L’ultimo trip. La famiglia di Ed Sanders

Ed Sanders, La famiglia. Charles Manson e gli assassini di Sharon Tate, tr. Silvia Rota Sperti, Feltrinelli, pp. 664, euro 25,00 stampa, euro 12,99 epub

Stati Uniti d’America, Annus Horribilis 1969.

Si apre il 20 gennaio con l’insediamento a Washington di Richard M. Nixon, paladino della “maggioranza silenziosa”, già membro della Commissione per le Attività Antiamericane del senatore Joseph Mac Carthy.

La notte tra il 27 e il 28 giugno otto poliziotti entrano allo Stonewall Inn, un circolo privato di New York, incontrando la reazione della comunità gay e transessuale del quartiere, è la miccia di quelli che saranno poi conosciuti come gli Stonewall Riots.

Tra giugno e luglio, mentre appaiono sugli schermi cinematografici statunitensi Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah e Easy Rider di Dennis Hopper, il paese sta precipitando nell’incubo insanguinato e acido preconizzato dai due film.

Il 12 novembre Associated Press pubblica l’inchiesta di Seymour Hersh che rivela alla nazione, e poi al mondo, la verità sull’eccidio di centinaia di civili compiuto un anno e mezzo prima in Vietnam, nel villaggio di My Lai, dalla Compagnia Charlie guidata dal capitano Ernest L. Medina e dal sottotenente William Calley.

Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, 14 agenti della polizia di Chicago irrompono in un appartamento di Monroe Street abitato da alcuni militanti del Black Panther Party, uccidono subito Mark Clark, di guardia all’ingresso, e sparano verso la camera dove Fred Hampton, forse narcotizzato da un infiltrato, dorme accanto alla sua compagna Deborah Johnson, incinta di nove mesi. Hampton viene ferito e, senza che riprenda conoscenza, viene trascinato sulla porta della sua stanza, dove è finito con due colpi alla testa.

Il 1969 si chiude il 6 dicembre, ad Altamont, con il nero Meredith Hunter ucciso dagli Hell’s Angels assoldati per il servizio d’ordine del concerto, davanti alle cineprese di Albert e David Maysles, mentre sul palco i Rolling suonano “Sympathy for the Devil”. Così volle la leggenda nera del rock, in realtà il pezzo era “Under My Thumb”. “The music that thrilled the world … and the killing that stunned it!”. Su una collina, aggregato alla troupe dei Maysles, maneggia maldestramente una macchina da presa uno studente di cinema della University of Southern California, ha 25 anni e si chiama George Lucas. Due anni dopo uscirà il suo primo film da regista, THX1138. L’uomo che fuggi dal futuro, otto anni dopo condurrà il pubblico di tutto il mondo “in una galassia lontana lontana” decretando di fatto la fine del nuovo cinema americano.

Una settimana prima di Woodstock, ad agosto, nel cuore di questo anno infame, gli omicidi al numero 10050 di Cielo Drive, Los Angeles, seguiti, la notte successiva, da quelli dei coniugi La Bianca a Waverly Drive.

È il culmine della Festa Selvaggia raccontata in un libro di Ed Sanders, pubblicato per la prima volta negli States nel 1971 con il titolo The Family: The Story of Charles Manson’s Dune Buggy Attack Battalion, apparso in Italia per la prima volta nel 1972 con il titolo La “Famiglia” di Charles Manson. Gli assassini di Sharon Tate e di recente tornato in libreria, sempre per Feltrinelli, nella terza versione mandata in stampa da Sanders nel 2002, arricchita di nuovi dettagli, informazioni, aggiornamenti; il titolo, ora più secco, è La famiglia. Il volume conta 662 pagine, 200 in più rispetto all’edizione del 1972, una mole che rende conto dell’ossessione di Ed Sanders, lievitata negli anni insieme alla sua opera-monstre. E non potrebbe essere diversamente: per Sanders la storia della Famiglia Manson è il precipitato di un decennio, il Grande Romanzo della Controcultura Americana. Un buco nero che ha inghiottito non solo la Summer of Love, ma anche, in qualche modo, la controversa epica che è alle radici della storia della nazione, il Mito di Fondazione che sostanzia l’identità statunitense e la scena primaria che la “infesta”: la conquista del West e il Conflitto, ovvero lo sterminio dei nativi americani.

