C’è un momento, nella storia dell’immaginario occidentale, in cui il buio smette di essere semplicemente assenza di luce e diventa qualcosa d’altro: linguaggio, metafora, strumento di indagine sul reale. Quel momento si colloca, grosso modo, tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento — un secolo denso, convulso, percorso da rivoluzioni politiche e sommovimenti culturali profondi. È esattamente questo arco cronologico che Franco Pezzini sceglie come campo d’azione del suo ultimo, ambizioso lavoro, pubblicato da Agenzia Alcatraz nella collana Outsider.
Pezzini, torinese classe 1962, è considerato uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica e horror vittoriana. Ha curato edizioni critiche di Poe, Le Fanu, Stoker e Bierce, ha firmato saggi come Cercando Carmilla, The Dark Screen e Victoriana, e nel 2025 ha esordito nella narrativa con il romanzo Morte astrale per Polidoro. Con L’abbazia degli incubi torna alla saggistica, ma lo fa in modo tutt’altro che convenzionale: il libro si presenta come un almanacco di ventisette “fabulazioni” — termine scelto con cura, a suggerire qualcosa di più vivo e meno sistematico del saggio puro — che attraversano letteratura, arti visive e cinema per restituire la mappa di un immaginario che, tra neoclassicismo, preromanticismo e romanticismo, viene letteralmente rifondato.
Il periodo messo a fuoco è quello in cui nascono il gotico letterario e il fantastico moderno nella sua forma laica: un fantastico non più ancorato alla dimensione soprannaturale religiosa, ma centrato sulle crisi dell’identità — personale, collettiva, culturale. I confini tra vita e morte si fanno più vaghi ed elusivi, e mentre figure come Cagliostro, Saint-Germain, Mesmer e persino Casanova attraversano l’Europa tra logge, alcove e corti che già avvertono l’aria tagliente di una nuova stagione, Mefistofeli disincantati compilano patti da far firmare ai novelli Faust. È un’epoca che Pezzini conosce a fondo, e si vede: la sua prosa non pedanteggia, non cataloga, ma evoca. Accompagna il lettore tra castelli teatrali e abbazie in rovina, tra laboratori segreti e apparizioni spettrali, con la sicurezza di chi sa dove sta andando e sa anche, cosa rara, come farsi seguire.
Il tono adottato è quello della fantasmagoria: le lanterne magiche a contenuto visionario e macabro così amate dall’epoca. L’autore stesso definisce il proprio libro in questi termini, e la definizione coglie nel segno. Come quegli strumenti ottici proiettavano immagini tremolanti e inquietanti sul muro per stupire e turbare gli spettatori, così L’abbazia degli incubi proietta sull’immaginario del lettore contemporaneo una serie di figure, temi e ossessioni che non hanno perso nulla della loro carica perturbante. Vampiri, doppi, revenants, donne fatali, scienziati faustiani: non sono mere icone letterarie, ma sintomi di qualcosa che il razionalismo illuminista non riesce a metabolizzare del tutto.
Pezzini dimostra quanto il gotico sia stato un fenomeno internazionale e trasversale, capace di attraversare culture diverse mantenendo intatta la propria forza simbolica. Le ventisette fabulazioni non si limitano alla tradizione anglofona — il terreno più battuto dalla critica —, ma allargano lo sguardo all’Europa continentale, restituendo la dimensione polifonica di un genere che non ha mai avuto confini nazionali precisi. Accanto ai nomi prevedibili si incontrano figure meno frequentate, opere dimenticate, rimandi iconografici sorprendenti: è questa la firma di un’erudizione che non si esibisce, ma lavora al servizio della comprensione. Il volume, che conta 424 pagine corredate da ben quattrocento immagini, è anche un libro visivamente generoso. L’apparato iconografico non è decorativo: le immagini dialogano con il testo, lo completano, a volte lo contraddicono in modo produttivo. Dipinti, incisioni, frontespizi, fotogrammi cinematografici: il gotico è stato sempre anche una questione di occhi, di sguardo, di superficie che nasconde e rivela.
Pezzini offre una guida colta e dettagliata, spiegando come il genere gotico non sia solo un insieme di spaventi, ma uno strumento critico per raccontare le inquietudini e le falde inquinate della realtà. È questa, in fondo, la tesi implicita del libro: che il fantastico — quando è grande letteratura, grande arte — non evade dal reale, ma vi ritorna con mezzi obliqui, capaci di dire quello che il discorso razionale non riesce o non vuole dire. I mostri che popolano queste pagine sono sempre anche qualcos’altro: paure sociali, pulsioni represse, tensioni di classe, angosce epistemologiche.
Il titolo, al di là dell’ovvia citazione di Nightmare Abbey di Thomas Love Peacock, il celebre romanzo del 1818, satira dei gusti gotici del tempo, è scelto con intelligenza anche per altri motivi. L’abbazia richiama gli spazi tipici del gotico classico — luoghi di mistero, memoria e rovina —, mentre gli incubi diventano la metafora di quelle paure collettive che continuano ad abitare l’immaginario occidentale molto al di là del periodo trattato. Agenzia Alcatraz pubblica così un volume che rappresenta qualcosa di raro nel panorama editoriale italiano contemporaneo: un grande saggio divulgativo sul fantastico capace di unire competenza critica, passione narrativa e riflessione culturale. L’abbazia degli incubi non è un libro per specialisti, anche se gli specialisti vi troveranno molto. È un libro per chi vuole capire perché certi fantasmi non smettono di tornare, e cosa ci raccontano di noi ogni volta che lo fanno. Una lettura che inquieta — come deve fare ogni buon almanacco del buio.


