“Ormai si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig nel febbraio del 1933 fiutando, insieme alla guerra imminente, l’attacco alla civiltà europea e ai valori dell’umanesimo. “Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita. Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”. Ombre folli è il titolo tratto da una missiva di Joseph Roth e scelto per presentare le lettere che questi e Stefan Zweig si scambiarono dal 1927 fino al 1938, nubi oscure alle quali non si voleva credere ma che inghiottirono in breve tempo le vite di milioni di uomini. Il mondo appare “ancora più tetragono che nel 1914”. Gli atti di bestialità vengono accettati, mentre nessuno sembra opporsi al loro dilagare. Roth invita Zweig a lasciare la casa che brucia, per la sua incolumità. Salvare la propria vita e le proprie opere, questa è la priorità. L’idea di Zweig di chiamare gli scrittori tedeschi di razza ebraica per redigere un manifesto comune, nel quale descrivere la propria situazione viene salutato con favore dal collega il quale, con la praticità che lo contraddistingue, evidenzia la necessità di coinvolgere anche i letterati non ebrei. Un progetto che, comunque, non trovò realizzazione. “Ognuno pensa solo a sé stesso”, scrive Zweig in una missiva a Romain Rolland, aggiungendo amaramente “il silenzio degli intellettuali tedeschi resterà nella storia”.
I due scrittori provenivano da ambienti profondamente diversi. Zweig crebbe in una famiglia agiata, mentre Roth aveva origini ben più modeste. Quando si conobbero il primo era già famoso, mentre il secondo ancora arrancava alla ricerca di una effettiva legittimazione. Un carteggio commovente, punteggiato dalle continue lamentele di Roth riguardo la mancanza di denaro e le difficoltà incontrate con gli editori. La voce di quest’ultimo emerge nel carteggio, anche perché molte lettere di Zweig sono andate perdute. Tale predominanza tinge il volume di un tono disperato, nel quale le difficoltà personali riverberano nel tragico evolversi della storia. Roth vede nel ritorno degli Asburgo l’unica maniera per invertire il cammino verso la catastrofe; ipotesi, naturalmente, impossibile.
A volte una flebile speranza si fa largo nella disperazione, ma è il tono apocalittico a prevalere. “La parola è morta. Gli uomini abbaiano come cani”. I roghi dei libri annunciano l’annientamento del pensiero. Roth, a volte, stigmatizza l’atteggiamento esitante di Zweig nei confronti della Germania, mostrando lucidità e consapevolezza dell’inevitabile precipizio nel quale tutto sta per sprofondare. “Adesso, in quest’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione, adesso persino Goethe non avrebbe taciuto”. Roth comprende che non è più il tempo di parlare di ebrei e di non ebrei. Chi si sente al sicuro in quanto estraneo alla razza semitica, soffrirà comunque le conseguenze del nazismo. L’amicizia fra i due scrittori risale al 1927 quando, ricevuta una copia di Ebrei erranti, Zweig si complimenta con il suo autore. Quando Roth scrive: “Lei deve chiudere o con il Terzo Reich o con me”, siamo davvero in un momento drammatico della loro conoscenza. La situazione dei diritti editoriali, oltremodo confusa, e il bando subito da molti scrittori crea tensioni. La nullità dei contratti stipulati fra autori ebrei ed editori ariani, sancita da una legge del 1933, definisce un punto di non ritorno.
È lo stesso Zweig a sottolineare la necessità di non accapigliarsi l’un l’altro, per non favorire le politiche naziste, e di imparare a vivere in solitudine, senza farsi fagocitare dalla spirale di odio. Se il fascismo è il male anche il comunismo si trova, secondo Roth, sul medesimo piano. Il caos imperante alimenta le pulsioni autodistruttive dello scrittore, il bere smodato che aggrava le sue già precarie condizioni. Il ricovero in un istituto per malattie mentali della moglie Friedl rappresenta un colpo molto pesante per Roth, anche dal punto di vista finanziario. Le difficoltà economiche lo perseguitano, e non è raro che l’amico gli venga in soccorso con un prestito. “So che tra le maledizioni del denaro c’è anche questa: distrugge i più nobili vincoli”, afferma Roth, temendo di perdere l’amicizia del suo stimato collega. Effettivamente egli stesso stigmatizza il proprio carattere, che lo porta a contrarre debiti in continuazione, anche per venire in aiuto di perfetti sconosciuti.
In confronto al più assennato Zweig, Roth appare sconsiderato. A volte si lascia andare ad affermazioni estreme, come quando vede nel cinema il vero Satana: “il telefono, l’aeroplano, la radio, non sono nulla al confronto; nulla rispetto all’aver staccato dall’uomo la sua ombra”. Deliri dovuti forse all’eccesso di alcol, anche se lo scrittore giura questo sia la conseguenza, non la causa. “Io ci godo a essere un rinnegato, tanto per i tedeschi quanto per gli ebrei, e ne vado fiero”. Roth afferma con orgoglio la propria alterità. Il fatto di essere ebreo è per lui “una qualità accidentale”, come avere i baffi biondi. Riguardo i sionisti, li giudica “molto simili ai nazisti”. Il pessimismo di Roth si manifesta in innumerevoli esternazioni. “Il mondo non ha mai avuto una coscienza”, afferma lo scrittore togliendo di mezzo qualsiasi residua speranza. Le lettere che scambia con Zweig sono un’ancora di salvezza nel bel mezzo di un abisso. Il sonno gli manca sempre, e le notti sono interminabili. Egli stesso si definisce per metà cadavere, e per l’altra metà pazzo.
Nella ridda di iperboli e gestualità drammatiche cogliamo giudizi sui propri lavori, o su quelli altrui, notazioni sulla nascita di opere oggi celebri, allora minacciate dalla follia nazionalsocialista. Zweig cerca di spronare l’amico a moderarsi nel bere, come egli stesso ha fatto con il fumo. Ma il vulcanico Roth non conosce limiti, ed è uso perdersi dietro pericolose fantasticherie. Un atteggiamento che incrinerà i rapporti fra i due a partire dal 1937. Roth morirà nel maggio del 1939, fiaccato nel corpo e nell’anima, alla vigilia della catastrofe. Anche il più equilibrato Zweig non regge al peso della storia, alla distruzione del proprio mondo. Spossato dal continuo peregrinare, dall’essere errante e senza patria, si toglierà la vita in Brasile nel febbraio del 1942.