Una suggestione che schiude nuove dimensioni per la nera leggenda di Manson, cristallizzata ormai nella fabula del Boogeyman, nel Dark Side of the Sixties o, ancora, negli scampoli della Hollywood Babilonia di Kenneth Anger.

Ed Sanders è poeta, scrittore, attivista politico progressista, giornalista, editore ma soprattutto musicista. Formatosi nel Greenwich Village, ha fondato con altri compagni di strada una band underground, i Fugs, che per una manciata di anni riscuote grande credito muovendosi tra protesta e satira con uno stile libero e irriverente. L’album migliore è del 1966 e si intitola Virgin Fugs.

La sua discesa nel maelström non può dunque che essere incommensurabilmente lontana da quella moralistica del cattolico Vincent Bugliosi, laureato in legge alla UCLA, entrato nel 1964 nell’Ufficio del Procuratore distrettuale di Los Angeles, ruolo per il quale si candiderà con i Democratici nel 1972 e poi nel 1976, Pubblico Ministero al processo Manson dopo il quale scrive, con Helter Skelter, il libro true crime più venduto nella storia.

Apparentemente Sanders sembra lavorare nell’alveo di quello che, solo nel 1973, Tom Wolfe battezzerà come new journalism, stile che proprio in quegli anni di grandi cambiamenti affonda le proprie radici: nuovo linguaggio per nuovi tempi. Il 9 ottobre 1970, taccuino alla mano, fa il suo ingresso in scena, nell’aula dove si tiene il processo Manson, Truman Capote in persona, l’autore di A sangue freddo, Convitato di Pietra ovunque si stia tentando di nobilitare materiale da cronaca nera. Un’investitura di prestigio per Manson, anche se forse è solo un depistaggio, perché in realtà lo scrittore è a Los Angeles per un libro sull’assassino di Bob Kennedy, Sirhan Sirhan, che non vedrà mai la luce. La differenza è che Sanders non è un visitatore alla scoperta di una landa sconosciuta, è parte integrante della materia che racconta, quel clima e quella cultura le ha respirate, vissute, vi ha personalmente contribuito, insomma è di casa nella West Coast degli anni Sessanta. Così La Famiglia diventa qualcosa di diverso da un’inchiesta o da un romanzo o da un true crime ben fatto: è una sorta di biografia di una generazione, un bilancio esistenziale, un whodunit sull’assassinio dell’Utopia, un western sotto mescalina, il febbrile palinsesto su cui appuntare, prima che svanisca dalla memoria, il sogno della notte precedente. Il risultato è un libro affascinante e difficile da classificare in cui si possono incrociare cowboy, guru di scientology, stuntman, celebrati auteur europei, spacciatori scintoisti, truffatori, commercianti di parrucche, cercatori d’oro, pittori polacchi, satanisti, star del cinema, produttori musicali, hippie, detective, coiffeur d’alto bordo, ragazzine in fuga, rockstar e molti altri. Foto di gruppo di una fauna colta sul limine tra due decenni epocali.

Sono tempi che si nutrono di leggende e di mistificazioni almeno quanto di realtà e Sanders ne è consapevole, annota ogni tanto “O almeno, così si racconta” oppure “Così è, e così sia” e nel suo archivio conserva una cartellina con l’intestazione “Voci e dicerie”. Del resto quella che sta narrando è una pagina di storia orale che i verbali giudiziari possono fissare solo parzialmente – e con parzialità -, allineando la sequenza dei nudi fatti, a tratti nebulosa (in fondo il vero movente del massacro di Cielo Drive continua a restare piuttosto oscuro). Ed ecco così scorrere fotogrammi improbabili con riti satanici, decapitazioni, sacrifici umani in spiaggia, affiorano qua e là domande surreali come “Non è stato John Lennon a uccidere Sharon Tate?” che rimbalza da un gruppo di ragazze dell’American School del Cairo o la convinzione che Charlie Manson fosse il vero padre del figlio atteso dalla Tate.

