“Il problema dei 3 corpi”: tra Liu Cixin [ 刘慈欣 ] e Netflix

Non è semplice. Non c’è nulla di semplice nel mondo ideato da Liu Cixin (Yangquan, Cina, 1963) e ora abitato anche da Netflix e dalla serie in otto puntate. Sono ben poche le concessioni agli standard della SF da intrattenimento e ai registri narrativi costruiti sulla partecipazione empatica, così spesso richiesta dal pubblico. Come alcuni personaggi sottolineano, mentre la storia si dipana, prima di questi eventi nulla di tutto ciò si era mai visto, e nemmeno qualcosa di lontanamente paragonabile. La descrizione, lì rivolta agli alieni, la possiamo anche riferire all’arrivo di Liu Cixin nel mondo della SF occidentale. Ed è assolutamente vero.
Non è però necessario usare aggettivi più o meno blasonati per introdurre il suo lavoro. Il lettore che giungerà alla fine della
Trilogia dei Tre Corpi (Mondadori, 2017, 2018, e ora in ristampa), se riuscirà a evitare di trincerarsi dietro pregiudizi e fughe, non potrà far altro che ammirarne l’imponenza e le sofisticate scelte narrative. La trilogia di Liu Cixin – e questo vale ora, almeno parzialmente, anche per la serie Netflix – è certamente un prodotto di alta qualità narrativa, ma agli occhi del lettore ogni tentativo di definizione tassonomica verrebbe a eludere quel problema di prospettiva culturale che è invece cruciale per comprendere l’opera, dimenticando così che il mondo in cui è stato scritto non è né Hollywood né altro luogo dell’Occidente, bensì la Terra del Dragone, o anche Terra di Mezzo (ebbene sì), che è il modo in cui i cinesi chiamano il loro paese. 

Quando Ken Liu tradusse in inglese Il problema dei tre corpi, primo volume della trilogia, Liu Cixin era già uno scrittore molto noto in patria, e il film tratto dal suo The Wandering Earth pochi anni dopo realizzò in Cina il più alto incasso di sempre per un film di produzione non americana. La trilogia, nel suo complesso, si intitola Trilogia del passato della Terra, ma è poco nota con questa denominazione, mentre è conosciuta ai più solo con il titolo del primo volume. Con una certa dose di pessimismo viene da presumere che questo sia forse dovuto al fatto che la maggior parte dei lettori si arrenda dopo questa prima parte, senza quindi la possibilità di cogliere la completa visione storica dell’opera, che è propria soprattutto della terza e conclusiva sezione. Anche gli sceneggiatori della serie Netflix sembrano limitarsi sostanzialmente al primo volume, e difatti fino al sesto episodio ci si aspetta che concludano con questo, in previsione di una possibile seconda e terza serie.
La lettura e la riscrittura operate dagli sceneggiatori fino a questo punto, per quanto radicali, sono rimaste sostanzialmente nel sentiero tracciato dal romanzo, ma nelle ultime due puntate però vengono mostrati eventi – in particolare il racconto del
Progetto Risalita – che appartengono agli altri due libri e che hanno l’evidente funzione di costruire il terreno per le parti a seguire. Pur sapendo che solo un ampio successo di pubblico può rendere non solo possibili ma anche auspicabili nuove produzioni (non dimentichiamo che si tratta della più onerosa produzione di sempre per Netflix), non sorprende che David Benioff, D.B. Weiss e Alexander Woo, in una intervista su Collider abbiano dichiarato di aver già progettato altre tre stagioni: una seconda in linea con quanto già visto finora e altre due dedicate al terzo – imponente – volume. D’altro canto, se il primo libro si presenta comunque da un punto di vista narrativo abbastanza semplice e lineare, lo stesso non si può dire degli altri due volumi, che sono nettamente più complessi da adattare.

