20 Settembre, 2021

Guy Boothby / Avventura, da fine Ottocento a Hugo Pratt

Guy Boothby, Il dottor Nikola, tr. Marina Pirulli, Cliquot, pp. 316, euro 22,00 stampa

Con il consueto gusto per la riscoperta letteraria d’élite, Cliquot propone una splendida edizione del piccolo classico di un autore ormai dimenticato, Guy Boothby (1865-1905), australiano, viaggiatore e scrittore instancabile che fu molto famoso alla fine del secolo. Ottimo amico di Rudyard Kipling con il quale condivideva – pur su un piano più popolare e pulp – il fascino per gli scenari esotici orientali, allietò le fantasie infantili di un’intera generazione: lo stesso George Orwell ha testimoniato la predilezione giovanile per le sue pagine fantasiose in un nostalgico ricordo.
Meno noto fuori dall’area anglofona, venne comunque tradotto e pubblicato in Italia dai Fratelli Treves fin dai primissimi anni del ’900 e, come ricorda Marco Steiner nella prefazione al volume di Cliquot, fu tra le letture avventurose minori ma non per questo meno significative – accanto ai grandi classici di Melville, Stevenson, Conrad, London, Kipling – che contribuirono a formare l’immaginario del più grande erede contemporaneo di quella letteratura, Hugo Pratt. Non è un caso infatti che gli scenari descritti nei romanzi di Boothby evochino spesso l’atmosfera delle tavole di Terry e i pirati di Milton Caniff, classico del fumetto statunitense che tanto avrebbe influenzato il creatore di Corto Maltese.
La produzione narrativa dell’autore, immensa per quanto concentrata in un breve volgere di stagioni tra il 1894 e l’anno della morte prematura causata dalle complicanze di un’influenza, spazia attraverso tutti i principali generi popolari: il “giallo”, il “rosa”, la fantascienza e il gotico. Gli esempi più riusciti delle sue avvincenti trame sono divertenti crossover in cui lo scenario esotico – di preferenza asiatico, africano o polinesiano – fa da sfondo a intrighi polizieschi, spionistici e thriller a cui si intrecciano elementi soprannaturali, magici o avveniristici con un risolutivo happy ending romantico.
Il fascino dei villain dei suoi romanzi supera di gran lunga, però, quello dei protagonisti positivi. In questo aspetto Boothby anticipa autori e personaggi di lì a poco popolari nello stesso ambito narrativo: il Fu-Manchu di Sax Rohmer; gli occultisti satanici di Dennis Wheatley; il Dott. Mabuse del romanzo di Norbert Jacques portato al successo dai film di Fritz Lang; fino, in tempi più recenti, agli avversari del James Bond di Ian Fleming. Si può dire, tra l’altro, che tutto il fortunato ciclo cinematografico horror della Mummia – dal primo del 1932 con Boris Karloff, diretto da Karl Freund, al remake Hammer del 1959 con Christopher Lee, diretto da Terence Fisher, fino alla trilogia degli anni ’90, agli spinoff del Re Scorpione e al reboot del 2017 – deriva a piene mani da Pharos, l’egiziano, romanzo che Boothby scrisse nel 1899.
Il volume di Cliquot, arricchito di otto splendide illustrazioni a colori di Nora e della copertina originale di Stanley L. Wood, va ad attingere proprio al più famoso di questi affascinanti cattivoni, il dottor Nikola, protagonista di una serie di cinque romanzi iniziata nel 1895 con La vendetta del dottor Nikola e proseguita l’anno successivo con Il dottor Nikola – ed è proprio questo il testo ristampato – per concludersi con i successivi The Lust of Hate (1898), Dr. Nikola’s Experiment (1899), e Farewell, Nikola (1901). Antonio Nikola, è un antieroe a metà strada fra il mad-doctor fantascientifico, l’occultista gotico alla ricerca dell’immortalità e l’arci-criminale bramoso di dominare il mondo: “impeccabile, snello, con occhi e capelli scuri e pelle bianca color rospo”. In questo romanzo l’avventura porterà l’eroe positivo Wilfred Bruce e il sulfureo Nikola dalla Cina più pittoresca fino alle mistiche e inaccessibili montagne del Tibet, per strappare a un’oscura setta di monaci stregoni il segreto dell’immortalità.
E ci tornano in mente altre infinite variazioni su questo immaginario così fertile, sbocciate anni più tardi, e tutte derivate da questo classico dimenticato: citerò solo la più famosa: Orizzonte perduto di James Hilton del 1933 e l’omonimo film di Frank Capra del 1937, con il sogno dell’irraggiungibile Shangri-La.