Sapere che questo è l’ultimo libro di Julian Barnes è triste. Sapere che è malato di una malattia terminale (con la quale sembra riuscire a convivere decentemente, per fortuna) è altrettanto triste. Ma visto che qui parliamo di libri, ci concentreremo su Partenze, su questa sorta di libro di addio. Libro indefinibile e fuori dai canoni, in cui risuonano il garbo e l’ironia che sono la cifra propria di Barnes e una delle cose per cui noi lettori lo amiamo profondamente. In questo momento storico poi, garbo e ironia sembrano attributi di un altro pianeta, e mi risulta particolarmente caro che lo scrittore non li abbia abbandonati ma gli dia anzi nuova linfa, nuovo nutrimento.
Partenze è un libro sulla memoria, tra le altre cose. Comincia con le parole I AM, che oltre a “io sono” in inglese indicano anche la Involuntary Autobiographical Memory, quella memoria autobiografica involontaria che viene scatenata o suggerita da uno stimolo sensoriale: un esempio per tutti la Madeleine di Marcel Proust da cui nasce Alla ricerca del tempo perduto. E certo c’è, la memoria autobiografica volontaria, ma c’è anche una memoria volontaria, una memoria che soprattutto quando non siamo più giovani ci arricchisce le giornate con i ricordi, nutre i ragionamenti con dati acquisiti tempo prima, e ci fa ripercorrere la nostra vita dandogli un senso. La memoria, secondo Barnes, non è un archivio di dati, ma uno strumento per interpretare la realtà, quella del momento che si sta vivendo, quella dell’oggi. E la memoria più autentica, e direi anche più importante, non è quella che fa ordine e riorganizza il passato, ma è quella che disorienta, che mette in discussione, che riapre il gioco e spariglia le carte.
Partenze è anche un romanzo, la storia d’amore tra Stephen e Jean. Un incontro promosso dallo stesso Barnes ai tempi dell’università, un amore grandissimo che però a un certo punto finisce. Quasi per gioco, o per sfida, Barnes dopo quarant’anni si fa ancora promotore dell’incontro tra Stephen e Jean, che non si sono mai dimenticati e che decidono di riprovarci, si sposano, sembrano felici. Ma qualcosa non funziona neanche questa volta. Vissero per sempre felici e contenti è solo il finale di una favola, lo sappiamo. Ma tifiamo per Stephen e Jean, come anche lo scrittore, pur consapevole che le storie d’amore, per quanto grandi e intense e determinanti in genere non fanno una bella fine.
Partenze è un libro d’addio. Barnes racconta la sua malattia, con ironia e garbo appunto, racconta come ci si avvicina alla propria fine. Già l’età porta con sé una consapevolezza bella e importante; la malattia la acuisce e la accelera. I ricordi che emergono spontaneamente, o quelli che si cercano attivamente, sono sostenuti dal sapere che presto si partirà. Partire è un po’ morire, si dice, e lo si dice in riferimento a quello stato d’animo particolare che illumina il quotidiano di uno sguardo eccezionalmente benevolo, che accende le cose che conosciamo di una luce nuova, che le rende interessanti e quasi preziose. Una sorta di nostalgia dolce, di struggimento, di allerta dei sensi, di attenzione acuta, di percezioni nitide e chiare.
Partenze è anche una meditazione sulla vita e sulla scrittura, che ovviamente per Barnes sono la stessa cosa. Ci racconta come scrive, gli appunti, le annotazioni, le idee. Lo fa con leggerezza e distacco, esattamente come nei romanzi. Lo fa parlando con il lettore, chiamandolo in causa, offrendogli la possibilità di scegliere e partecipare. È qualcosa che ha sempre fatto, che ha fatto nei romanzi che abbiamo amato, ma che forse qui fa in un modo ancora più evidente, più esplicito. Una sorta di dialogo aperto in cui noi lettori ci sentiamo chiamati in causa, e alla fine ci sembra di aver persino di aver contribuito allo svolgimento della storia. Che poi forse, è davvero così.
Partenze è anche un libro sui cani. O meglio su un cane. Un Jack Russell di cui ci si chiede se è consapevole della sua caninità. Un cane che è un compagno, un amico, una spalla. Non so bene perché ma mi sono ricordata dell’ultimo libro di Edmondo Berselli, Liù, che era un libro di addio in cui il protagonista era il suo cane, compagno, amico, spalla. Forse, quando invecchiamo e poi ci ammaliamo, capiamo che non siamo così diversi dagli animali. Ci separa la parola, quantomeno la parola come la conosciamo, ma poco altro.
Insomma, Partenze è tanti libri in un solo libro. A leggerlo si prova quella bella sensazione di stare seduti al tavolino di un caffè, in un giorno tiepido di primavera, in una strada di città, a guardare la gente che passa e chiedersi chi sono, dove vanno, sono felici, sono arrabbiati, che cosa gli è successo. Proprio come Barnes. Certo poi lui da quelle domande costruisce un libro, per la gioia di noi lettori. E potrebbe anche darsi che Partenze non sia il suo ultimo libro. Lui stesso ci dice che ha taccuini pieni di appunti e di note da cui potrebbero nascere altre storie. Tuttavia, anche se Partenze fosse davvero l’ultimo libro, gliene saremmo infinitamente grati.


