27 Ottobre, 2020

Intervista a Bruno Morchio

Intervista a Bruno Morchio, Pulp Libri n. 88, 2010

Quando da piazza Sarzano scendo lungo Stradone Sant’Agostino, nel cuore della Genova medioevale, vicino alle Mura erette per difendere la città dalla minaccia del Barbarossa, mi viene in mente la figura solitaria dell’investigatore Bacci Pagano. Dopo sette romanzi sono in molti a Genova a immaginarselo come un abitante reale del Centro Storico, un luogo così lontano dalle astrazioni postmoderne dell’urbanistica, ricco di storia e di vita in cui oggi vivono decine di etnie. Qualcuno ricorderà il saggio di Alessandro dal Lago e Emilio Quadrelli intitolato La città e le ombre (Feltrinelli), dedicato anche al mondo criminale genovese. Tra quelle righe si leggeva “dell’indifferente contiguità” tra una ricca città perbene e una città inquieta e povera che si sviluppa nell’illegalità. È questa la Genova di Bacci Pagano che ci descrive Bruno Morchio, psicoterapeuta e scrittore; una città di prostitute, tossici, ladruncoli, accattoni, artisti, marginali, operai, immigrati. Da questo quartiere, da questo cuore oscuro di Genova, l’investigatore parte verso altri quartieri; case di operai, di borghesi e di ricchi. Casermoni spuntati a fianco all’altoforno e ai cantieri navali, zone rosse; palazzine color mattone circondate da orti e giardini, nascoste dai muri di cinta, da un secolo rifugio discreto delle vecchie famiglie genovesi, fino ai mortori di Albaro e Carignano, abitazioni di ricchi vecchi e nuovi, barricati con le loro paure.
Per questi vicoli, in mezzo a gente matta, puoi incontrare anche Bruno Morchio e parlare con lui di come i suoi libri riescono a riflettere la nostra città che si trasforma, un passato che ci addolora dimenticare e il futuro incerto che si intravvede.

Siamo al settimo romanzo, Colpi di coda. Il primo terminava con un colpo di carabina indirizzato contro il Presidente del Consiglio, dopo che Bacci Pagano aveva cercato con ogni mezzo di sventare l’attentato. Un finale inquietante, politicamente durissimo, quasi una fuga nella letteratura di storia alternativa. Forse pensavi che non avresti pubblicato altri romanzi?

Assolutamente no, quando ho pubblicato Una storia da carruggi avevo già scritto Maccaia (che uscì in autunno) e stavo lavorando alla Creûza degli ulivi. Per certi aspetti potrei dire di essere stato profetico. Chi avrebbe immaginato, nel 2004, che a impallinare Berlusconi (in senso metaforico, s’intende) sarebbe stato il suo più autorevole alleato? Nel dialogo finale tra il detective e l’attentatore, quest’ultimo giustifica la propria missione con l’inadeguatezza di un personaggio come il premier a guidare lo schieramento di centrodestra. Troppo compromesso, troppe magagne personali, una figura priva di stile e dal profilo etico e culturale troppo basso. Che avessi visto giusto?

Perché hai scritto il primo romanzo e poi hai continuato a scrivere una serie senza ancora una prospettiva di pubblicazione? Che motivazioni si celavano oltre al desiderio di diventare scrittore?

Quella dello psicoterapeuta è un’attività creativa e gratificante, ma limita molto la libertà di chi la svolge. Il processo terapeutico è caratterizzato da una marcata asimmetria tra i due partecipanti, il paziente regredisce e diventa dipendente e la situazione ricorda un po’ quella del puerperio. Le separazioni (ferie, malattie, vicende personali) producono sofferenza, rabbia e conflitto. Dopo avere scritto Maccaia ho sperimentato il gusto della libertà della scrittura, una libertà relativa – perché comunque rimane la responsabilità etica e politica di ciò che si scrive – ma non c’è dubbio che la letteratura e l’arte costituiscono una sorta di zona franca, un luogo dove si può sperimentare senza patemi. Di fronte al foglio bianco mi sento libero e posso sempre cestinare quello che non mi piace. Il rapporto con i lettori è mediato, quello con i pazienti no.

