Luigi Garlando / La Storia attraverso le figurine

Luigi Garlando, L’album dei sogni, Mondadori, pp. 526, euro 19,50 stampa, euro 9,99 epub

Figurine Panini. Davvero non conoscevo l’estensione di un fenomeno imprenditoriale che consideravo limitato alle figurine dei calciatori e che invece rappresenta una pagina importante di storia economica italiana. Forse perché da bambino non avevo l’album dei “Calciatori”, ma solo un po’ di figurine sparse che nascondevo a mia madre per giocare a quelle semplici sfide come “a chi va più lontano”, “ad andarci sopra” o a complicati incroci di maglie e ruoli che in un attimo facevano sparire interi mazzi… e allora erano pianti per i bambini perdenti diventati giocatori di azzardo. Io ero ufficialmente autorizzato solo ad avere album culturali, come Gli uomini illustri, che avevo amato così tanto da ricomprarlo completo dopo quarant’anni.

Quella scritta in forma di romanzo da Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello sport, è una strana storia che non penetra tanto nell’epopea sportiva che le figure hanno rappresentato, quanto nello sforzo di comprendere come si sia sviluppata una fortuna editoriale ed economica tanto grande sullo sfondo della sofferente storia italiana. Antonio Panini e Olga Cuoghi, nati più o meno alla fine dell’Ottocento, sono persone della campagna modenese che hanno condiviso con un ampio settore della popolazione italiana la povertà del mondo contadino e la tragedia della Prima Guerra Mondiale. Tuttavia la loro reazione e la volontà di migliorare il loro stato sociale – seguendo la trama del romanzo e il punto di vista lì espresso – si incentra su una sfida combattuta a livello familiare. Gli otto figli, che poi saranno gli imprenditori del miracolo degli anni Sessanta e Settanta, non si riconoscono negli “altri” che si trovano nella stessa condizione, nei loro vicini, e non vivono spontaneamente un naturale supporto e aiuto per superare la povertà in una dimensione collettiva. La loro soluzione è una scelta etica condivisa all’interno della grande famiglia; anzi, più volte, è ribadito il concetto che ci sono “i Panini” e poi gli altri.

Questa è la chiave del romanzo: una lotta economica verso la ricchezza, ma combattuta all’interno di una onestà dei rapporti personali e industriali. Non so dire se questo sia avvenuto veramente nei termini descritti, ma poco importa, perché la scelta del romanzo consente appieno questa libertà. Così le contraddizioni che potrebbero svelarci qualcosa in più di questa ascesa familiare sono mediate dai pensieri e dai giudizi del narratore. E le contraddizioni, per fortuna sono molte: dai ricordi del soldato travolto dalla ritirata di Caporetto, all’avvento del Fascismo, alla Resistenza, al Dopoguerra, all’emigrazione oltre oceano, alla ripresa industriale. Durante la Prima Guerra Mondiale leggiamo una controversa percezione divisa tra spirito di Patria, l’assurdità del massacro, l’inettitudine della classe dirigente militare, a cui subentra un’adesione al fascismo forse ingenua e impregnata di quella reazione al radicalismo socialista che fu una delle principali cause del consenso alla dittatura. Ma il fascismo, nonostante l’appoggio sincero e immediato, impulsivo ma legato soltanto a questioni personali, sfuma progressivamente fino a scomparire negli anni della dittatura che precedono il secondo conflitto mondiale. E se la Resistenza entra nella famiglia attraverso la partecipazione di uno dei fratelli, il rapporto con i comunisti seguendo un ideale di uguaglianza sociale, non trova terreno fertile nel modello sempre e comunque familiare. Non è una critica, sia chiaro, ma l’aspirazione a un benessere legato al lavoro che si esplica attraverso un esclusivo legame di sangue.

In Italia questo modello industriale in cui è il padrone, partito da una condizione operaia, a produrre lavoro e ricchezza attraverso l’opera del suo ingegno e sacrifici che chiede prima di tutto a sé è stato molto diffuso e forse mitizzato. È quello sviluppo del nord-est che ha creato uno strano benessere fatto soprattutto di lavoro, privo di orari e festività, seguito da un complessivo transito della classe operaia verso la piccola impresa. In questo senso il fenomeno Panini, basato anche e soprattutto sull’invenzione e l’intuizione di fenomeni sociali emergenti, è forse più vicino a quello della moda tessile, e ha vissuto su un desiderio di qualcosa di più della semplice sussistenza, interpretando quel sottile passaggio verso la società dei consumi che ha caratterizzato gli anni del boom economico.

I Panini con le figurine dello sport, e in seguito dello spettacolo, hanno usato e in parte creato un immaginario popolare. Nell’epoca delle figurine, il calcio aveva nella TV di Stato uno spazio molto limitato, tutt’al più si poteva assistere soltanto al secondo tempo di una partita di serie A, e le figurine certo consentivano ai giovani appassionati di prolungare l’attenzione lontano dagli stadi dove andavano soprattutto gli adulti. E sono proprio i campionati mondiali a conquistare uno spazio, oggi permanente, attraverso cui i Panini hanno proiettato il fenomeno del capitalismo italiano all’estero scontrandosi con le differenti modalità imprenditoriali dell’Occidente.

Ma la storia dei Panini segue inevitabilmente quella del Paese: Garlando dà ampio spazio a un episodio che diventa centrale nel folto delle istantanee che il romanzo offre. L’undici dicembre 1979, a Torino, due nipoti del capostipite Antonio Panini si trovano alla Scuola di Amministrazione Aziendale quando lì irrompe un commando di Prima Linea. Avviene la gambizzazione di dieci persone davanti ai due Panini presi in ostaggio. È la Storia, da intendersi nella sua definizione più crudele, che irrompe per incrinare il sogno di questa famiglia. L’attentato, segno di una crisi globale che coinvolge ogni prospettiva socialista e capitalistica (familiare o nazionale), avvia inevitabilmente un cambio di rotta della produzione di ricchezza, per questo “Panini” prova a inoltrarsi in un nuovo habitat. Nel 1986 Carlo De Benedetti entra nella società: una parte viene acquisita da Mondadori, segue la quotazione in borsa e l’uscita della famiglia che vende la propria parte all’inglese Maxwell. La ricomprerà De Agostini negli anni Novanta, seguita dalla Marvel e via via fino a oggi con altre cessioni. Oggi il fumetto si affianca alla produzione di figurine. Da molti decenni non ci sono più i Panini dietro a quello che è diventato un marchio industriale, cioè un valore immateriale. Strana fine per la famiglia – il cui destino è partito da un’edicola – che mescolava le figurine con una pala, mostrando a tutti un inconfondibile stile: “I Panini sono dei ricchi che vivono come dei poveri”.

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