dis-appartenenza». È stato architetto, gli rimane ancora questa sensibilità per la bellezza e per la geometria, vive in un quartiere dove regna l’ipotassi: un disegno urbano in cui tutto è subordinato a una piazza centrale. Forse avrebbe potuto sceglierne un altro visto che è nato e vive in una città dalle decine di quartieri diversi per stile, età e conformazione urbanistica, ma rimane ancorato lì.

Nella narrazione, Roma è una sorta di città-mondo e si offre come coprotagonista di un disegno narrativo e di uno stato d’animo in cui tutto si mescola «frutto abusivo della mente umana». E la città è «la cosa più importante che facciamo, non solo è la cosa che dura di più, ma è anche quella che non vorremmo mai, o quasi mai, veder cambiare». Ci affezioniamo anche agli spazi che non ci piacciono, come facciamo con i famigliari. E qui entra in ballo uno dei bilanci più malinconici del ragionamento del protagonista di questo libro fatto quasi da appunti, da suggestioni proposte random, di riflessioni affacciate alla finestra senza una trama.

Il bilancio di chi ha pensato di poter lottare per cambiare il mondo ma non c’è riuscito ed è rimasto deluso dal suo fallimento e dal fallimento dei suoi compagni di avventura, ideale e politica. Ma è il senso del mondo e della vita che progressivamente viene meno. Non solo perché sente incombere la fine su di sé e sul mondo, ma anche perché nel ragionamento dell’ultraottantenne, dal suo punto di vista, tutto inizia a svuotarsi progressivamente di significato. Sembra allora vacillare quello che a un certo punto del libro sembrava essere diventato un riparo sicuro dal “cascame sociale post-borghese”: la vecchiaia come forma di resistenza e forse di eversione. In tutto questo ci si potrebbe anche affidare alla natura. Ma come la vediamo noi esseri umani, questa dimensione appare sempre più terribile. Rimaniamo compiaciuti dei video violenti di aggressioni tra animali che egli stesso definisce “porno-violenza naturale”. Ma allora chi siamo? Come siamo fatti? Molte pagine dedicate alla dissezione di cadaveri e allo studio dell’anatomia umana e non solo, non ci aiutano a risolvere il problema. Tutti noi, che progressivamente “siamo diventati americani” a partire dal giorno di quegli sbarchi che ci hanno aiutato a liberarci dal nazifascismo, sembriamo essere come svuotati di senso. Stare in piedi sulla terra, per una legge fisica, che appare quanto mai evocativa, è semplicemente “una caduta impedita”.

Alla fine di tutti i discorsi e delle tante riflessioni, può venire in mente un famosissimo romanzo tedesco del 1963, Opinioni di un clown. In quell’occasione, il suo autore, Heinrich Böll smascherò la borghesia tedesca che si era tuffata nel denaro facile della ricostruzione post-bellica e il mondo cattolico ottuso che copriva tutto questo, “rubandogli” per giunta anche la sua amata Maria. Di li a poco ci sarebbero stati i moti studenteschi e operai per tentare di ribellarsi a quell’ordine delle cose. Oggi l’anziano protagonista del libro di Pecoraro ha difficoltà a distinguere il vero dal falso, la distruzione dalla costruzione, il passato dal futuro e rimane fermo a guardare fuori dalla finestra. Egli si consola parzialmente con la frase di Ernesto De Martino in esergo per la quale la fine del mondo è solo la fine del proprio mondo. Ma rimane una piccola fiamma accesa che definisce un percorso analitico ed emotivo nel pensiero gentile e affettuoso verso l’amico greco Kostas, «marinaio e capitano di nave prima e pescatore e albergatore poi, ma sempre uomo libero». Intanto il caffè è pronto.