Nathacha Appanah / Tre donne corrono nella notte

Nathacha Appanah, La notte nel cuore, Einaudi, tr. di Cinzia Poli, pp. 232, euro 19,50 stampa, euro 19,99 epub

Tre donne corrono nella notte e tre uomini le inseguono. Una, nel 1998, è l’autrice stessa: ha venticinque anni e fugge dall’uomo con cui vive, HC, giornalista e poeta molto più grande di lei, che l’ha sedotta attraverso la letteratura, isolata dalla famiglia, piegata al proprio dominio. Un’altra è Emma, sua cugina, uccisa dal marito RD a Mauritius due anni dopo, nel 2000. La terza è Chahinez Daoud, assassinata nel 2021 a Mérignac dall’ex marito MB, che le spara alle gambe e la brucia viva in strada. La notte nel cuore, nasce da questa scena ripetuta — una donna che corre e un uomo che insegue — ma anche da una differenza decisiva: delle tre, l’autrice è l’unica ancora viva perché, per uno scarto minimo, quasi casuale, la morte quella notte non è arrivata fino in fondo.

È questa prossimità a fondare il libro. Appanah guarda Emma e Chahinez e si riconosce in loro perché è stata nella stessa corsa, nel buio, nella paura che precede la fine. Quando scrive di avere avuto la sensazione, “indecente” perché lei è viva, che avrebbe potuto essere al loro posto, tocca il nucleo più doloroso del libro. La sua è una storia di femminicidio mancato, interrotta prima dell’irreparabile. Questa vicinanza è particolarmente drammatica durante il processo a MB, nel marzo 2025, quando Appanah vede sugli schermi dell’aula le fotografie del corpo di Chahinez e realizza che il linguaggio incontra il proprio limite: la cancellazione di una donna non si lascia davvero nominare, perché ogni parola arriva dopo, quando il corpo è già stato consegnato alla violenza.

Il libro racconta dunque non soltanto la violenza, ma il lavoro che la violenza compie prima e dopo il delitto. Prima, quando il carnefice intercetta una vulnerabilità — il desiderio di essere vista, di essere amata, di uscire da una famiglia, da un paese, da un destino — e la trasforma in presa. Non c’è nessuna donna “nata vittima”; c’è invece una relazione che fabbrica la propria vittima giorno dopo giorno, isolandola, addomesticandola, riscrivendo la sua percezione del bene e del male. Dopo, quando la morte apre un secondo processo di cancellazione: cronaca, giustizia, famiglia, comunità cominciano a parlare al posto della morta.

È particolarmente indicativo il modo in cui Appanah scrive della cugina Emma. Il suo femminicidio non è solo l’assassinio di una donna, ma anche l’impossibilità, per chi resta, di reggere fino in fondo ciò che è accaduto. La vergogna sociale, il sospetto gettato sulla vittima, la versione dell’assassino che occupa la scena: tutto concorre a impedire il lutto. Emma viene lasciata in una zona opaca. Nel caso di Chahinez, invece, è la brutalità stessa dell’assassinio a divorare retrospettivamente tutta la sua vita. Quando l’autrice incontra i genitori e vorrebbe farsi raccontare l’infanzia, i giochi, la ragazza che era stata, la madre comincia dalla morte. Come se il prima fosse diventato irraggiungibile. Appanah dunque sa che non basta raccontare la morte di una donna per restituirle vita. Per questo cerca Emma bambina, Chahinez adolescente sull’autobus verso gli allenamenti di pallamano, sé stessa prima della caduta. Il progetto è esplicito: sottrarre le vittime al racconto che le ha già cancellate, restituire il prima, la vita intera. Ma questo progetto è una riparazione più che una scoperta. E la differenza non è di poco conto.

La riparazione ha una logica propria: sa già, almeno in parte, che cosa vuole salvare. Vuole ritrovare la donna intera, la soggettività sottratta alla morte, il prima non ancora consegnato alla scena finale. Ma uno dei problemi più profondi di questo tipo di scrittura è che la violenza non arriva solo alla fine: precede, pervade, riscrive. Lo stesso libro lo dice con chiarezza, quando mostra come il carnefice fabbrichi la propria vittima giorno dopo giorno. Se è così, il prima che Appanah cerca potrebbe essere un’illusione necessaria — umana, comprensibile, eticamente motivata — dovrebbe arrivare a dire, forse, che quel prima è irrecuperabile proprio perché la violenza lo ha già alterato prima che arrivasse la fine. La forma sorvegliata del libro, la sua costruzione a specchio così esatta vuole salvare ma proprio per questo rischia di sapere già dove arrivare.

La costruzione a tre — tre uomini, tre donne, tre corse, tre notti — è potente, ma anche molto evidente. La “stanza immaginaria” in cui l’autrice rinchiude i tre uomini all’inizio del libro rovescia il rapporto di forza: ora sono loro a non poter uscire, loro a dover tacere, loro a essere in balia del racconto. Un gesto forte ma anche programmatico, e la spirale in cui tutto torna, si risponde e si chiude rischia di diventare una forma di saturazione prima ancora che di trauma. La spirale è una figura del trauma; ma può essere anche la figura di un pensiero che rischia di pacificarsi nella forma. La notte nel cuore è dunque un libro importante, serio, necessario. La sua forza sta nella volontà di sottrarre le vittime al cattivo racconto che le circonda; il suo limite sta in una promessa che la letteratura, forse, non può mantenere: restituire ciò che la violenza ha reso irreparabile. Dirlo non significa sminuire l’urgenza etica del libro, né ignorare il coraggio di chi scrive dalla propria ferita. Significa prendere sul serio la letteratura come forma di conoscenza — e chiedersi se, in questo caso, la conoscenza non sia stata sacrificata, almeno in parte, alla necessità di riparare.