31 Maggio, 2020

Le due

, La vita bugiarda degli adulti, Edizioni e/o, pp. 336, euro 19,00 stampa

Non c’è dubbio che questo romanzo conferma come una delle voci più interessanti del panorama italiano contemporaneo: l’adolescente Giovanna cattura il lettore dalla prima pagina e lo tiene incollato fino all’ultima, attraverso due complessi cambi di prospettiva. Un romanzo di formazione, certo — l’educazione sentimentale di una ragazzina della bene — ma anche una storia allegorica sulla volontà nichilista di autodistruzione dell’Italia di oggi.

Giovanna, Giannina, è figlia unica cresciuta in una famiglia di insegnanti al Vomero, i quartieri alti di Napoli dove vive la borghesia cittadina. Giannina è brava a scuola e va d’accordo con le coetanee Angela e Ida, figlie di amici di famiglia, tutta gente di un circolo di intellettuali che discute di politica e affronta la vita con un certo grado di fatalismo. Un giorno però, all’età di dodici anni (e questo è l’inizio “in media res”), Giannina origlia per caso una frase che il padre dice alla madre, come commento al fatto che il suo rendimento scolastico sta peggiorando: “L’adolescenza non c’entra: sta facendo la faccia di Vittoria”.

Vittoria è la sorella di papà, “una donna nella quale combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità”. L’accusa gratuita provoca in Giannina una reazione offesa e testarda: dal momento che papà preconizza una sua discesa al livello morale dell’odiata sorella, le viene la curiosità di conoscere zia Vittoria per vedere com’è destinata a diventare lei stessa da grande.

Per dimostrare di essere tolleranti, e di non temere il confronto con un altro modo di vivere, i genitori fanno in modo che Giannina incontri zia Vittoria a casa sua, nel quartiere popolare dove è cresciuto anche papà, prima di riuscire a emanciparsi grazie agli studi. L’impatto di Giannina con la sorella del padre segna davvero l’entrata in un altro mondo, il momento in cui la ragazzina comincia sul serio a entrare nell’adolescenza, perché si verifica all’opposto di quello ovattato e affettuoso della famiglia. La principale recriminazione di Vittoria verso il fratello è quella di aver interferito nella sua relazione con un uomo sposato, riuscendo a distaccarlo da lei. Vittoria è aggressiva, meschina, vendicativa, ma tratta la ragazzina da adulta, usa il vocabolario misterioso e vietato del sesso e dal rancore; per questo fascino del proibito, per un’istintiva volontà di degradarsi, Giannina accetta di rincontrarla in segreto. Mamma e papà lo scoprono, ma ancora una volta si dimostrano tolleranti.

Mentre i genitori si dimostrano protettivi e cercano di criticare zia Vittoria solo in risposta a esplicite richieste di Giannina, dall’altra parte le arriva un profluvio di accuse e l’invito a osservare attentamente il comportamento del padre, così da riconoscerne la malvagità. È sull’onda di questa esortazione che la ragazzina fa una scoperta sorprendente, che influisce sulla sua visione del mondo. Si rende conto di quanta ipocrisia possa nascondersi dietro una famiglia felice.

I due anni che portano Giannina alla soglia dei quattordici sono un periodo di grande cambiamento, in lei e nel mondo. Si convince di diventare sempre più simile a zia Vittoria: una semplice frase del padre buttata lì in un momento di sconforto ha fatto sì che si avverasse proprio ciò che temeva. Viene trascinata nel mondo istintivo, popolare e a modo suo affettuoso del , il quartiere che ha dato i natali al padre e dal quale si è emancipato al prezzo di tagliare i ponti con la famiglia: qui i sentimenti sono come il linguaggio, diretto e incontrollato, semplice ma efficace. La curiosità di Giannina, scaturita da quella semplice frase di papà, ha aperto un vaso di Pandora, le cui conseguenze stravolgono la sua vita e quella di chi le è vicino.

Giannina si trova in bilico tra due mondi, di fronte a un dilemma: fuggita dalla comoda sicurezza dell’ambiente intellettuale di una famiglia borghese, non esattamente a proprio agio nella sensualità popolare e brusca del , con la quale non riesce a identificarsi, scopre che per realizzare le sue romantiche fantasie con il giovane dal quale si sente attratta, non servirà a nulla la sensualità istintiva della napolitanità “bassa”; al contrario, deve utilizzare quella complessità di sentimenti che riesce a esprimere solo chi ha padronanza piena del proprio linguaggio.

È questa la ragione per cui La vita bugiarda degli adulti non è soltanto un grande romanzo senza ipocrisie né smancerie sulla difficoltà di crescere, ma una metafora di una certa Italia di oggi: un tempo si sarebbe detto un’Italia piccolo-borghese, stanca del politicamente corretto, affascinata da quella vitalità urlata in slogan semplici che si è imposta anche nella comunicazione politica; e questo, naturalmente, finché non sbatte la faccia contro l’inadeguatezza di un pensiero troppo elementare, inadatto alla complessità dei bisogni e della loro soddisfazione.

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