L’immagine del mondo, in quest’ultimo lavoro di Franco Marcoaldi, prende vita su un palcoscenico attraversato da diversi orrori, così come accade nella realtà in cui siamo immersi e poco protagonisti, se non quando le bombe fanno sfracelli e neppure le selve antiche si salvano. Un universo chiuso e refrattario dove Giulia, protagonista di questo monologo, vive e respira malamente, oppressa dall’enorme struttura metallica dell’archivio. Solo una finestra, in alto, fa entrare una sorta di luce proveniente da un giardino e da pochi alberi, forse uno specchio d’acqua – se ne intravede il tremolio. In quello spazio abitato dall’ex giornalista, due enormi altoparlanti, una grande radio, e due telefoni – uno rosso e uno nero – e svariate piante in vaso. Unica presenza, oltre a quella di Giulia, in passato corrispondente di guerra, un fisarmonicista seduto sul lato destro del proscenio.
Mentre all’esterno il mondo è abitato (e governato) da uomini fuori sesto, e ogni traccia di memoria viene svalutata prima e distrutta poi, in quel crogiolo non ci si raccapezza più, e a Giulia (forse pochi altri, chissà dove, oltre la scena qui rappresentata), non resta che attrezzarsi per resistere, con i mezzi rimasti, i telefoni e le emissioni radiofoniche. Notizie efferate, personaggi all’altro capo del telefono che dovrebbero aiutarla ad affrontare acque torbide, filtri sporchi, alberi che si abbattono lì dove lei sopravvive.
Marcoaldi ha sempre viaggiato, ce ne ha dato prova in numerosi libri tesi fra memoir e reportage, tra solarità immediate e senso del tragico – ma ora racchiude, in un luogo che presenta gli ultimi brandelli di una civiltà pressoché distrutta, la sua eroina mentre coltiva quel che le rimane. Giulia, si ribella, Giulia allena il suo essere beffarda, poi si stupisce mentre risente le proprie voglie rivoluzionarie. E mette ordine ai faldoni che compongono il suo archivio, evidentemente cerca qualche senso in quei quaderni neri – numeri e nomi che un tempo significavano molto, se non tutto. E ora devono essere da lei aggiornati, seguendo le ultime bassure del mondo. L’idea che l’avvolge è quella di compilare una “Enciclopedia dei Morti in guerra” (tutti i morti di tutte le guerre) – ideale sepoltura.
Il mondo fuori esplode, queste le notizie che escono dalla radio. Lì dentro si agitano Trump & soci, Gaza ha per sinonimo “genocidio” e la parola d’ordine ha come punto di caduta la guerra sempre più vigorosa. Mentre il mondo rovina, gli impresentabili tirano fuori la spada. La “troppa realtà” da sopportare è davvero troppa. La guerra costante impedisce di pensare a un prima e un dopo la guerra. È così che la follia dilaga sul palcoscenico (non dimenticare dove siamo) fino all’esito finale. Giulia dopo aver parlato al telefono, si rivolge al pubblico degli spettatori – siamo noi, all’esterno probabili colpevoli della catastrofe. È probabile che il poeta, lo scrittore che conosciamo come Franco Marcoaldi metta alla prova la scrittura certificandola corpo vivente, creatrice di suoni manifesti, una lingua a favore della memoria e contro l’oblio.
Il monologo La vasca andrà in scena l’11 novembre al Teatro Mercadante nell’ambito del Teatro Stabile di Napoli diretto da Roberto Andò, protagonista Anna Bonaiuto e regia di Andrea Renzi. Queste notizie l’autore le rende note nell’introduzione al libretto pubblicato da Elliot. Nel testo Marcoaldi riafferma come occorra muoversi, nell’attualità, su un binario parallelo al disordine e caos mondiali, percorso che conservi un “minimo di ordine nel proprio cosmo domestico”. La fantasia di Giulia riporta alla Enciclopedia dei morti di Danilo Kiš, opera dove compaiono, in ogni dettaglio, coloro che sono stati dimenticati dalla storia.


