Là dove è Norvegia si arriva a un certo punto, e la vita sembra un pieno d’aria gelida, e compagnie di un solo viaggio – un cane che conosce la lingua degli umani e dice la sua, e una serie di passeggeri che sanno quando togliersi di mezzo, e lasciano andare la barca di Nils Vik, traghettatore capace di misurare il tempo e rendere mitici i rituali mattutini.
Ma in quel particolare giorno della propria esistenza sull’imbarcazione giungono ombre e fantasmi, parlano e hanno domande mentre i fiordi assumono l’aspetto di circonvoluzioni cerebrali – uniche, irripetibili, così come gli incontri occasionali di Nils che però non dimentica, e se lo fa arriva il cane a svelare, nella sua semplicità, i chiari di luna di quel particolare giorno. Mica è un caso che il compagno quadrupede si chiami Luna. Nils svela la sua tranquillità lungo il corso delle ore, si prende la solennità del paesaggio norvegese – difficile da afferrare per noi gente mediterranea – trasferendola nel diario di bordo, e conversando con le conoscenze e gli affetti che ritornano come se un semplice dialogo (più ricordato che reale) riportasse la persona in carne e ossa lì, sul legno della tolda.
Lo sguardo dell’uomo è durata, semplice e levigata come una lastra di ghiaccio ai venti del novembre nordico. Ha vissuto per un po’, ha amato la moglie Marta, scomparsa, e sa che quello iniziato dopo il risveglio sarà il suo ultimo giorno. Lo sa mentre i gesti quotidiani si ripetono con ferma lentezza, si siede sul divano prima di uscire in barca, abitudine che lo tranquillizzava rendendo amabile anche l’acqua del fiordo in attesa con i suoi soliti gorgoglii e sussurri. Quei suoni interpretati sono la vita di Nils, la vita che sta per finire in quel particolare giorno come sempre impregnato di diesel.
Frode Grytten affronta il problema della morte quando si presenta nella giornata di un uomo, il suo interesse si posa sui suoni che reggono le ore e avvolgono di un semplice vestito le ombre che si susseguono lungo gli spostamenti del traghettatore e della sua barca. Tutto si muove e tutto è immobile nella trama armonica della scrittura, così sa essere la vita anche quando non viene narrata ma questo è il caso in cui lo sfogliarsi del tempo coincide perfettamente con lo stile dell’autore di Bergen. I gesti quotidiani di Nils, nel finale della sua partita, rallentano via via che le ombre si presentano, e i dialoghi ne risentono, emergono dai gesti che ormai non hanno più età. Se Cormac McCarthy avesse attraversato l’Oceano per giungere fin lì probabilmente avrebbe voluto offrire un’ultima birra a Grytten. Per dire, in alcuni casi il protagonista di The Passenger sembra sovrapporsi all’ultima traversata di Nils nel particolare giorno in cui morì.
Non c’è mistero che tenga in questo romanzo, nessun taglio repentino che all’improvviso tolga tutto dalla vista, il quadro si completa nell’assoluta normalità, come quando il motore di spegne e il frastuono cessa. Di calma si tratta, e di come esserne attraversati, e la storia è questa, è stata. Lo sa Nils e lo sappiamo noi che leggiamo. Ma in quel particolare giorno Nils sa qualcosa in più. È il suo ultimo giorno. Scorre gli infiniti appunti. E infine capisce cosa sono l’aria, il mare, la terra, l’odio e l’amore.