La vita al tempo della letteratura

Javier Marías, Vite scritte, tr. Glauco Felici, Einaudi, pp. 222, euro 19,00 stampa, euro 9,99 epub

Javier Marías forse canticchiava allegramente quando affermava, nella premessa a questo libro, che non avremmo incontrato giudizi o riscontri di simpatia o antipatia verso i personaggi trattati. Sarà vero, ma se avesse davvero adempiuto al proposito l’opera sarebbe risultata meno divertente. D’altronde tracce e indizi trasversali di gossip e occasioni di sghemba biografia da sempre trasformano scritti asettici in memorabili occasioni di cordialità per lo più postuma. Fatto che trasforma, oltre ogni sconsideratezza, scrittori e biografi in creature perfino piacevoli. Al netto di svendite corporali e affitti di charme part-time agli offerenti migliori.

Esclusioni e inclusioni, a detta dell’autore, devono considerarsi casuali, per questo ancora (entrambe) più maligne, Marías però non cerca l’incoscienza mondana, né la sottrazione del saluto, alla fine Vite scritte può leggersi come una sophisticated comedy dai tratti appena sfumati di bizzarrie che sembrano inventate, ma che sono per lo più formalmente esatte. Ritrovarsi troppo rinomati è un’arma a doppio taglio, offre piegoline maliziose a chi indaga: Marías non si sottrae a questa dilettevole possibilità, così s’infiltra negli interstizi e si diverte a divertirci con pagine di romanzo in cui i protagonisti – con loro sommo gaudio dall’aldilà, essendo tutti trapassati – sono gli stessi scrittori.

Dopo alcuni anni dalla prima edizione l’autore deve essersi accorto che in mezzo ai tanti maschietti di penna da lui trattati pochissime erano le scrittrici, tre addirittura: Isak Dinesen (alias Karen Blixen), Madame du Deffand (chi era costei?) e Djuna Barnes. Per questo s’inventò il capitolo Donne fuggitive, il cui titolo ahimè potrebbe dar luogo a qualche rischiosa notazione femminista. A discapito, ça va sans dire, dell’autore. Perché “fuggitive”? E da chi? Forse da villain ostili e di nessuna grazia?  Ma anche qui la scelta appare tanto arbitraria da avere un suo senso. Ma non siamo diffidenti, e una pur scarsa bibliografia accompagna l’opera. Compresa l’iconografia non banale, di sane caratteristiche estetiche e in grado di rappresentare sia le anime sbandate sia le corrette tipologie di un’epoca. Alle immagini collezionate l’autore dedica un paragrafo dove l’arguzia è sempre evidente, e la familiarità non nascosta. Noi vediamo figure intere in molte posizioni, e particolari su cui incitare l’immaginazione. Sembrano persone vere. Dedite a vivere, non soltanto a scrivere o rasentare scelleratezze. Come si dice, più qualcosa è improbabile, più risulta vera.

Ventisei vite “scritte”, cominciando da Faulkner, amante dei cavalli verso cui dirige la sua attività letteraria al solo scopo di comprarli, dimostrando un carattere non propriamente simpatico. La sua opinione sugli scrittori nordamericani? Tutti falliti. Conrad, perennemente in accappatoio e seminatore di bruciature a causa dell’eterna sigaretta fra le dita. Non gli piacevano i poeti (e fin qui nulla di male), Flaubert e Maupassant fra i prediletti. Tradizionalista e silenzioso, di grande ironia veniva definito da chi lo frequentava. Dinesen spettrale (occhi carichi di kohl), baronessa Blixen, la conoscono tutti, l’alimentazione di ostriche e champagne criticata a un pranzo da Arthur Miller forse trovò un parere più delicato in Marylin Monroe. Ora incantevole e terribile nei voltafaccia, adorava Shakespeare sostenendo di avere tremila anni. Irripetibili le oscenità scritte da Joyce in lettere alla moglie Nora, non piacendogli le meretrici, superstizioso sacerdote della scrittura, ubriacone e definito lapidariamente da Nora: “Un fanatico”. Non si era degnata di leggere l’Ulisse. L’unico evento straordinario nella vita di Tomasi di Lampedusa: la pubblicazione del Gattopardo dopo la sua morte. La misantropia di Nabokov si sfogò in Lolita, sfuggita ai suoi tentativi di bruciarne molti capitoli grazie alla moglie Véra. Incapace di rinunciarvi, forse amava il suo capolavoro. Immodesto lepidotterologo, da non trascurare la sua docenza alla Cornell University. Rilke faceva lirica, e questo non sembra propriamente un elogio. Adulatore sperticato, soprattutto verso donne malleabili, frettoloso nello scrivere e perennemente afflitto da guai fisici. Non si sa cosa gli piacesse, uomo infine nefasto per i poeti a lui successivi. Lowry appassionato del nuoto e del gin, alle prese con innumerevoli minute di Sotto il vulcano sempre respinte dagli editori. Cordiale, bello, corti di omosessuali di lui invaghiti, ukulele sempre a portata di mano, così come tequila e mescal. Rimbaud immenso e osceno, e fin qui niente di originale. Ma facilmente stancabile di sé, anche dei suoi ultimi anni in Abissinia. Quando a Parigi la leggenda ormai era cresciuta a dismisura, lui infastidito decretò “Merda alla poesia”. Barnes, donna brillante nella Parigi degli esuli. Più elegante che bella, afferma Marías, per alcuni taciturna, e bersaglio di assedi femminili, soprattutto da parte di scrittrici. Donna inflessibile per carattere e scrittura, elogiata apertamente da Eliot a proposito di Nightwood. A Lowry offrì molta birra ma colpevolizzandolo per il successo di Sotto il vulcano. Ebbe una vecchiaia interminabile, nel suo appartamento di New York. Giudicava spazzatura Henry Miller ed ebbe cortesissimi assegni da Peggy Guggenheim. Molte sue poesie nessuno le ha ancora lette. Vernon Lee, abile conversatrice, nomade da ragazza e stabile a Firenze in età adulta. Precoce scrittrice, dura di giudizi, tailleur cravatta e feltro floscio, i suoi racconti migliori trattano di ombre e fantasmi. Freud, non casualmente, era la sua bestia nera. Adah Menken, poetessa di un unico libro e pubblicato una settimana dopo la sua morte. Donna (“Signora”) del teatro nordamericano dai molti mariti e numerosi amanti (Dumas père e Swinburne). Verlaine la prese in giro, ma la sua strepitosa cavalcata in Mazeppa (tratto da Byron), in attillata maglia color carne, riempiva le sale su entrambe le coste dell’Atlantico. Il suo libro di versi uscì tardi a causa delle indecisioni sul ritratto che lo avrebbe illustrato. L’essere postumo le risparmiò critiche feroci ai suoi versi. Emily Bronte, fanciulla riservata e di vita breve, ebbe a che fare con morti e fantasmi, tutto ciò che saturò di soprannaturale il suo unico romanzo, Cime tempestose. Morì a trent’anni, poco dopo l’amato fratello alcolizzato, rifiutando di curarsi per lasciar fare alla natura. Speculazioni incestuose? Forse.

Questo il blando panorama in sorvolo su un libro ben più ricco di storie: favole e ritratti che sembrano provini di un kolossal destinato al grande pubblico. Chiunque può trovarvi inquietudini, conformismi e trasgressioni, controluci e contromarce, depressioni e stralunatezze, congetture, malignità, e infine brani di letteratura. Quel che si dice, insomma, vita.