Un romanzo ambientato tra quasi 100 anni, che non è fantascienza e neppure distopia, già solo dicendolo così è qualcosa di meraviglioso. Un romanzo ambientato tra quasi 100 anni eppure realistico, reale e attuale come non mai, è ancora meglio. Del resto, è questo il potere dell’immaginazione, quello di aprire una finestra sull’oggi, sul presente, a partire da un altro punto del tempo, o prima o dopo. In mezzo a narrazioni catastrofiste e scenari improbabili, a saggi che cercano di spiegare, il più delle volte senza riuscirci, come è e come cambierà il mondo in cui viviamo, il romanzo di Ian McEwan è come una pietra luminosa attorno alla quale cominciare a mettere ordine, dare un senso, con calma e serietà. In un certo senso, il trucco è antico come il mondo: non c’è come prendere le distanze, per vedere l’insieme. Allontanandosi di 100 anni il nostro mondo non appare diverso, nel senso che è sempre un posto caotico, pieno di rumore e di confusione, di prepotenza e soprusi, di ingiustizie e sopraffazioni. Ma se ne vedono anche l’energia, la creatività, il pensiero in ebollizione, gli entusiasmi, gli slanci.
Il protagonista di Quello che possiamo sapere è Thomas Metcalfe, che nel 2119 è professore di letteratura in un’università della Gran Bretagna, specializzato negli anni 2010-2030. Nelle sue ricerche si imbatte in una serata speciale, poi chiamata “Secondo Immortal Convivio”, la serata del compleanno di Vivien Blundy, moglie del poeta Francis Blundy, festeggiata con alcuni amici nel casale in cui la coppia vive. In quell’occasione, come regalo di compleanno, Blundy ha recitato ad alta voce una poesia scritta per la moglie, leggendola da un papiro. La poesia è in realtà un poemetto in forma di corona, ovvero una serie di poesie legate tra loro in modo circolare: ogni poesia comincia con l’ultimo verso di quella che la precede. Un componimento molto complesso e pare bellissimo. Francis Blundy è del resto il sommo poeta di quel periodo. Del papiro, che era l’unica versione scritta del poemetto, non ci sono tracce. È stato cercato e mai trovato. È vero che il casale è rimasto sommerso, come buona parte della Gran Bretagna, dalla catastrofica Inondazione…
Attraverso il racconto di Thomas e della sua vita personale entriamo nella Gran Bretagna come potrebbe essere tra 100 anni: ridotta a un arcipelago quasi completamente sommerso dal mare. Istituzioni come la Bodleian Library di Oxford sono state spostate in alto, sui colli vicini; città intere come Glasgow sono state ricostruite sui monti diventati isole. Tra le isole ci si muove con difficoltà e grandi rischi, prevalentemente e necessariamente via mare. Il mondo in generale è piccolo, poco popolato, povero di risorse e quindi di consumi, attento alla natura e all’ambiente che stanno pian piano rinascendo. È un mondo spaventato dalla memoria di eventi terrificanti, distruzioni nucleari, il Grande Disastro, la catastrofica Inondazione. Un mondo tranquillo e sottotono, come un bambino che sa di avere esagerato, si è spaventato a morte e si concentra soprattutto sul “non farlo mai più”. E siccome sono i dettagli che fanno la differenza, non c’è il racconto di quello che è successo nei 100 anni che hanno cambiato il mondo così profondamente, ma ci sono piccoli accenni, osservazioni, particolari. Si gira solo in bici o a piedi, la cioccolata è costosissima e introvabile, e anche frutta e pane, se non si arriva presto nei negozi, non ci sono più. Come non ci sono chiodi o altri strumenti di uso comune. Non ci sono case di proprietà ma appartamenti in affitto da cui ci si sposta con qualche scatola, perché non ci sono più neppure mobilio e suppellettili. Il cibo è per lo più artificiale, contiene il necessario ma è insapore e tutto uguale. Però il mare proprio sotto il campus universitario è pulito e trasparente, e ci si può nuotare.
E ci sono archivi contenenti migliaia di informazioni, e-mail, messaggi, post. Nella sua ricerca su Vivien Blundy e la poesia perduta, Thomas Metcalfe ha a disposizione una quantità immensa di materiale. Il che non gliela rende più facile, anzi. E quando finalmente riesce a trovare un indizio che prima gli era sfuggito e parte per esplorare quello che resta del casale in cui aveva vissuto Vivien Blundy, tra mille difficoltà e scomodità scopre sì del materiale inedito, ma non quello che cercava. Non trova il poemetto a cui ha dedicato buona parte della sua vita, ma trova il diario di Vivien, un diario-confessione, che possiamo leggere anche noi nella seconda parte del romanzo. Un diario che svela e cancella, che conferma e smentisce, che chiarisce e confonde. Perché non importa in che secolo siamo, non importa se il mondo sia più grande o più piccolo, più accogliente o più ostile: la verità non è un’entità esistente di per sé, un monolite o una pietra preziosa che basta saper cercare per trovarla. Dal diario di Vivien emerge che nessuno è in grado di raccontare la verità su di sé e sulla propria vita, e che più che mai la scrittura allontana dalla verità. Vivien scrive e mentre scrive reinventa sé stessa in una versione migliore. Anche quando vuole mostrare il peggio. E tuttavia, se la scrittura non ci avvicina alla verità, ha un potere pacificante. Il potere di mettere ordine e trovare un senso per tutto quello che abbiamo fatto più o meno consapevolmente, spinti dalle emozioni, dagli eventi esterni, dalla visione circoscritta che abbiamo mentre viviamo.
In questo romanzo complesso e pieno di domande, luminoso nonostante non faccia sconti, liscio come solo la scrittura di McEwan riesce ad essere, in questo romanzo bellissimo si può trovare infinitamente di più di quello che ci ho trovato io. Ogni lettore ci troverà qualcosa di suo che fino a quel momento non era riuscito a vedere. E sì, spero che siano davvero tantissimi, questi lettori, e che fra questi ci siate anche voi che ora state leggendo me.


