14 Luglio, 2020

Letture della reclusione: Amras di

Thomas Bernhard, Amras, tr. , Einaudi, pp. XIV-98, euro 15,00 stampa, euro 8,99 epub.

Se è vero quanto scritto da Beniamino Pagliaro qualche giorno fa sul sito di La Repubblica (“Perché non riusciamo a leggere un romanzo al tempo del virus“) che è cioè difficile, di questi tempi, leggere una storia che sia troppo distante da quella che stiamo vivendo, allora si può dire che valga la pena, oggi, dedicarsi alla lettura di un romanzo come Amras di . Riproposto da Einaudi negli ultimi mesi dello scorso anno, il libro è apparso una prima volta in Italia presso la casa editrice torinese (1989), per essere poi pubblicato da SE (2005) e venire più volte ristampato. Questa nuova edizione, che affianca alla finora unica traduzione di un’agile ma densa prefazione di , non rappresenta dunque una novità assoluta per i lettori italiani; essa va semmai inclusa nel novero delle iniziative, non soltanto editoriali, svoltesi durante il 2019 in occasione del trentennale della morte dello scrittore austriaco, che Einaudi ha voluto ricordare ristampando proprio quel libro che aveva fatto uscire nell’anno della sua scomparsa.

Il fatto che la scelta sia ricaduta su Amras, del resto, non dipende soltanto da questo motivo. Per quanto meno apprezzata rispetto ad altri romanzi più noti (Perturbamento, Il soccombente o Antichi Maestri, per fare soltanto qualche nome), questa “opera di un giovane che per mesi ha letto ” – come ebbe a chiamarla lo stesso Bernhard – venne definita dall’autore una delle sue preferite, prima di divenire oggetto di un divertente cortocircuito narrativo presente nell’ultimo romanzo dello scrittore, Estinzione: dovendo scegliere quali libri far leggere al suo allievo, il protagonista – un insegnante privato di letteratura tedesca trasferitosi a Roma – cita una manciata di classici fra cui include, per l’appunto, Amras di Thomas Bernhard.

Ma il romanzo, come detto in apertura, può oggi incontrare l’interesse dei lettori anche per il fatto di narrare una vicenda che, senza voler esagerare con i paragoni, ha con la nostra qualche punto di contatto. Pubblicato nel 1964 a soli due anni dall’uscita dell’acclamato romanzo d’esordio (Gelo), il libro gravita intorno a temi quali malattia, isolamento, solitudine e morte, motivi che non si fatica a riconoscere come tipicamente bernhardiani, ma che proprio nella produzione letteraria di questo periodo trovano una prima elaborazione narrativa.

La trama, piuttosto scarna come in molti romanzi dello scrittore, è presto riassunta: due fratelli non ancora ventenni, K. e Walter, trascorrono le loro giornate rinchiusi in una torre nei pressi di Amras, nella campagna del salisburghese, dopo essere sopravvissuti al suicidio collettivo concertato con i propri genitori. I due ragazzi, il primo studioso di scienze naturali, il secondo di musica e letteratura, sono stati segregati nella torre dallo zio, allo scopo di proteggerli dallo scandalo provocato dalla morte dei genitori, un suicidio dovuto in parte alle gravi condizioni di salute della madre, affetta come Walter da una strana epilessia definita “tirolese”, in parte dalla pessima situazione economica di una famiglia un tempo nobile e ricca. Narrato dalla prospettiva di uno dei due fratelli, K., il breve romanzo racconta la vita dei sopravvissuti nell’edificio che fa loro da rifugio e prigione, il rapporto controverso che li lega, gli effetti esiziali di un isolamento quasi assoluto, fino a quando un tragico evento non separa per sempre i due fratelli, sancendo la fine della reclusione all’interno della torre.

Nonostante la scarnificazione a cui è sottoposta la trama, diversi sono come detto i temi che Bernhard affronta in questo libro, impiegando registri e mescolando forme narrative altrettanto differenti. In questo senso l’etichetta di romanzo applicata a un’opera come Amras va intesa come una definizione di comodo che può tuttavia risultare fuorviante, non tanto per la scarsità degli eventi narrati, quanto per la complessa struttura di un racconto che giustappone materiale narrativo eterogeneo: oltre alle molte lettere scritte da K. e alle annotazioni intimiste o di natura maggiormente speculativa del narratore, gli aforismi e i brevi pezzi di prosa dal sapore vagamente kafkiano composti da Walter, sorta di intermezzo a cui è riservata la parte centrale del libro.