All’inizio una storia per ogni quartiere di Genova, un po’ come “I misteri di Parigi” di Leo Malet, storie spesso di gente comune, poi una prospettiva sempre più ampia, come in questo “Colpi di coda”, dove Genova e Bacci Pagano si trovano proiettati in un intrigo internazionale alla Le Carré. Cosa è cambiato in questi anni?

Genova, e in particolare il suo centro storico, continua a occupare grande spazio dell’azione di Colpi di coda, al punto che all’interno della copertina è riportata una mappa dei luoghi salienti del romanzo. Mi interessava indagare un aspetto particolare, il rapporto della città con il mondo e con la storia (il passaggio dall’era Bush alla presidenza Obama), e per farlo non c’era modo migliore che costruire un plot da spy story. Spero di esserci riuscito e di avere reso sul piano narrativo il senso di spaesamento e vertigine che provoca sentirsi piccoli piccoli, in balia delle smisurate forze che si muovono sullo scenario globale.

In Colpi di coda, più che negli altri romanzi, trovo una riflessione sul passato di Bacci Pagano che è quello di un’intera generazione. Sembra che non abbiamo più posto in questa società.

Il paradosso è che, non avendo più posto, la nostra generazione li ha occupati tutti lasciando pochissimo spazio ai propri figli. È la tragedia italiana di questi anni. Certamente il “ratto dei carruggi” è entrato con riluttanza nel terzo millennio, conosciamo la sua diffidenza per il nuovo che avanza e credo sia appropriato definirlo, con una formula, un “nostalgico ambivalente”. La novità, in questo romanzo, sta nell’accentuazione della nota malinconica, lo spleen che caratterizza Bacci Pagano dopo avere scoperto (in Rossoamaro) la verità sulla propria storia familiare. Lo troviamo più insofferente e incapace di slanci ed entusiasmi, clinicamente depresso, e questo appare evidente nel suo rapporto con la figura femminile, Ute, e nel confronto con il suo compagno d’azione, il giornalista freelance Rodney O’Flaherty, un uomo più vecchio di lui ma ancora pieno di voglia di vivere e amare.

Sullo sfondo, Genova. Lo sviluppo umano della nostra città, ricettacolo di emigranti e la storia del lavoro. C’è in tutti i romanzi una grande attenzione alla classe operaia, a quella gente che era capace di lavorare con eccezionale qualità, ma si tratta di anziani, di vecchi. Loro hanno impresso alla città una connotazione anche morale che oggi è scomparsa e anche Bacci Pagano, se vogliamo, non campa con quel “saper fare” dei suoi genitori.

È vero, Bacci Pagano campa di un lavoro che lui stesso definisce “sporco”. Tuttavia il modo in cui lo fa imprime alle sue indagini una indubbia connotazione morale, affidata non ad enunciati ma a un crudo pragmatismo. Quei principi, quella visione del mondo, continuano a operare e orientano le sue scelte e i suoi atti. Se il suo amico Pertusiello agisce e insieme pontifica, Bacci si limita ad agire e sembra piuttosto restio a perorare le cause per cui finisce per rischiare la pelle. Direi che in Colpi di coda questa caratteristica è particolarmente evidente: il detective è chiamato a compiere una scelta di campo senza essere convinto di quale sia la parte giusta. Sta, come sempre, con i perdenti e si mette al servizio di un’organizzazione islamica per aiutare un giovane egiziano, vittima di un complotto dei servizi segreti occidentali, ma il suo rigetto dell’integralismo religioso è assoluto e l’idea di servire la causa di una guerra santa, sia quella dei talebani o quella di Bush, lo manda in bestia, Lungo tutto il romanzo ripetutamente si sente dire che di certe cose “non è pratico”: gli scenari che hanno seguito l’11 settembre lo hanno trasformato in un pesce fuor d’acqua.

Tuttavia in diversi passi esprime chiaramente cosa pensa della situazione politica italiana. Un investigatore che viene ritenuto un terrorista, un commissario di polizia democratico e antifascista, un giudice con una profonda etica inusuale. Sembra che la ricerca della verità abbia una connotazione politica molto precisa. Non temi che una caratterizzazione del personaggio così diretta, quasi solare, possa renderlo didascalico?

