Mircea Cărtărescu / L’esperienza della separazione

Mircea Cărtărescu, Melancolia, tr. Bruno Mazzoni, La nave di Teseo, pp. 272 euro 20,00 stampa, euro 11,99 epub

A un anno di distanza dalla traduzione dell’imponente Solenoide, torna in Italia Mircea Cărtărescu con l’ultima opera di fiction pubblicata in romeno, che risale però a tre anni fa (l’autore ha appena consegnato alla stampa un nuovo romanzo, Theodoros). Cambia casa editrice: dopo Il Saggiatore e dopo Voland, che ha pubblicato tutte le opere precedenti, compreso il monumentale Abbacinante, Cărtărescu approda a La nave di Teseo; per fortuna, rimane a fare da guida al lettore e traduttore dal romeno il professor Bruno Mazzoni, il quale insieme a Vanni Santoni è la persona che più ha contribuito all’affermazione in Italia dello scrittore.

Impresa non facile, perché non facile è la lettura. Cărtărescu è autore dallo stile molto originale, dal periodo complesso, dalla pagina carica di ossessioni e simbolismi; all’apparenza, la sua scrittura è il flusso di coscienza di un narratore onnisciente, che spesso si esprime in prima persona, e che osserva il mondo da un punto di vista esclusivo. Ciò che rende assolutamente unica, affascinante, seminale la sua opera è il dispiegarsi intorno ai punti fermi di alcune ossessioni, di nuclei tematici che si ripetono: l’infanzia, il rapporto con la madre, la solitudine, li corpo umano, la vita degli insetti come simbolo di automatismi vitali che si nascondono dietro l’apparenza.

Melancolia, opera meno complessa e decisamente “abbordabile” rispetto alle precedenti e più famose, sembra l’ideale contraltare a Nostalgia, libro pubblicato nel 1993, e arrivato dieci anni più tardi in Italia. In entrambi i casi abbiamo tre racconti lunghi (che in Melancolia sono incorniciati da un breve prologo e un altrettanto breve epilogo) perfettamente inseriti nella poetica dell’autore. La maggior fruibilità è dovuta alla compattezza della trama, alla mancanza delle magnifiche digressioni delle opere più lunghe, con il loro carico di fantastico, di mistero spesso raccapricciante.

Cărtărescu racconta l’infanzia. Dimenticate però le convenzioni di sentimenti feriti e delicato psicologismo; abbiamo sì la sofferenza dei bambini, dei ragazzi, degli adolescenti, ma è il riflesso di una solitudine, un dolore inspiegabile, costitutivo della natura umana più che una particolare sensibilità infantile. I tre protagonisti dei tre racconti si confrontano con un mondo adulto non solo incomprensibile, ma anche alieno perché non è il nostro. Ognuno dei racconti infatti è costruito su una premessa fantastica, che molto più dell’interpretazione della realtà attraverso i sensi di un essere umano ancora non formato. Le tre storie raccontano momenti di formazione dai quali origina una melancolia che caratterizzerà la vita intera. Ognuno dei tre personaggi potrebbe diventare, da adulto, il protagonista di un altro romanzo.

L’età è presentata in crescendo da un racconto all’altro. In I ponti abbiamo un bambino che deve adattarsi all’inspiegabile scomparsa della madre, uscita per fare compere e mai più rientrata. Il suo mondo è limitato dalle pareti dell’alloggio, finché per casi fortuiti, o forse per una volontà esterna, comincia a esplorare il pianerottolo dell’appartamento, poi il terrazzo e infine verrà attratto fuori casa da un lungo e sottile ponte gettato verso la città. In Le volpi c’è il rapporto tra due fratelli, un maschietto e una femminuccia, più piccola, costruito con il ritmo di un racconto del terrore ma con risvolti inattesi. Un gioco si trasforma in realtà concreta, e si affaccia una delle “ossessioni minori” dell’autore, il ricovero ospedaliero, che già troviamo in opere precedenti.

All’apparenza più fantastico è il terzo racconto, Le pelli, che definisce l’elemento fantastico in rapporto all’argomento del libro fino dall’incipit: “A volte, soprattutto di sera, quando lo coglieva la melanconia, il ragazzo apriva il vecchio armadio per vedere le sue pelli”.

Come il padre, e tutti gli altri esseri umani di sesso maschile, il protagonista Ivan muta più volte pelle nel corso della vita, a età prestabilite, come se l’epitelio non avesse la proprietà di crescere insieme agli altri tessuti del corpo. Conserva le vecchie, sottili pelli dismesse in casa; con l’arrivo dell’adolescenza, si presenta ai suoi occhi un mistero, metafora della scoperta del sesso: perché non esiste traccia delle precedenti pelli della madre? Le femmine mutano come i maschi, oppure no? La domanda diventa lancinante quando Ivan incontra Dora, una ragazzina per la quale prende una cotta, e che svia i suoi tentativi di comprendere.

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