Gli sceneggiatori – come è noto sono gli stessi di Games of Thrones – si sono presi ampie libertà circa la rielaborazione della storia, riguardo agli ambienti e ai personaggi, hanno rimescolato gli eventi, togliendo e aggiungendo senza farsi alcuno scrupolo. D’altronde, parafrasando le recenti dichiarazioni di Jonathan Nolan a proposito della ormai prossima presentazione di Fallout: “non è una serie pensata per far contenti i fan”. La storia si svolge principalmente a Londra, non a Pechino, e i cambi di genere sono diversi tra i personaggi. Chi vedrà la serie per poi decidere di avvicinarsi al libro, probabilmente incontrerà un primo ostacolo, non trovando quasi nessuno dei personaggi che ha incontrato sullo schermo. Il protagonista del romanzo di Liu Cixin, il dottor Wang Miao, esperto in nanotecnologie, viene infatti diviso in almeno due personaggi, Auggie Salazar (con cui condivide la specializzazione) e Jin Cheng, che in questa prima serie risulta la figura centrale, così come Wang Miao nel romanzo. Analogamente Saul Durand, che nella serie è presente sin dall’inizio, è il corrispettivo di Luo Ji, uno degli Impenetrabili – umani con pieni poteri o quasi, selezionati per fronteggiare la minaccia aliena in arrivo attraverso spazio e tempo -, personaggio centrale del secondo romanzo. La figura che meno di ogni altra viene rimaneggiata rispetto a ciò che si trova nel libro è quella della dottoressa Ye Wenjie: insieme a lei ritroviamo tutta la ricostruzione della Cina durante il periodo della rivoluzione culturale, che è molto fedele al testo di Liu Cixin.  A questo proposito serve precisare che nel libro, a differenza della serie, la sezione in cui Ye Wenjie racconta i drammi della Rivoluzione Culturale non è posizionata all’inizio del romanzo, ma nel corpo. Questo però non riduce la durezza della critica che lo scrittore rivolge a quel tempo. Lo stesso governo cinese ha prodotto una serie televisiva sul primo dei tre romanzi, molto diversa da quella Netflix e ampiamente più fedele, e anch’essa contempla una severa condanna degli eccessi che sono stati compiuti.

Il lavoro che hanno fatto gli sceneggiatori è davvero impressionante. Colpisce soprattutto se conosci il romanzo, perché hanno dovuto affrontare e modificare il punto di vista di uno scrittore cinese che parla prima di tutto a cinesi, per poi renderlo accettabile al pubblico occidentale, il tutto evitando di snaturare lo spirito del libro e la sua visione del mondo. La scrittura di Liu Cixin è infatti totalmente anempatica, e non esiste nel romanzo quasi nessuna caratterizzazione psicologica dei personaggi. È una letteratura fattuale, completamente lontana dall’introspezione che in Occidente appare quasi indispensabile. L’assenza di identificazione è totale, e difatti siamo infinitamente lontani dalle dinamiche narrative a cui siamo abituati e in cui il lettore/spettatore si riconosce, cioè da un eroe che incarna i valori di cui il racconto si fa portatore. Nulla di tutto ciò in Liu Cixin: il suo pessimismo e il suo antiumanesimo sono radicali. La figura che più si avvicina a un eroe – e a cui proprio a causa delle sofferenze che subisce ci sentiamo affini – è proprio Ye Wenjie, che diventerà la traditrice di tutta la razza umana. Nemmeno il non-umano è latore di una qualche speranza di salvazione, e la citazione “In Natura nulla esiste a sé stante”, tratta da Silent Spring di Rachel Carson, e citata in diversi dialoghi, suona qui come il sigillo distopico alla distruzione del pianeta causata dagli esseri umani. Nemmeno i non terrestri scopriamo essere un’ancora di salvezza, poiché dalla scoperta della loro esistenza e del loro prossimo arrivo, quella che emerge come la crudele verità è solo la teoria nota come della Foresta Oscura: 