Spero che nessuno lo percepisca così. Mi sembra che i personaggi chiave del romanzo presentino una loro intima autenticità, fatta di bene e male mescolati insieme. Anche la storia è verosimile (per non dire già vista). Quanto alla situazione politica italiana, siamo arrivati alla frutta, segnatamente alle banane. Non c’è molto da aggiungere.

Oggi Genova sta vivendo uno scontro molto aspro sul tema dell’immigrazione, e la sua stessa identità laica e di tolleranza è in gioco. Sulla costruzione della moschea la città è spaccata, ma mi sembra che l’opinione del protagonista dei tuoi romanzi sia abbastanza diversa tra moschea sì oppure no.

Genova, come Marsiglia e Barcellona, è una città portuale aperta al mondo e non è affetta dal delirio xenofobo e razzista che ha impestato le coscienze di tanta parte del paese. Al di là di quello che scrivono i giornali, girando per la città vecchia è sempre più frequente vedere i genovesi mescolati agli stranieri, frequentare le loro botteghe, consumare il caffè negli stessi bar, abitare negli stessi palazzi. Non mi pare che la squallida gazzarra scatenata dai leghisti e dai loro accoliti sulla moschea (indegna di un paese civile) abbia prodotto uno sfacelo elettorale della sinistra genovese, neppure nel quartiere direttamente interessato. Questo vorrà pur dire qualcosa.

Le storie degli emigrati che riporti sono spesso piene di paura, sacrifici, fughe disperate dalla guerra e dalla fame, famiglie spezzate e affetti difficili da ricostruire a causa della lontananza. Molti italiani, invece, li trovo deprivati di sentimenti e cinici. Oltre alla massiccia adesione al berlusconismo, non trovi anche che si stia realizzando una diminuzione di identità e di esperienza che si contrappone alla durezza e alla vitalità degli emigranti?

Gli emigrati, al di là degli stereotipi di comodo (persecutori o idealizzanti) hanno molto da insegnare a un’Europa sempre più vecchia, logora e stanca. Anche nella letteratura e nel cinema, le loro vicende umane generano storie interessanti, capaci di esprimere qualcosa di veramente nuovo. Le novità culturali sono sempre state il frutto dell’incontro fra culture diverse. Per essere terra terra, guardando nel cortile di casa, ci siamo accorti che i nostri vicoli, grazie agli arabi e agli ispanici, sono tornati a riempirsi di bambini? Per loro la strada è un luogo naturale di socialità condivisa e in questo noi abbiamo tanto da scoprire (o ri-scoprire). Forse certe nostalgie leghiste si umanizzerebbero se ponessero attenzione anche a certi dettagli antropologici.

Nei romanzi precedenti hai forse cercato un’ispirazione da Vazquéz Moltalbán, ora mi sembra che tu stia riflettendo su altri modelli letterari. Quali?

Sono partito da tre grandi maestri: Chandler, Moltalbán e Izzo, che restano per me modelli inarrivabili. Come hai rilevato, in Colpi di coda si avverte l’ispirazione di Le Carré, il maggiore autore di spy story vivente. La figura di O’Flaherty e la sua vicenda umana ricordano certi tratti del Barley Scott Blair de La casa Russia. Resta il fatto che la scrittura è un lavoro artigianale che si impara, come qualunque altro, leggendo buoni autori e misurandosi con nuove storie, e spero che questo esercizio mi aiuti ad affinare uno stile personale sempre più sobrio ed efficace.

Ti è servita per scrivere la tua lunga esperienza di psicoterapeuta? In quali aspetti dei tuoi romanzi possiamo cogliere la collezione di esperienze umane e di sofferenza?