È forse questo sfocamento lisergico che, rendendo possibile tutto e il contrario di tutto, alimenta la strana natura del libro di Sanders. Malgrado l’imponente lavoro di documentazione, infatti, l’opera rivela caratteri onirici, forse suo malgrado, forse proprio a causa dell’ossessione per i dettagli e per la topografia, dell’assurdità di alcune situazioni, di macchine e pulmini che appaiono e scompaiono, cambiando freneticamente di mano e di colore, dell’affastellarsi di alias dei protagonisti che assumono e dismettono identità come in un sogno. In sottofondo il brusio inesorabile delle motociclette, con sciami di bikers senza nome e senza volto che vanno e vengono, attraversando la scena come una Caccia Selvaggia (nel folclore centro-nordeuropeo apparizione presaga di sciagure) o come gli Angeli dell’Apocalisse annunciati nei libri dei profeti.

La Parte Terza del libro è forse la più interessante perché si addentra nelle pieghe meno conosciute della storia: la fuga nel deserto della Manson Family dopo i massacri e la caccia che ne seguì, fino alle catture. Come demoni meridiani, i mansoniani vagano ossessivamente nella Death Valley su dune buggy modificate come nei film della saga di Mad Max (quella di Charlie era predisposta per piazzare delle mitragliatrici). Dedicandosi a strani riti sciamanici come la Danza dei Coltelli o mimando scene di massacro che fanno pensare alle performance del Teatro della Crudeltà messe in scena dal Living Theatre di Judith Malina e Julian Beck. Questa fuga dalla civiltà, questo ritorno alla wilderness, rimanda a uno scenario da western e in un certo senso è l’approdo annunciato, inevitabile: ripartire dal principio prima del collasso finale. Una nemesi per i figli dei figli dei pionieri.

Scrivendo di Natty Bumppo, il “primo uomo non-del-tutto bianco” nella storia della letteratura americana, protagonista dei racconti di James Fenimore Cooper, Leslie A. Fiedler racconta come accanto al suo compagno pellerossa, l’ex-europeo diventi “uomo dei boschi” ovvero cacciatore, trapper, uomo di frontiera, pioniere e infine cowboy. Dopo il cowboy viene il beatnik, “Ma anche quando cessa di essere un beatnik per diventare un vero hippie, il westerner nella sua ultima personificazione smette di essere bianco e torna a essere un pellerossa: i suoi stivali si trasformano in mocassini, i capelli li pettina all’indiana, al collo porta una collana di pietruzze di vetro – ciò per dimostrare che si è lasciato dietro non solo l’Europa ma anche il West europeizzato per entrare in un’America aborigena e arcaica” (The Return of the Vanishing American, 1968, in Italia: Il ritorno del pellerossa. Mito e letteratura in America, Rizzoli, 1972). Era del resto già un western anche Easy rider, uscito proprio nell’estate del 1969, che dell’epopea primigenia recuperava il sentimento di libertà dei grandi spazi aperti, l’idea del nomadismo, dell’incontro con altre tribù disseminate sul cammino, gli stessi nomi dei due protagonisti Billy (the Kid) e Wyatt (Earp) non lasciano adito a dubbi. La corsa a Ovest si arresta, anzi, si arena sulle spiagge del Pacifico, nella metropoli senza centro, tra le colline e i canyon in cui si nascondono le ville dei ricchi e le catapecchie degli outsiders. La Famiglia di Manson sogna in fondo l’inclusione ma patisce l’esclusione; diventa una tribù guidata da un capo carismatico, perfido e visionario, regolata da leggi proprie; si impegna a simulare il mito originario tra le baracche di un set western che già è finzione di una finzione, e, dopo aver fatto proseliti seducendo adolescenti con le droghe e con il sesso, sferra infine l’attacco, improvviso ed efferato, alla comunità dei bianchi borghesi che da allora imparerà improvvisamente la paura, si sentirà assediata, erigerà le sue difese. “C’era almeno un punto debole” scrive con lucidità Sanders, “il movimento dei figli dei fiori era come una vallata popolata da migliaia di conigli bianchi e grassi, circondati da coyote feriti e affamati. È vero che i leader erano dei duri, che alcuni di loro erano dei veri geni e dei grandi poeti. Ma i figli della media borghesia di provincia, ingenui e strafatti di acido, erano i coniglietti”. Come il coyote anche i predatori di Manson si rifugiano nel deserto, braccati dalla società, vagheggiando assalti e saccheggi nei villaggi ai margini, continuando, nel frattempo, l’ostinata e folle ricerca di un mitologico “pozzo senza fondo” da dove accedere alla Città dell’Abisso, fantomatico paradiso nel quale le sorgenti sotterranee eruttano colate di… cioccolata calda. Una profezia che mescola il folclore dei nativi americani, le visioni bibliche, i romanzetti di fantascienza e l’opulenza consumistica.

