C’è molto buio, in questo piccolo e bellissimo libro di Jon Fosse. C’è sempre molto buio nei suoi libri, è vero, ma il buio di Lei è Ales è più intenso, più denso, anche più cupo. È il buio al di là della finestra, il buio dell’inverno nordico, freddo, ventoso, con solo il rumore del mare a fare compagnia. È il buio della perdita e della scomparsa, perché Signe, davanti alla finestra della Vecchia Casa, guarda il buio e conta quanti anni sono passati da quando Asle è scomparso. Asle che è uscito come suo solito, nonostante il buio e il freddo e il vento, per andare a vedere la barca, magari anche a fare un giro sulla barca. È uscito come fa sempre, e Signe si chiede se esce perché è stanco di lei, ma Asle torna sempre, tranne quel giorno in cui non è tornato.
Con lo stesso dolore e con la stessa paura di allora, Signe ripercorre il tempo infinito dell’attesa, le domande senza risposta che le girano in testa, vorrebbe non pensarci ma continua a pensarci. Ed è questa condizione di quando qualcuno scompare, così senza un motivo, e non si può smettere di aspettarlo, che si resta sospesi, fermi. La vita ci passa di fianco e a un certo punto il passato e il presente si fondono in un unico tempo non tempo, non si riesce più a distinguere tra ieri, cinquant’anni fa, cento anni fa, oggi e domani.
Nella Vecchia Casa, dove Signe abitava con Asle e dove prima avevano abitato i genitori di Asle e i nonni di Asle, nella Vecchia Casa ora insieme a Signe abitano gli antenati di Asle e soprattutto Ales, la nonna Ales, che dà il titolo al libro. Il tempo ha perso la sua linearità (se mai l’ha avuta) e le sue artificiose suddivisioni, così che nella Vecchia Casa, che è essenziale e semplice ma molto amata, che è calda perché sempre c’è qualcuno che si occupa di mettere nuova legna nella stufa e che è accogliente grazie a quel calore, indispensabile quando si ritorna dal freddo dal vento e dal buio, nella Vecchia Casa convivono generazioni diverse. Si sdraiano sulla panca, guardano il buio fuori dalla finestra, cucinano uova fritte e pancetta fritta, si scaldano alla stufa. Sono contemporanei in un senso che non è quello comune della parola, ma in un senso che gli è dato dall’annullamento e dalla dilatazione del tempo nello stesso tempo.
C’è anche molto dolore, in questo piccolo e bellissimo libro di Jon Fosse. Il dolore di Signe per l’assenza di Asle, un dolore che i trent’anni ormai passati non hanno domato o affievolito. Il dolore per Asle bambino, che riceve in regalo una barca per i suoi sette anni, una barca di legno che mette in mare e che affonda poco dopo che si è allontanato dal porto, insieme a lui. E qui il buio della perdita, il buio del fiordo, dell’inverno, della notte, è ancora più drammatico.
Ma questo buio che domina il racconto non è semplice mancanza di luce. È piuttosto una tappa di quel percorso dentro di noi che alle volte il dolore ci consente, o ci incita a fare; un’esplorazione di noi stessi e dei nostri luoghi inaccessibili, alla fine della quale la conoscenza di noi stessi è rafforzata e ci rende magari non più forti ma di certo più umani.
E come negli altri romanzi di Fosse, le parole sono semplici, sono comuni, sono essenziali, spesso ripetute come in una partitura a tratti ipnotica a tratti singhiozzante, ma sembra permeata da un’armonia così profonda che ne restiamo incantati. È una scrittura in cui la semplicità consente stratificazioni e sfumature che parole complicate o sofisticate non consentirebbero, mentre le parole di uso comune, con la loro storia, l’utilizzo costante e da parte di persone così diverse, ce le evocano e ce le fanno percepire o intuire. È una scrittura danzante e leggera, che potremmo riconoscere tra mille. E che speriamo di poter leggere ancora, e presto.


