Ottocento pagine possono suggerire l’idea dell’enciclopedia, della sistemazione definitiva, persino del monumento. Black Beauty. Storie di musica nera di Nicola Gaeta procede invece nella direzione opposta: accumula vicende, deviazioni, incontri e cortocircuiti proprio per mostrare quanto sia impossibile rinchiudere la black music dentro una storia lineare. Più che costruire un canone, l’autore sembra volerlo continuamente scomporre, facendo emergere una costellazione nella quale jazz, blues, soul, funk, hip-hop ed elettronica non costituiscono compartimenti successivi, ma differenti manifestazioni di uno stesso processo di trasformazione.
È forse questo il primo elemento che distingue il libro dalla tradizionale storiografia musicale. Black Beauty possiede le dimensioni dell’opera enciclopedica senza adottarne realmente il metodo. Non pretende di distribuire gli artisti lungo una scala gerarchica, né di stabilire una genealogia pacificata di maestri e discepoli. Procede piuttosto per affinità, collisioni, ritorni e sopravvivenze, avvicinando figure lontane nel tempo e mostrando come certe intuizioni possano riapparire decenni dopo, modificate dalle tecnologie, dai conflitti sociali e dalle condizioni produttive. È una storia fatta più di riverberi che di successioni.
Da Congo Square alle traiettorie più oblique del jazz contemporaneo, Gaeta attraversa due secoli di cultura afroamericana facendo convivere critica musicale, narrazione biografica, storia sociale e dimensione politica. Naturalmente ci sono le figure capitali, ma una parte consistente del fascino del volume risiede altrove: nella riemersione di musicisti rimasti ai margini delle narrazioni dominanti, negli eccentrici, negli sperimentatori, negli autori che hanno agito come ponti tra linguaggi differenti. Il risultato è una geografia nella quale le periferie acquistano spesso maggiore capacità esplicativa rispetto al centro.
Ed è qui che la musica finisce per assumere un’altra funzione. Per Gaeta non è soltanto un repertorio di forme sonore, ma una sorta di archivio parallelo della storia afroamericana. Dove la storia ufficiale registra leggi, conflitti, conquiste politiche e discriminazioni, la musica conserva qualcosa di meno facilmente misurabile, come spiritualità, desideri, forme comunitarie, modalità di resistenza e persino differenti percezioni del tempo. Blues, gospel, jazz o hip-hop diventano così dispositivi attraverso i quali una comunità racconta se stessa anche quando altri strumenti di rappresentazione le vengono negati.
Da questo punto di vista, Black Beauty suggerisce indirettamente che ascoltare la black music significhi anche leggere una controstoria del Novecento. Una storia nella quale l’esperienza della segregazione, le migrazioni interne negli Stati Uniti, le lotte per i diritti civili, la trasformazione delle metropoli, le rivolte e l’emergere di nuove identità non costituiscono uno scenario esterno alla musica, ma entrano dentro il suono, ne modificano il ritmo, l’aggressività, la spiritualità e le forme produttive. L’invenzione estetica non arriva dopo il conflitto sociale, ma ne costituisce spesso una delle espressioni più sofisticate.
C’è poi una seconda tensione che attraversa sotterraneamente l’intero racconto e che rende la vicenda della musica nera particolarmente moderna: il rapporto fra innovazione e appropriazione. Pochissime culture musicali hanno esercitato un’influenza altrettanto profonda sull’immaginario occidentale e, nello stesso tempo, hanno visto così frequentemente le proprie invenzioni assorbite, addomesticate e commercializzate dall’industria dominante. Anche per questo l’ibridazione diventa uno dei motori profondi del libro. Non esiste qui una presunta purezza originaria da difendere, ma un sistema continuamente alimentato dagli scambi: Africa e America, sacro e profano, oralità e tecnologia, improvvisazione e industria, comunità locale e diffusione globale. Persino l’arrivo dell’elettronica, del sampling e delle culture hip-hop può essere letto come prosecuzione tecnologica di pratiche antiche, utile a trasformare la memoria in materiale per creare qualcosa di nuovo.
Alla fine, Black Beauty parla certamente di jazz e di musica nera, ma il suo oggetto più profondo sembra essere il modo in cui una cultura riesce continuamente a reinventarsi senza interrompere il rapporto con la propria memoria. La bellezza evocata dal titolo non è allora un valore estetico pacificato. È una bellezza instabile, prodotta dall’attrito tra identità e contaminazione, marginalità e successo, memoria e futuro.


