Hermann Broch / Una Eneide incompiuta

Hermann Broch, La morte di Virgilio, tr. di Vito Punzi, Bibliotheka, pp. 492, euro 23,00 stampa, euro 7,99 epub

Quando Th. S. Eliot nell’ottobre 1944 celebrava Virgilio, presso la Virgil Society di Londra, collocandolo al centro della civiltà europea, “in una posizione che nessun altro poeta può condividere o usurpare”, sull’altra sponda dell’Atlantico il profugo austriaco Hermann Broch (1886-1951), uno spirito peraltro affine a Eliot, attendeva alla quinta versione de La morte di Virgilio (che sarebbe uscita nel 1945 in tedesco e in traduzione inglese). Opera ibrida, difficilmente ascrivibile a un genere letterario, il “romanzo” di Broch era il frutto di otto anni di continue rielaborazioni, a partire dalla novella Il ritorno di Virgilio del 1937. Non aduso a studi classici, Broch trasse ispirazione per il suo lavoro dalla lettura del saggio del filosofo cattolico Theodor Haecker, Virgilio. Padre dell’Occidente (1931), che enfatizzava il sostrato precristiano di Virgilio: il ruolo di Virgilio come “pagano avventista” è sicuramente importante nella visione redentrice e utopica di Broch, tuttavia ciò che attrasse in particolare Broch nella biografia virgiliana fu l’analogia da lui rinvenuta tra la fase di transizione vissuta da Virgilio (tra guerra civile e dittatura, decadenza del paganesimo e nuove forme religiose) e l’età moderna, contrassegnata dalla guerra e dal consolidamento del fascismo in Europa e da una crisi di valori etici e culturali che Broch non si stancava di indagare da anni in sede saggistica e romanzesca.

La morte di Virgilio narra le ultime diciotto ore di vita del poeta, tra il 21 e il 22 settembre del 19 a.c., e riporta, perlopiù nella forma del flusso di coscienza reso con il discorso indiretto libero, impressioni, ricordi, meditazioni sull’arte, sulla morte, sul tempo, nonché sogni e allucinazioni del Virgilio morente, dall’approdo nel porto di Brindisi al trasferimento in lettiga attraverso i suburbi della città sino all’arrivo nel palazzo imperiale. Fulcro ideologico del romanzo è il dialogo con Augusto, in cui Virgilio esprime la sua volontà di bruciare l’Eneide, peraltro non terminata.

Il fascino della rivisitazione dell’antico operata da Broch risiede, oltre che nella straordinaria potenza suggestiva del monologo virgiliano, anche nella natura intrinsecamente moderna delle inquietudini che attanagliano il poeta: Virgilio rifiuta un’arte che ha abdicato a un orizzonte di senso trascendente e si esaurisce nel culto di una bellezza che è ornamento, vanità, gioco, ricerca del plauso dei potenti, ma non “conoscenza” e creazione di un linguaggio comunitario. La letteratura ha allontanato Virgilio dal popolo e dalle sue sofferenze, ne ha fatto un individuo asociale e solitario: in ciò Broch denuncia la natura parassitaria dell’arte rispetto alla vita e approfondisce quella dicotomia tra arte e vita che costituisce un tema centrale della cultura tedesca del Novecento, da Kafka a Mann, da Benn a Thomas Bernhard.

Al termine del colloquio Virgilio cede alle pressioni di Augusto e accetta che l’Eneide sopravviva, a condizione che i suoi schiavi vengano liberati. Il destino delle plebi oppresse e delle masse ingovernabili è oggetto di svariate riflessioni nel romanzo e riflette i timori di Broch dinanzi alla politica populista dei fascismi europei in cui le masse incolte divengono facili prede per falsi profeti: evidente dunque è il riferimento alla contemporaneità quando Augusto lamenta la difficoltà di governare “quattro milioni di cittadini romani (…) che seguono senza un’opinione chiunque sappia giocare con l’abbagliante e seducente abito della libertà”.

Nel lungo finale Broch evoca con un linguaggio superbamente mistico e arcano il “ritorno a casa” di Virgilio, che suggella la chiusura dell’“anello del tempo”, ricongiungendo la fine con l’inizio. Molto bella è la nuova traduzione del romanzo, approntata da Vito Punzi (la precedente era quella einaudiana di Aurelio Ciacchi del 1962), che domina valorosamente la debordante sintassi brochiana e rende con precisione e finezza la musicalità del testo originale.