Non si può dimenticare che in fondo siamo a Hollywood, nell’epicentro storico della produzione cinematografica statunitense, nella fucina dell’immaginario collettivo occidentale. Manson e i suoi si insediano in un set cinematografico, lo Spahn Ranch, costruito nel 1947, rilevato nel 1953 da un nuovo proprietario che gli darà il suo nome, location di serie B per film e telefilm western fino alla decadenza di metà anni Sessanta (Gay Talese gli dedica un lungo articolo su Esquire, nel marzo 1970). È molto singolare che nel finto documentario Block-notes di un regista, girato da Federico Fellini nel 1968 per la NBC e trasmesso il 15 marzo 1969, il regista immagini una comunità hippie che vive sul set abbandonato del suo leggendario progetto incompiuto Il viaggio di G. Mastorna: “L’inizio del film avrebbe mostrato i grandi avanzi scenografici del Mastorna; come relitti di un naufragio, già insaporiti dal tempo; vi crescevano dentro canne e ortiche; ormai erano diventati veri ruderi romani. Lì (inventammo) viveva un gruppo di hippies sbandati, che doveva accentuare l’atmosfera demenziale; ‘Mastorna’ era la loro città, ‘che ha nome Demenza’”, racconta lo sceneggiatore Bernardino Zapponi. Solo una coincidenza ma è lo spirito dei tempi, evidentemente, a rendere possibile questa associazione tra immaginario cinematografico e immaginazione al potere, come se vivere in un film fosse l’estrema sfida alla realtà costruita dall’establishment. E, per chiudere il cerchio, tutti, ma proprio tutti, reporter, poliziotti, investigatori privati, scrittori, avvocati, agenti CIA, collezionisti si danno all’affannosa caccia dell’ambito footage perduto della Famiglia, forse in realtà mai esistito: passaggio segreto per un universo parallelo e sotterraneo fatto di sesso, sangue, perversioni, morte. Exploitation allo stato puro, madre di tutti gli snuff movie immaginabili. Quando finalmente, l’anno scorso, arriva sugli schermi il film di Quentin Tarantino, ambientato a Hollywood nell’estate del 1969, scopriamo la sua opera più personale, sentita, una malinconica elegia sulla fine del western come genere americano per eccellenza, ma anche del cinema tutto, macchina dei sogni ancora così potente – ci dice il finale del film – da essere capace, anche in limine mortis, di riscrivere la cronaca prolungando ancora per un po’ un’innocenza di cui è stata già certificata la morte. Manson è dappertutto e in nessun luogo, nel film si vede appena, ma la sua presenza maligna e destabilizzante aleggia ovunque. Con l’edizione del 2002, Ed Sanders ha finalmente lasciato andare Manson e tutta la Famiglia, un’ossessione lunga cinquanta anni.

Ma il vero epilogo di tutta questa folle epopea era già stato scritto. Lo aveva messo nero su bianco, all’uscita degli anni Ottanta, Brett Easton Ellis. Ora lo psicopatico assassino è un solitario yuppie, uccide puttane e homeless, noleggia videocassette pornografiche, frequenta i locali più esclusivi di Manhattan e il suo idolo è un imprenditore che si chiama Donald Trump.