Lo stile di Amras risulta pertanto molto differente rispetto a quello dei romanzi della maturità dello scrittore. Al posto della “frase infinita” – per utilizzare la calzante definizione di (La frase infinita. Thomas Bernhard e la cultura austriaca, Laterza, 1990) – quale restituzione del pensiero vorticoso e ossessivo del personaggio monologante, quest’opera giovanile adotta un ductus franto che fa largo impiego dei puntini di sospensione, quasi a voler rappresentare, anche visivamente, “la consapevolezza che tu non sei che frammenti, che i periodi lunghi o brevi e anche quelli lunghissimi non sono che frammenti… […] che l’interezza non esiste…”. Un libro che dunque si presenta come il prodotto più che mai coerente di un nemico della prosa, che esprime disprezzo per “tutto ciò che nella letteratura è chiacchiera, stupidità narrativa”, secondo le parole impiegate da K. in una lettera destinata allo psichiatra di Walter.

L’intenzione iconoclasta da cui muove il romanzo, con la quale Bernhard, come già in Gelo e in maniera ancora più esplicita in Perturbamento, mira anche a demistificare una certa visione edulcorata di quell’Austria postbellica ormai non più definibile come felix, è d’altronde soltanto una delle due facce di un’opera che per altro verso pesca a fondo nella tradizione del romanticismo; e ciò non soltanto per il suo frammentismo e per la già segnalata tendenza a ibridare generi e registri narrativi differenti, ma anche per il modo in cui dialoga con alcune fra le tematiche più caratteristiche di quella specifica tradizione letteraria.

Il motto con cui si apre Amras, in cui viene riportata l’intuizione novalisiana secondo cui “la natura della malattia è oscura quanto la natura della vita”, assume in tal senso un valore programmatico. Molte sono infatti le riflessioni di K. aventi per oggetto la malattia del fratello, misteriosa nella sua natura congenita e implacabile negli effetti devastanti che sconquassano il corpo e la mente di Walter; una malattia per lo più intesa come stigma di un’esistenza degenerata a cui i fratelli avevano deciso di rinunciare, ma dalla quale non sono riusciti a liberarsi.

Pur nella tenebra assoluta in cui sono immersi i personaggi, figure che si muovono a tastoni in un ambiente perfettamente noto, ma comunque inquietante e minaccioso, il libro riserva alcuni bagliori di luce che acquisiscono rilievo proprio in ragione dell’oscurità che li contorna. Scene di corpi fraterni che si cercano, per poi stringersi in un abbraccio fortemente sensuale, sembrano alludere alla possibilità di un rapporto pacificato con la natura, a una forma alternativa di conoscenza della vita – e dunque anche della malattia – in grado di attingere nuovamente alle fonti di un sapere ormai dimenticato: “quando eravamo in ascolto e perciò capivamo… sentivamo e capivamo… osservavamo, non più limitandoci a mere supposizioni, i lucidi calcoli della mente umana… in un silenzio più sottile, che non ci costringeva a lambiccarci il cervello, in simili momenti riuscivamo a intenderci… a rinnovarci…”. Momenti in cui prende voce un’utopia difficilmente realizzabile, ma a cui né Bernhard né i suoi lettori sono disposti a rinunciare del tutto.

  • 1963 Gelo (Frost); tr. Magda Olivetti (Torino: Einaudi, 1986);
  • 1964 Amras (Amras); tr. Magda Olivetti (Torino: Einaudi, 1989; Milano: SE, 2003, con una nota di Luigi Reitani);
  • 1967 Perturbamento (Verstörung), tr. e nota di Eugenio Bernardi (Milano: Adelphi, 1981);
  • 1983 Il soccombente (Der Untergeher), tr. Renata Colorni (Adelphi 1985);
  • 1985 Antichi maestri (Alte Meister); tr. Anna Ruchat (Milano: Adelphi, 1992);

da Thomas Bernhard su Wikipedia

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