Già dal titolo, Fabbricare una donna, è chiaro che il romanzo di Marie Darrieussecq – appena tradotto e pubblicato da Crocetti editore – non appartiene al territorio del romanzo di formazione. Non c’è qui un soggetto che cresce acquisendo progressivamente coscienza di sé, ma un corpo che viene costruito dall’esterno, montato attraverso una serie di dispositivi sociali, familiari, affettivi, medici. “Fabbricare” non rimanda a un divenire interiore, ma a un processo impersonale, quasi industriale. La domanda che il titolo lascia aperta non è chi diventa questa donna, ma che cosa viene costruito quando si dice “una donna”.
Il libro è diviso in due grandi sezioni, una dedicata a Rose e una a Solange. Due giovanissime amiche con due traiettorie diverse, quasi opposte, che tuttavia non vengono mai ricondotte a un’alternativa morale o narrativa. È significativo che il titolo resti al singolare, generico, come se le differenze biografiche non bastassero a sottrarsi a un unico processo di “fabbricazione”, capace di generare esiti differenti ma ugualmente segnati.
Rose e Solange crescono nello stesso paese del sud-ovest francese, vicino al confine basco, alla fine degli anni Ottanta, a ridosso della caduta del Muro di Berlino. La grande Storia è in movimento, ma qui arriva come rumore di fondo. La violenza politica legata all’ETA, le intimidazioni, i confini, le discussioni ideologiche ripetute come formule imparate a memoria non aprono spazi di emancipazione. Producono piuttosto un clima di tensione diffusa, una precarietà che entra nelle famiglie e nei corpi senza diventare racconto condiviso. È una giovinezza già povera di promesse, strutturalmente triste.
Tra Rose e Solange si insinua anche una differenza di classe, mai dichiarata, ma costante. Il romanzo non la espone, la lascia agire in sottrazione. Rose cresce in un contesto più protetto e istruito, segnato dalla presenza di una madre femminista, capace di garantire sostegno materiale e simbolico anche al di fuori della propria famiglia. Ma proprio per questo l’aiuto offerto a Solange che arriva da una posizione già garantita viene percepito come intrusivo, talvolta umiliante. Solange reagisce con fastidio, con una rabbia che non trova linguaggio: non perché l’aiuto manchi, ma perché non le appartiene, non le somiglia. In Rose, quella stessa distanza si traduce in un senso di colpa tenue, mai attraversato fino in fondo, che non diventa presa di posizione né consapevolezza. Anche la classe, in questo romanzo, resta una forza laterale: avvertita nei corpi e negli affetti, ma mai davvero pensata. L’amicizia tra Rose e Solange quindi non è una “bella amicizia adolescenziale”, ma una prossimità irrisolta. Rose è affezionata a Solange, la osserva e tenta di decifrarla, ma la fraintende: interpreta la sua opacità come distanza, quasi come se Solange “se la tirasse”. Da parte sua Solange pensa che i propri problemi siano inaccessibili a Rose. L’amicizia non funziona come riparo, ma come linea di disallineamento continuo.
La gravidanza a quindici anni di Solange e soprattutto il parto costituiscono il punto di non ritorno del romanzo. Il corpo viene aperto, forzato, manipolato in una scena di violenza istituzionale e medica estrema, raccontata senza mediazioni per molte pagine. Di conseguenza la relazione con il bambino è del tutto saltata, proprio impossibile: è un evento che accade al corpo, lo attraversa e lo segna, senza produrre amore, senso o riconoscimento. Il sentimento materno non è dato, non è presupposto, non è garantito. Ancora più inquietante è che la lesione del figlio, causata dal forcipe, non venga mai davvero tematizzata e il lettore la intuisca quasi per caso alla fine del romanzo, mai diventata oggetto di parola né di elaborazione. Nessuno se ne fa carico, nessuno la trasforma in racconto.
Solange fugge: teatro, Parigi, poi Los Angeles. Il cinema appare come spazio artificiale e proprio per questo abitabile. Ma la fuga non è mai liberazione. È uno spostamento continuo che evita il centro di una ferita che non è mai chiara. Anche la vita di Rose, apparentemente più riuscita, non è meno triste. Un amore incontrato e deciso fin dall’infanzia, una sessualità dimezzata, due figli, un lavoro di cura, la professione di psicologa. Non è casuale che Rose, che ascolta gli altri per mestiere, non riesca ad ascoltare davvero Solange. Ne registra gli effetti, ne resta talvolta delusa, ma non ne intercetta mai la verità.
Nell’ultima parte del romanzo Darrieussecq rimette insieme le due amiche con una ferocia che rende il romanzo ancora più triste. Solange invita Rose e la sua famiglia a Hollywood, alla prima del suo film. Finalmente è un’attrice famosa e ha una vita soddisfacente? Anche in questa occasione, come sempre, a Rose non racconta ciò che davvero conta e della passione straziante da cui è reduce. Fabbricare una donna entra quindi in risonanza con Il faut beaucoup aimer les hommes (2013), romanzo precedente di Darrieussecq mai tradotto in italiano in cui viene raccontato proprio questo amore straziante nel luogo più improbabile: un set di Hollywood. Lì la passione è centrale, totalizzante. Qui se ne racconta la fine: un corpo ferito ed espropriato.
Spiace constatare come in Italia Darrieussecq non abbia mai conosciuto una vera messa a fuoco critica dopo il clamore del romanzo d’esordio, Truismi (1996), allora rapidamente tradotto da Guanda. A differenza di altre scrittrici francesi come Marguerite Duras, la cui fortuna critica oggi appare attenuata, Virginie Despentes, la cui scrittura apertamente conflittuale ha incontrato una ricezione immediata, o Annie Ernaux, riconosciuta anche sul piano istituzionale per un’opera fortemente testimoniale e dichiaratamente situata, Darrieussecq è rimasta confinata in una zona di lettura più ambigua e intermittente, priva di un reale inquadramento critico. In particolare Fabbricare una donna interroga il corpo femminile non come luogo di identità o di rivendicazione, ma come campo di montaggi, di forze e di perdite, sottraendosi a ogni cornice interpretativa rassicurante.


