Peter Fleming / La storia geopolitica verso il destino individuale

Peter Fleming, Il destino dell'ammiraglio Kolčak, Medhelan, tr. di Fabrizio Bagatti, intr. di Alessandro Colombo, pp. 320, euro 26,00 stampa

C’è un Fleming meno celebre — e forse, per certi versi, più interessante — di quello che ha inventato James Bond. Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), fratello maggiore di Ian, fu scrittore, giornalista e viaggiatore di razza, autore di libri d’avventura oggi quasi dimenticati fuori dalla Gran Bretagna, dove restano classici del genere. Il destino dell’ammiraglio Kolčak, pubblicato nel 1963, è forse il suo lavoro più maturo e rigoroso: un libro che sfugge a qualsiasi classificazione comoda, sospeso com’è tra la storia militare, la biografia e il reportage narrativo, con quella particolare qualità dello sguardo che appartiene a chi ha conosciuto i luoghi di cui scrive non sui libri ma coi piedi nella neve.

Il soggetto è uno dei capitoli più oscuri e affascinanti del Novecento: la guerra civile russa, la lotta tra le armate Bianche zariste e i Rossi bolscevichi negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, e al centro di tutto la figura dell’ammiraglio Aleksandr Vasil’evič Kolčak, autoproclamato Governatore Supremo della Russia, capo della controrivoluzione siberiana, destinato a soccombere non tanto per mano dei bolscevichi quanto per il tradimento sistematico degli alleati occidentali che lo avevano sostenuto finché faceva comodo e abbandonato senza scrupoli quando la sua parabola militare aveva cominciato a declinare.

Fleming non scrive una storia della guerra civile russa, né una biografia nel senso convenzionale del termine. Il suo scopo, dichiarato fin dalla prefazione, è più preciso e per certi versi più spietato: ricostruire le circostanze della caduta di Kolčak, del suo tradimento e della sua morte. È un libro sul fallimento — non come moralità ma come meccanismo storico — e sul modo in cui le grandi potenze trattano i propri strumenti quando non servono più. L’epopea del treno che trasporta Kolčak da Omsk a Irkutsk attraverso la Siberia invernale, inseguito dai bolscevichi e tradito dai legionari cechi che avrebbero dovuto proteggerlo, è narrata con una lentezza e una precisione quasi cinematografica: è la sequenza più potente del libro, quella in cui la storia smette di essere geopolitica e diventa destino individuale.

Kolčak stesso è un personaggio difficile da amare, e Fleming non cede alla tentazione dell’agiografia. L’ammiraglio era un uomo di rigidità quasi esemplare, politicamente ingenuo, militarmente valoroso, moralmente intransigente in un contesto che richiedeva tutt’altre qualità: la flessibilità, la spregiudicatezza, la capacità di gestire alleati inaffidabili come il generale al servizio dei giapponesi, Semenov — definito da Fleming con gelida precisione “un bandito dotato di molti attributi del mostro” — o il generale francese Janin, che si lavò le mani di Kolčak con la stessa olimpica indifferenza di un Ponzio Pilato in divisa. Sono i veri antagonisti del libro, non i bolscevichi: la viltà degli alleati è più devastante della ferocia del nemico.

Lo stile di Fleming è quello del grande giornalismo britannico d’antan: preciso, ironico quando serve, capace di condensare in una frase la complessità di un’intera situazione tattica senza sacrificare la leggibilità. L’erudizione non opprime mai la narrativa, e la prosa scorre con quella qualità rara che distingue chi sa scrivere di storia da chi si limita a raccontarla. La traduzione di Fabrizio Bagatti — che torna su questi territori dopo il lavoro su Peter Hopkirk per lo stesso editore — restituisce con eleganza il tono originale, e l’introduzione di Alessandro Colombo offre gli strumenti necessari al lettore meno familiare con la complessità della guerra civile russa.

Va detto a questo punto qualcosa su Edizioni Medhelan, casa editrice milanese nata nel 2020 da un gruppo di lettori appassionati che ha scelto come nome l’antico toponimo latino di Milano — “terra al centro” — per significare una vocazione al crocevia tra letterature e tradizioni diverse. Il catalogo che stanno costruendo, con una predilezione per opere del Novecento ingiustamente dimenticate o mai tradotte in italiano, ha una coerenza e una raffinatezza rare nel panorama editoriale attuale: ogni volume è curato con attenzione filologica, dotato di introduzioni affidate a specialisti competenti, tradotto con cura. Sono libri che si sente di avere tra le mani — cosa non scontata in un’epoca di produzione seriale. Il destino dell’ammiraglio Kolčak è un esempio perfetto della loro filosofia: un testo importante, fuori dai circuiti abituali, restituito al lettore italiano con la dignità che merita.