Come di tanti paesi poco conosciuti, abbiamo della Giamaica un’idea ingenua e falsamente idilliaca: un paese dove si canta e si balla, ci si veste di colori accesi, si portano i rasta, si è poveri ma allegri. Una visione colonialista, già. Invece dalla Giamaica chi può se ne va. E va negli Stati Uniti, a Miami, la destinazione più raggiungibile. Tutto sommato anche di Miami abbiamo una visione ingenua e falsamente idilliaca: l’architettura Deco, l’oceano, il clima mite e soleggiato, i pensionati che svernano giocando a golf; sappiamo che ci sono molti emigrati, che vengono da Cuba e dai Caraibi per lo più, ma pensiamo che prima o poi ce la faranno a realizzare il loro “American dream”. Finché arriva un libro – di Jonathan Escoffery, origini giamaicane – che ci apre gli occhi. Un esordio, ma subito riconosciuto e infatti finalista al Booker Prize, al National Book Award, al PEN/Faulkner Award e alla Andrew Carnegie Medal for Excellence in Fiction.
Se campo più di voi ci apre gli occhi non intenzionalmente. Semplicemente raccontandoci una vita, una famiglia, un ragazzo. Topper e Sanya sono scappati dalla Giamaica negli anni Settanta, in cerca di fortuna ma soprattutto di sicurezza, di benessere ma soprattutto di pace e serenità. Hanno due figli, Delano e Trelawny. Trelawny è nato negli Stati Uniti, è cresciuto parlando inglese. Non è del tutto nero ma neppure bianco. Molti lo scambiano per latino, sudamericano, finché non apre bocca e si scopre che non sa una parola di spagnolo. Trelawny non sa rispondere alla domanda “Ma tu che sei?” Non è la classica domanda “Ma tu chi sei”. È più insidiosa, più complessa. Non è una domanda a partire dalla quale si può costruire un’identità, un sé, un percorso di vita.
La famiglia di Trelawny è fragile e precaria, si disfa come moltissime altre famiglie. Trelawny va al college nel Midwest, dove il suo essere non del tutto nero equivale a esserlo del tutto, nessuno guarda tanto di fino. Ma è dopo il college, quando torna a Miami laureato in Lettere, che la vita si fa davvero difficile. Gli Stati Uniti stanno attraversando la crisi dei mutui subprime, crisi come tutte pagata dai poveri, dagli immigrati di seconda generazione, dai giovani. Il padre di Trelawny si è fatto una bella casa ma nella zona della città che è già parzialmente sott’acqua. Una casa marcia che affonda lentamente. Che comunque è destinata al figlio prediletto, Delano. Trelawny non può vivere con il padre e non può aspirare a ereditare qualcosa. Così vive in macchina, rimedia dei lavoretti giusto per mangiare e pagarsi il telefono. Prova a ritornare in Giamaica, ma anche lì non ci sono possibilità.
In una serie di racconti collegati come i capitoli di un romanzo, Escoffery ci racconta l’oggi. I sogni perduti, il futuro impossibile, la crisi climatica, il fallimento del sogno americano, l’ingiustizia connaturata al sistema capitalistico. Ci racconta il dramma del non sentirsi a casa né dove si è nati o dove sono le proprie origini, né nel paese in cui si è immigrati. Ci racconta l’impossibilità di costruirsi un’identità, un sé che abbia una forma, quando intorno a noi tutto sta andando a pezzi e nessuno se ne vuole accorgere. Ci racconta le famiglie disgregate, i padri che non ne vogliono sapere dei figli. Ci racconta il dolore e la disperazione di una vita in bilico, in balia della clemenza del caso. E lo fa con un’ironia e una leggerezza che non sembrerebbero possibili ma che invece vediamo e viviamo pagina dopo pagina, usando un linguaggio inventato che mescola l’inglese e il patois giamaicano con effetti sorprendenti. Lo fa anche con grande consapevolezza: che il dolore va attraversato e che alla fine di quel viaggio ci può essere la liberazione, ovvero il perdono.
È, questo del perdono, un tema bellissimo e importantissimo. Nelle società in cui viviamo ognuno è ritenuto responsabile della propria vita, artefice del proprio successo o del proprio fallimento. Ma in realtà nessuno vive nel vuoto, nessuno è senza un contesto che gli offre o lo priva di opportunità e occasioni. Nessuno è così solo e così potente da poter attribuire a sé stesso il successo o il fallimento. E soprattutto se, come per la maggior parte di noi, i fallimenti sono molti di più dei successi, bisogna offrire e offrirsi il perdono. Perdonare gli altri e se stessi. Non è solo un atto di pacificazione, il perdono, ma di conoscenza e riconoscimento. È una presa di coscienza, è quella consapevolezza che ci rende umani.


