Hito Steyerl / Realismo artificiale

Hito Steyerl, Medium Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale, tr. di Silvia Del Dosso, Timeo, pp. 230, euro 20,00 stampa

America, America, dove vai? non è solo il grido che, ultimamente, si leva di continuo rispetto a una politica trumpiana che genera dibattito, e scandalo, internazionale (ma che in fondo poteva essere piuttosto prevedibile seguendo un’analisi politica meno naïve delle democrazie autoritarie in epoca neoliberale). È anche la traduzione digressiva, come spesso accadeva negli anni Sessanta e Settanta, di un film americano con tutt’altro titolo, in origine, come Medium Cool (1969) di Haskell Wexler. L’artista e teorica Hito Steyerl ne fornisce un efficace riassunto nel suo libro intitolato, per contro, Medium Hot – uscito nel 2025 e tradotto in tempo record da Timeo, per la cura di Silvia del Dosso, che ha certamente evitato le scivolose traduzioni tipiche dell’industria cinematografica che fu – rilevando il riferimento alla distinzione tra media caldi e freddi di Marshall McLuhan: «Nel celebre film di Wexler, girato in parte durante rivolte concomitanti con la Convention democratica del 1968 a Chicago, l’atto stesso di produzione dell’immagine passa in primo piano. Il protagonista è un cinico cameraman televisivo che punta a catturare il maggior numero possibile di scene violente o a effetto. Medium Cool si focalizza sull’infrastruttura delle immagini, sul loro mercato e sulle soggettività da loro create».

Se l’avvento delle intelligenze artificiali ha cambiato di senso le categorie di McLuhan, basate anche sul grado di partecipazione umana, il riferimento cinematografico operato da Steyerl non appare affatto pretestuoso per la sua antologia di saggi, che si occupa di IA, arte e politica, concentrando l’attenzione, appunto, “sull’infrastruttura delle immagini e sul loro mercato”. Meno sulle soggettività che ne risultano prodotte, a dire il vero, nel contesto di un approccio militante, sì, ma spesso, forse inevitabilmente, cursorio rispetto alla complessità geopolitica e culturale che si viene a delineare nel libro.

Si tratta, in ogni caso, di una infrastruttura e di un mercato dall’impatto ormai “caldissimo”, innanzitutto nei termini della crisi climatica: basti pensare all’immane consumo energetico richiesto dai data centers – con la nota pressione per la riattivazione e l’aumento degli impianti nucleari – o alle ondate di blackout in aree dall’economia fragile (Kosovo e Abkhazia, tra le altre), già depredate dalle infrastrutture informatiche necessarie al mining nel mercato delle criptovalute. Metafora e al tempo stesso dato materiale tangibile, il calore porta con sé anche il linguaggio della termodinamica, con quell’enfasi sull’entropia che, nel caso, delle intelligenze artificiali, diventa entropia della banalità: anche uscendo dalla rappresentazione, limitata e limitante, dell’IA come “pappagallo stocastico”, la logica della cattura dei dati resta da intendersi in chiave totalizzante, e dunque universalizzante; la ricerca di pattern costitutivi che leghino tali dati tra loro e li rendano disponibili per nuove elaborazioni finisce per precludere la possibilità che emerga qualcosa di nuovo, impensato e soprattutto non conforme alle discorsività egemoni, che così continuano a circolare indisturbate.

Non è soltanto un problema simbolico: come ricorda spesso Steyerl, tale entropia è il prodotto del lavoro dei microworkers del settore, disseminati in molte aree nel cosiddetto “Sud globale”, e del loro lavoro di “pulizia” dei dati (con effetti non di rado traumatizzanti, quando i dati “ripuliti” riguardano immagini pedopornografiche, o di violenza, e sono trattati da “microlavoratori” proletarizzati provenienti dalle stesse aree in conflitto). D’altronde, è anche un problema che investe direttamente il mondo dell’arte, non soltanto suggerendo “Ventuno mondi dell’arte” (titolo dell’ultimo saggio, strutturato come un adventure game, con accenti ironicamente videoludici) in alternativa tra loro, ma evidenziando come l’apparente libertà di scelta e l’ancor più superficiale processo democratizzazione dell’immagine – con tratti simili, ma anche molto divergenti da quella “immagine povera”, di bassa qualità, difesa da Steyerl in un noto saggio del 2009, In Defense of the Poor Image – nasconda questioni immani, e urgenti, per chi lavora nel mondo dell’arte.

Non si tratta soltanto di un’arte «creata da macchine per macchine», per gli algoritmi e i bot, che di fatto già adesso ne fruiscono, modificando radicalmente la «struttura della sfera pubblica contemporanea», per usare le parole della stessa autrice in una recente intervista. Si tratta di un’estremizzazione del dual use: come il recente scoppio della “bolla NFT” (Non-Fungible Tokens, variamente promossi, soltanto qualche anno fa, come “il futuro dell’arte”) non ha intaccato, anzi agevolando, la proliferazione delle tecnologie blockchain, anche la produzione di opere d’arte da parte delle intelligenze artificiali «non è un fine, ma un mezzo» – così Steyerl, nella stessa intervista – di un’economia che rincorre, con analoghe modalità di speculazione, la possibilità dell’AGI (Artificial General Intelligence, ossia l’avvento di una singolarità tecnologica) in ambito militare.

È il punto sul quale Medium Hot torna più spesso, poiché l’autrice si interessa, in primo luogo, alle pratiche artistiche contemporanee nella loro relazione con l’IA, come mostra la sua produzione artistica più recente, da This Is The Future (2019) e Animal Spirits (2022) alla più recente installazione, e forse più engagée, Mechanical Curds (2025), un video ibrido tra documentario e videoarte in CGI (Computer-Generated Imagery), sugli addetti di Amazon che abitano in un campo di rifugiati nel Kurdistan, che pilotano a distanza vetture o droni che, se usati in modo differente, potrebbero ucciderli.

Né apocalittica né integrata – secondo un lessico della semiotica da aggiornare, come nel caso di McLuhan – e forse nemmeno reazionaria – per alcuni esiti teorici, che sono stati così censurati da Giorgiomaria Cornelio su “L’indiscreto” qualche settimana fa – Steyerl si fa piuttosto portatrice di un’idea “farmacologica” dell’IA. Ambivalente tra farmaco e veleno come il pharmakon greco, la collaborazione con le intelligenze artificiali che mira a illuminarne anche la «stupidità» – parola di Steyerl – o gli errori – secondo un’estetica glitch diffuse anche nell’arte contemporanea e nelle scritture di ricerca italiane – è un’idea non tanto e non direttamente politica, né guidata da una sicumera che invece si potrebbe arrogare una personalità così rilevante dell’arte contemporanea, a livello globale. È un’idea immersa nella pratica, realistica, ma non per questo più realista del re: da qui – dai vari saggi di Medium Hot che qui intenzionalmente non si sono attraversati, se non fuggevolmente, per dare modo a chi vorrà leggere di farsi guidare dall’occhio esperto di Steyerl, teorica e practitioner – si può ripartire, magari per desiderare (e non chiedere, che sarebbe come creare altri prompt) l’impossibile.