“L’universo reale è nero.” Luo Ji mosse una mano, accarezzando la notte come fosse velluto. “Il cosmo è una foresta oscura. Ogni civiltà è un cacciatore armato, che se ne sta appostato tra gli alberi come un fantasma; piano piano, scosta le fronde che gli bloccano la strada e cerca di camminare senza fare rumore. Persino ogni respiro è fatto con cautela. Deve stare attento, perché la foresta è gremita di altri cacciatori furtivi come lui. Se ne scova uno – cioè un’altra civiltà – angelo o demone che sia, un bambino indifeso o un vecchio barcollante, una fata o un semidio, ha una sola possibilità: fare fuoco ed eliminarlo. In questa foresta, le altre creature sono l’inferno. Un’eterna minaccia di morte per ogni forma di vita che riveli la propria esistenza. Questo è il ritratto della civiltà cosmica, nonché la spiegazione del paradosso di Fermi.”

Ye Wenjie spera, spera tutta la vita: di poter salvare suo padre, e di salvare i boschi in cui è costretta a lavorare, infine di salvare sé stessa. Prova con tutte le sue energie a salvare la figlia, e infine – delirio di onnipotenza, preda del dolore – crede di poter salvare il mondo intero con l’aiuto dei Trisolariani – che nella serie sono chiamati San-ti (che in cinese significa proprio Tre corpi). Ogni volta è costretta a ingoiare il rospo della sconfitta, dello smacco e della delusione,  costantemente messa di fronte alla spietata realtà del dolore, della sofferenza e della crudeltà. In questo senso Ye Wenjie è il più tragico e occidentale dei personaggi di Liu Cixin. Romantica e aperta, comprensiva verso l’altro, ma trafitta continuamente dall’ottusità del potere e dell’umanità. Gli altri soggetti del romanzo non vengono volutamente approfonditi, non ci si immedesima con loro, non sono realistici, ma simbolici, e sono usati dallo scrittore come pedine nel suo reticolo di contatti e relazioni. Questa spersonalizzazione può essere percepita in modo respingente e irritante dal lettore occidentale, mentre invece Liu CiXin rivolge il suo sguardo alla grandiosità dell’affresco complessivo, tralasciando le comparse.

 

Gli sceneggiatori hanno chiaramente dovuto sopperire a questa opzione, e hanno ricostruito un gruppo di personaggi, utilizzando diverse figure estrapolate dai tre romanzi, in modo più o meno affine alla loro finalità originale. A questi hanno dato corpo e anima, un carattere e una vita, una storia e degli ideali, spesso molto diversi, e li hanno fatti interagire tra loro e con le linee guida del romanzo originale. Il risultato è notevole, la narrazione è coerente in sé e soprattutto è coerente con l’ingombrante e feroce pessimismo cosmico che pervade i romanzi. Sebbene vi siano scene, soprattutto nel finale, dotate di un certo spirito di intraprendenza attiva (la scena finale in questo senso è presente anche nel romanzo, e ne rappresenta uno dei rari momenti di positività) si tratta comunque di una illusione momentanea: l’analisi di fondo non muta di una virgola e la tragedia della nostra razza non ha alcuna speranza di mutare in senso positivo. La precarietà della nostra esistenza, le continue morti passate e presenti che costellano la visione della serie sono l’ancora che ci riporta costantemente alla nostra condizione umana, da cui non si scappa. Anzi, come si è visto, qualsiasi tentativo di fuga – ogni sforzo per contrastare un nemico che si rivela in ogni momento più preparato e tecnologicamente avanzato – non fa altro che peggiorare la situazione. Eppure, di fronte alle assolute incertezze dell’esistenza ciò che emerge sono i sentimenti umani: l’amore, l’amicizia, i rimorsi e i rimpianti. Salvo poi fare ammettere a Soul che, di fronte all’assurdità del nostro destino, tutto questo è solo infantile. È in questo conflitto tra sentimento irrazionale (senza dubbio, infantile) e la necessità di applicare rigore e forza per ottenere la vittoria, che si svolge la lotta che attraversa l’intera trilogia, a partire dalla Cina degli anni Sessanta – sola contro il resto del mondo – fino al mondo del lontano futuro, quando arriveranno i Trisolariani, e saremo soli contro l’universo.