17 Giugno, 2021

Michael Young: Una distopia chiamata meritocrazia

Michael Young, L’avvento della meritocrazia, tr. Cesare Manucci, Edizioni di Comunità (2014), pp. 231, €14,25 stampa, euro 8,99 epub

Se c’è uno scrittore inglese del secolo scorso che ha raccontato il mondo che stiamo calpestando ora, grazie a un oscuro romanzo distopico avanti di qualche decennio sull’ora di Greenwich, questi probabilmente non si chiama Aldous Huxley, o George Orwell o Anthony Burgess ma Sir Michael Young. Profetico suo malgrado e quasi oracolare, poco prima di morire nel 2002, l’autore di The rise of meritocracy ha anche avuto modo di vedere la sua ironica anti-utopia in gran parte realizzata dai governi di Tony Blair e Gordon Brown. Ovviamente non se ne compiacque affatto e anzi trovò il modo di esprimere la sua indignazione e incazzatura per quel neologismo – meritocrazia – coniato mezzo secolo prima per celia, divenuto nel frattempo parola chiave del nuovo spirito del capitalismo anni Novanta e del New Labour in particolare.

Ma andiamo per ordine. Michael Young non è stato uno scrittore qualunque ma un sociologo, una testa pensante della sinistra inglese, autore di quel manifesto “Let Us Face the Future”, con cui i Laburisti si presentano alle elezioni del 1945 e le vincono, mandando a casa per sempre Winston Churchill.  Figlio di un musicista australiano e di una pittrice irlandese, Young dirige negli anni Trenta il PEP (Political and Economic Planning), il think tank più prestigioso del Labour Party, e nel dopoguerra fonda l’Institute for Community Studies, centro studi per la riforma sociale. La Gran Bretagna degli anni Quaranta e Cinquanta è la culla e il laboratorio del welfare state e, più o meno, un’economia di piano keynesiana. In questo clima Young scrive nel 1958 il libro che descrive il futuro del Regno Unito attraverso l’ascesa e il declino della cosiddetta “meritocrazia”, un’invenzione fanta-letteraria che nelle intenzioni dell’autore ha più o meno la stessa consistenza reale del soma o della psicopolizia. Il manoscritto, rifiutato dalla Società Fabiana, è pubblicato da un editore alla disperata ricerca di un nuovo Brave New World. Speranza ovviamente vana e pienamente disattesa perché The rise of meritocracy, senza reali pretese letterarie, e privo della carica visionaria che il romanzo di Huxley riesce ancora a trasmettere, lo sopravanza invece in quanto a sottigliezza e competenza politica, specie nel presentare le due facce del dominio e del consenso, sempre ideologicamente inseparabili e socialmente inerenti.

Ambientata nel 2033, la vicenda narra la radicale trasformazione della società inglese intervenuta nei precedenti ottanta anni, attraverso la ricostruzione “scientifica” di un sociologo, voce narrante e alter ego di Young, convinto fautore della meritocrazia come sistema sociale. La “riforma del merito” si annuncia dapprima in sordina, “un’evoluzione, non una rivoluzione”, una cosa molto inglese: viene presentata come la fine dei privilegi (familistici, ereditari, di casta), e la porta per un nuovo mondo in grado di offrire anche nella vecchia Inghilterra uguali opportunità per tutti, ricchi o poveri senza distinzione e senza guardare in faccia a nessuno. Per questo piace subito ai socialisti che ne diventano i più convinti sostenitori. L’esame del QI diventa così il free pass dell’ascesa sociale, eseguito con tutti i crismi della scienza sociale, permette di valutare il potenziale e l’ingegno del futuro cittadino ancora in tenera età e di instradarlo verso una carriera nell’ élite o verso un lavoro di merda. Per fugare qualsiasi dubbio, il test può essere ripetuto in qualsiasi momento, anche in età adulta, benché l’esito in genere non cambi: con il progresso della tecnologia, anzi, sarà possibile anticipare i tempi, e capire se il bambino è destinato a diventare un genio o un cretino a soli tre anni o, alla fine, anche direttamente nel ventre materno.

Contro ogni previsione la classe subalterna, cioè quella meno dotata di talenti e di figure intellettualmente attive, non si ribella, e accetta anzi il sistema meritocratico, perché più giusto e scientifico. Molti tra gli individui beta si sentono persino sollevati dall’affievolirsi della pressione concorrenziale dei colleghi più intelligenti e dotati, sia pure per concorrere a ruoli più umili e faticosi. Del resto, come recita uno slogan, “chi si farebbe curare da un medico con un QI inferiore a 120?”. Il nuovo spirito della meritocrazia, unito al culto dello sport muscolare e alla speranza di un figlio più intelligente, basta a cementare la pace sociale tra le classi subalterne. E quando l’automazione comincia a sfoltire le fila della manovalanza, queste si riverseranno nel resuscitato lavoro domestico neo-servile a uso della casta e nell’esercito dei maggiordomi, ora ribattezzato “Corpo dei Pionieri”.

