22 Gennaio, 2022

Ivan Smiljanić, Zoran Smiljanić / Fuoco e distruzione ai tempi neri del fascismo

Ivan Smiljanić, Zoran Smiljanić (ill.), La Fiamma nera. Il rogo del Narodni dom a Trieste, tr. Darja Betocchi, Qudulibri, pp. 120, euro 18,00 stampa

Non solo graphic novel, ma vero e proprio libro di storia, preciso e illuminante, ideale per un pubblico di giovani. Un libro che racconta un avvenimento di enorme significato simbolico per la città di Trieste: l’incendio del 13 luglio 1920, che distrusse completamente il grande edificio polifunzionale di 3600 mq, e che costituiva il centro delle attività economiche e culturali della comunità slava cittadina. Lì avevano sede l’Hotel Balkan, una banca, una sala di lettura, un teatro, decine di associazioni culturali, una palestra e un caffè. Il rogo del Narodni dom fu il battesimo di fuoco del fascismo, che a Trieste trovò terreno favorevole. Dopo il primo conflitto, l’economia era distrutta, la città era attraversata da reduci senza lavoro, l’odio si concentrava sugli sloveni e sui croati che dimostravano la non omogeneità linguistica della città e negavano, con la loro presenza, l’italianità del territorio e l’illusorietà della sua “redenzione”.
Il conflitto, latente tra italiani e sloveni sin dalla comune appartenenza all’impero austroungarico, trovò l’apice con lo svilupparsi dell’irredentismo e con l’impresa di Fiume e – dopo la guerra – con il Trattato di Rapallo che assegnò all’Italia più di quanto il Patto di Londra prevedesse e incorporò nella Venezia Giulia 300.000 sloveni e 200.000 croati. Il conflitto latente diventò vera e propria ostilità, con l’irrobustirsi di organizzazioni nazionalistiche italiane, slovene e croate che iniziarono una stagione di lotta armata. I governatori militari e civili, Petitti di Roreto e Mosconi, cercano in un primo tempo di assimilare gli sloveni ma senza successo. Fu poi il fascismo, con le leggi razziste, i trasferimenti degli impiegati pubblici, la chiusura delle scuole, la distruzione di redazioni di giornali, l’espropriazione di terre, l’emigrazione, a voler integrare a forza o a espellere definitivamente una popolazione che aveva conosciuto uno sviluppo economico e finanziario importante ai primi del Novecento.
Il Narodni dom era situato nell’attuale piazza Oberdan, progettato da Max Fabiani, architetto di origine austriaco-italiana, e realizzato tra il 1901 e il 1904. Gli autori di La fiamma nera ricostruiscono il contesto storico e ideologico in cui avvenne la violenta distruzione dell’edificio attraverso il rapporto di amicizia fra Giuseppe e il coetaneo Josip, uniti dalla stessa passione per la narrativa western e per il popolo degli Apache, con il quale entrambi si identificavano prima che il fascismo si affermasse politicamente. Da allora Giuseppe diventò una camicia nera e partecipò alle aggressioni contro gli sloveni e i socialisti, Josip invece prese via via consapevolezza dell’oppressione della sua comunità e si ribellò, venne picchiato dalle squadracce, perché impiegato al Narodni dom, da cui cercò di far uscire indenni gli ospiti terrorizzati dalle fiamme. I pestaggi dei fascisti, la furia popolare quando la folla si avvicinò al palazzo sloveno per incendiarlo, le fiamme, il terrore di chi, chiuso nel palazzo, temendo di uscire ed essere malmenato rischiava di bruciare vivo, è resa palpabile dai disegni evocativi in bianco e nero che suscitano emozioni e immedesimazioni superiori alla sola scrittura. Il pregio del volume è quello di presentare la storia dell’incendio dai punti di vista – italiano e sloveno – ricavati non solo dalla storiografia, ma dalla stampa del tempo, quella nazionalista italiana e quella slovena. E qui è la parte interessante, perché il modo di interpretare i fatti, individuare gli autori dell’attentato, descrivere la dinamica dell’incendio, il ruolo delle forze dell’ordine, il comportamento della folla, divergono completamente a seconda del punto di vista. Impressionante è il disegno rappresentante due ospiti dell’albergo, Hugon e Pavla Roblek, che, secondo la stampa italiana, vennero invitati dalla folla a lanciarsi da una finestra dell’albergo sostenuti da un lenzuolo teso sulla strada, mentre da parte slovena si affermava che li avessero fatti schiantare al suolo consapevolmente.

Molti particolari della vicenda sono analizzati in modo opposto e comparabile: in questo modo il volume insegna al giovane lettore cosa sia un conflitto di memoria e come la storia del confine orientale sia interpretata nello stesso territorio da punti di vista spesso preclusi agli storici italiani per la scarsa conoscenza della lingua e dunque mancanti della complessità originale. In sintesi, grande emozione e coinvolgimento giungono dalla storia dei due amici, di cui non riveliamo il finale. Questo libro dimostra come si possa arrivare a una unità dei popoli attraverso maggiori conoscenze storiche e linguistiche: cosa chiedere di più per presentarlo utilmente ai ragazzi?