Sono passati molti decenni da quando Herman Melville scrisse nel 1853 un racconto che lanciava una frase divenuta iconica per chiunque volesse articolare un ragionamento sulla resistenza passiva e sul rifiuto della vita. Bartleby lo scrivano, era il titolo di quel racconto che sottolineava la possibilità per ciascuno di sottrarsi kafkianamente a ciò che riteneva inadeguato, inappropriato, manipolatorio. E la frase detta e ripetuta da Bartleby di fronte a qualsiasi offerta o proposta era: preferirei di no. Una risposta garbata, che opponeva non un rifiuto ma la caparbia volontà di sgusciare via e trovare una salvezza anche se messi all’angolo dalla vita, anche a costo di morire d’inedia.
Ora, dopo tutto questo tempo, il film di Maggie Gyllenhaal, The Bride! (La sposa!), recupera quella frase e ne fa un urlo violento, sgangherato laddove servisse, una bandiera. L’emblema di una rivolta femminista che è stata ma che ancora non è stata svuotata di senso, che ancora è assolutamente necessaria perché quello che succede nel mondo, quello che abbiamo intorno, grida ancora vergogna.
Anzi quel “Preferirei di no” urlato dalla protagonista, che non ha più niente di sobrio e accomodante ma invece irride al perbenismo borghese mentre la donna (sicur3 che sia una donna?) che lo grida agita un’ascia, è una rabbia che ingloba il femminismo per alzare la posta in un urlo transfemminista che vuole mettere a ferro e a fuoco il mondo.
E’ splendido come la creatura messa in scena da Mary Shelley sia una figura ancora così centrale per le discussioni di oggi e come il Frankenstein – pubblicato ricordo nel 1819 – costituisca ancora un crocevia inevitabile per affrontare e interpretare il mondo contemporaneo. Come attestano le numerose riscritture sia narrative, sia filmiche, sia grafiche. Senza dimenticare il dittico (spettacolo teatrale-film) che le hanno dedicato i Motus.
Singolare come una giovanissima donna, anche se già attraversata da lutti e vicissitudini complicate, abbia saputo mettere al mondo tutto ciò (ma questo lo si è detto tante volte).
Nel romanzo di Shelley la sposa della creatura viene solo evocata, non la vediamo mai agire sul palcoscenico del mondo. E diversi romanzi ne hanno però rilevato il testimone, sull’esigenza di raccontare al femminile quella storia improntata a un’altra epica. Abbiamo avuto quindi le narrazioni dal punto di vista della fidanzata dello scienziato Frankenstein (La buia discesa di Elizabeth Frankenstein, di Kiersten White) e dal punto di vista della sposa della creatura, mostruosa al punto giusto da rientrare nei canoni del cinema horror. Pensiamo per esempio a La sposa di Frankenstein di James Whale che nel 1935 ha dato il via al genere con l’idea di fare interpretare dalla stessa attrice sia Mary Shelley che la sposa. Ancora nel 1973 e nel 1985 abbiamo due film: Frankenstein. The True Story di Jack Smith e La sposa promessa di Franc Roddam. In ambito narrativo abbiamo Love, Sex and Frankenstein di Caroline Lea (2025).
Ma Gyllenhaal fa un’operazione diversa e firma un film che ha nella pancia tanta teoria femminista, transfemminista e queer. La scena nel night ci travolge in un ballo favoloso e dannato dei reietti della terra, degli spersi, delle soggettività che abitano il margine le cui ombre disperate e malinconiche si proiettano sui palazzi di Chicago e New York; ma sono le marginalità del nostro mondo che la regista ci getta in faccia mentre alcune scene citano film che ci hanno toccato il cuore. Per tutte l’andata via delle due creature “non nate ma create” (ricordate Blade Runner?), con noi che restiamo a guardarle sullo schermo, mentre si allontanano di spalle, lui che corre con una leggera zoppia, mano nella mano con lei.
Quanto quelle creature dicano di noi e dello scontro sociale tuttora in atto nell’immaginario e nella vita reale è davvero sorprendente.
La relazione stretta, l’essere due corpi in una mente sola, rende la Sposa un’emanazione ventriloqua di Mary Shelley in un rigurgito di passioni lacerate, parole strabordanti e desideri di rivolta. E quello che secondo Shelley dovrebbe rendere “soggetto” la creatura che ha attraversato molti nomi (dead name) è il riconoscersi finalmente in quello che l’autrice le ha dato assieme sembrerebbe a un destino, e cioè “Sposa”. Ma quell’essere strambo e assolutamente no straight non ci sta, non si lascia inchiodare in questa ultima trappola e “preferirei di no” è la sua fuga dalla proposta di matrimonio che il mostro creato da Frankenstein le offre, in puro stile Hollywood anni trenta. La Sposa dunque rifiuta il destino pensato per lei da altri e altre, svincolandosi persino dalla sua autrice/creatrice. Non sarà sposa, anche se quel povero diavolo del mostro non potrà fare a meno di esserle compagno in tutte le vite che forse vivranno. Forse!
Un’ultima annotazione, prima di chiudere. Jessie Buckley nei panni della Sposa è imperdibile. Ma Annette Bening le ruba lo schermo quando performa la versione femminista dello scienziato pazzo, che sa mescolare alla hybris della creazione il suo amore per le creature che ha messo al mondo. E qui potremmo aprire a un’altra discussione, ma sarebbero altri film e altre scritture e ci pensiamo una prossima volta.