Nel frattempo la rivoluzione del merito ha svuotato le istituzioni democratiche, partiti e sindacati faticano a trovare funzionari qualificati, ora destinati agli alti ranghi dell’industria e dell’amministrazione, o semplicemente non cretini.  La Camera dei Lord, soppressa in un primo tempo come simbolo del vecchio privilegio dinastico, viene ripristinata in seguito come “Camera dei Competenti”, ovviamente non elettiva. Il parlamento, destituito di qualsiasi responsabilità o funzione di rappresentanza reale, è più che altro un teatro dove ogni giorno va in scena la commedia sociale. Del resto non potrebbe essere diversamente in un mondo dove la politica ha ceduto il passo al primato dell’economia e della tecnologia sociale, e l’efficienza è l’unico parametro nel perseguire gli obiettivi comuni del paese, cioè poi competere con gli altri stati-nazioni e sopravvivere.

Il ruolo di ognuno nella collettività, del resto, è assegnato una volta per tutte in base al “quoziente intellettivo”, cioè all’impatto individuale atteso sulla produttività del sistema; un solo parametro, uguale per tutti, che grazie ai progressi della genetica diventa anche sempre più predicibile e connaturato all’uso quotidiano, ad esempio per verificare il QI dei genitori e dei nonni prima di imbarcarsi in un matrimonio.  Alla base della piramide c’è il lavoro manuale e servile, i tecnici occupano i ranghi intermedi, ai vertici dominano i membri dell’élite, trattati come asset in carne e ossa: se per ragioni di opportunità sociale percepiscono un salario uguale agli altri sono infatti remunerati illimitatamente in conto capitale attraverso fringe benefits, stock option, carte, case e auto aziendali, etc.

Quella di Young è una riflessione sul futuro del capitalismo che prende le mosse dai rapporti di forza del suo tempo, in particolare dal patto capitale lavoro del dopoguerra e dei trenta gloriosi, ma anche dalla crescente importanza che l’industrializzazione della ricerca scientifica ha assunto nella creazione di valore. La rottura dell’equilibrio fordista per lui è solo questione di tempo, anche se nel libro viene immaginata più in continuità con l’asse della pianificazione pubblica e statuale di quanto non avverrà poi, effettivamente, venti anni dopo, sull’onda del thatcherismo e della rivoluzione neo liberale. Le due linee temporali – la nostra e quella del romanzo – sembrano però tornare a sovrapporsi se le guardiamo poco dopo, diciamo dagli anni Novanta in poi, dando vita a straordinarie coincidenze. Qui la visione di Young si rivela splendidamente disincantata: saranno i laburisti, non i conservatori, beceri paladini del vecchio status quo classista, a legittimare e sdoganare presso le masse il nuovo verbo della meritocrazia, rinunciando progressivamente – a costo del suicidio politico – a qualsiasi pretesa di uguaglianza sociale. Va inoltre sottolineato che nel romanzo a mettere in discussione il sistema – e, il libro lascia intendere, a rovesciarlo – sarà, almeno nella percezione dell’establishment, la strana alleanza tra il movimento femminista (le donne, a prescindere dal QI, hanno infatti i problemi di sempre con il patriarcato) e la corrente che fa capo a tecnici dissidenti (oggi diremmo: il cognitariato precario), riuscendo alla fine a trascinare anche la ex classe operaia nei moti populisti di piazza.

The rise of meritocracy è insomma una lettura che ha ancora oggi molto da insegnarci, a cominciare dal sano disprezzo per quel termine – meritocrazia – che una generazione perduta, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, ha fatto proprio e ha continuato imperterrita a utilizzare. Con danni sociali e psichici non indifferenti, come del resto già avvertiva Michael Young in un articolo (“Down with meritocracy”, The Guardian, 29/06/2001) diventato in seguito alla sua scomparsa anche testamento politico:

“Una rivoluzione sociale è stata compiuta sfruttando le scuole e le università per il compito di setacciare le persone secondo la ristretta fascia di valori dell’istruzione. Con un’incredibile batteria di certificati e lauree a sua disposizione, l’istruzione ha messo il suo sigillo di approvazione su una minoranza e il suo sigillo di disapprovazione sui molti che non riescono a brillare dal momento in cui sono relegati in fondo ai flussi all’età di sette anni. o prima. La nuova classe ha i mezzi a portata di mano, e in gran parte sotto il suo controllo, con cui riprodursi.”