Per me è difficile rispondere a questa domanda. Mi è sicuramente servita, perché fa parte della mia esistenza e del mio vissuto più profondo, allo stesso modo di essere stato figlio di operai, di essere padre, di essere nato negli anni Cinquanta, di avere frequentato un certo ambiente, ecc. Quello che intendo dire è che non ho mai usato consapevolmente quelle conoscenze per costruire trame e personaggi. Mi auguro che quel bagaglio di esperienze mi abbia permesso di dare spessore e verosimiglianza ai caratteri e alle situazioni, ma, per fare un esempio, non ho mai usato la psicologia come certi autori di thriller utilizzano le conoscenze medico-legali. Anche la definizione che la fidanzata psicologa di Bacci affibbia al detective, “analfabeta dei sentimenti”, è una metafora, quanto di meno tecnico si possa immaginare. In un solo romanzo, Le cose che non ti ho detto, ho cercato di compiere una riflessione sulla psicoanalisi e sulla sua presunta crisi, in quanto modello di pensiero “forte”, di tipo novecentesco. Qualcuno l’ha inteso come una demolizione della psicoanalisi, ma per me è l’esatto contrario. L’ostinazione a indagare del detective risponde a un modello di “pensiero forte”, tanto che lo psicoanalista in crisi lo rimprovera dicendogli: “Lei è un uomo di altri tempi, vuole sempre capire, capire, capire”. Il rapporto tra i due è una specie – mi perdonino i miei colleghi – di analisi reciproca.

Qualcuno dice che la tua è una narrativa maschile incentrata sulla difficoltà di rapporto con le donne…

Vero, verissimo.

A me era piaciuto molto Rossoamaro, c’era finalmente una riflessione sui costi umani della Resistenza. Ma com’è che in Italia il fascismo ha ancora così tanto seguito?

Il nuovo fascismo ha un padre e una madre, ovvero il bieco e miope interesse economico e la televisione commerciale, strettamente legati in un abbraccio perverso che ha trasformato i cittadini in consumatori, la politica in spettacolo e le istituzioni culturali (a cominciare dalla scuola) in enti inutili. È un fenomeno generale, che ha investito tutto il mondo occidentale, anche se le vicende storiche di altre nazioni hanno provveduto a garantire dei contrappesi, degli antidoti culturali e morali che all’Italietta sono sempre mancati. Vent’anni di barbarie e chiacchiericcio hanno massacrato le facoltà critiche delle nuove generazioni e la democrazia. Il punto è che questa strategia ha il fiato corto e oggi mostra la corda. Non riesce a prospettare alcun futuro credibile a un paese sempre più rabbioso, disorientato, arretrato e lacerato tra ricchi e poveri. In un contesto simili le tentazioni autoritarie diventano un pericolo. La vicenda della destra italiana è emblematica. Qualcuno comincia a chiamarsi fuori e a cercare nuove strade, anche perché (forse) nella società civile ci si comincia ad accorgere che gli speculatori finanziari sono molto più pericolosi degli immigrati clandestini. Speriamo bene. Quanto alla sinistra, essa è per definizione internazionalista, o non è. O riesce a sviluppare una proposta di società che trascenda i limiti nazionali o continuerà a restare all’angolo. In Italia e in tutta Europa. Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da scrivere.

 Il tuo prossimo romanzo sarà ancora una storia con Bacci Pagano?

Sto lavorando a un romanzo senza investigatori e senza indagini. La vicenda di un uomo, arrivato al tramonto della vita, che si guarda indietro e fa i conti con i propri errori, le proprie colpe e quanto di buono ha combinato nella vita. Un uomo agli arresti domiciliari, un prigioniero politico nel pieno di una nuova guerra: la guerra di secessione italiana.

I libri di Bruno Morchio

Bacci Pagano. Una storia da carruggi, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2004
Maccaia, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2004.
La crêuza degli ulivi. Le donne di Bacci Pagano, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2005.
Con la morte non si tratta, Milano, Garzanti, 2006.
Le cose che non ti ho detto, Milano, Garzanti, 2007.
Rossoamaro, Milano, Garzanti, 2008.
La Genova di Bacci Pagano, foto di Gianni Ansaldi e Patrizia Traverso, Genova, Il Melangolo, 2009.
Colpi di coda, Milano, Garzanti, 2010.
Il profumo delle bugie, Milano, Garzanti, 2012.Lo spaventapasseri, Milano, Garzanti, 2013.
Un conto aperto con la morte, Milano, Garzanti, 2014.
Il testamento del Greco, Milano, Rizzoli, 2015.
Fragili verità, Milano, Garzanti, 2016.
Un piede in due scarpe, Milano, Rizzoli, 2017.Uno sporco lavoro. La calda estate del giovane Bacci Pagano, Milano, Garzanti, 2018.
Le sigarette del manager. Bacci Pagano indaga in val Polcevera, Milano, Garzanti, 2019.
Dove crollano i sogni, Milano, Rizzoli, 2020.

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