22 Settembre, 2020

Variazioni nordiche. Dracula e le versioni islandese e svedese

L’alba del vampiro letterario

Della recente, curiosa storia della scoperta dei Dracula iperborei – un testo islandese e due svedesi a lungo creduti traduzioni del Dracula di Bram Stoker [Gallo] e invece rivelatisi romanzi autonomi, frutto di interventi più o meno pesanti di curatori locali su una base stokeriana – già molto è ormai noto al pubblico italiano.

Il fatto, per esempio, che l’islandese Makt Myrkranna (tradotto in italiano come I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato, in bella edizione per i tipi Carbonio, 2019), a cura di , 1901, veda molto ampliata la parte su Harker al castello, mentre il prosieguo della vicenda figura in forma di riassunto. O la notizia che proprio tale bizzarra soluzione formale sveli la derivazione di da uno dei due “tagli” della precedente versione svedese Mörkrets Makter (stesso significato), a cura di un misterioso “A-e” forse identificabile nel giornalista , 1899. In Svezia, infatti, oltre a una pubblicazione in forma completa del testo alternativo, un’altra era stata abbreviata, da un certo punto in poi, proprio attraverso un riassunto – evidentemente per scarsa soddisfazione riscontrata tra i lettori. O, ancora, le variazioni dei nomi dei personaggi rispetto alla versione canonica (Harker si chiama Thomas, Tómas in islandese, invece che Jonathan eccetera) e l’apparizione di nuovi: tra i quali una serie di loschi aristocratici e un paio di poliziotti, perché la storia si stacca dal contesto gotico/sovrannaturalistico del Dracula per assomigliare molto più a un feuilleton di taglio poliziesco.

Tutto ciò è dunque noto grazie ad articoli, recensioni e tam-tam web, e la domanda resta semmai aperta su quanto di Stoker sussista alla base del testo – e anzi cosa, perché il sospetto è che il romanzo modificato da “A-e” e poi da Ásmundsson non sia tanto il Dracula canonico, quanto piuttosto una delle sue protoversioni, composta durante la lunghissima gestazione dell’opera. In effetti vari elementi suggeriscono nessi con temi presenti negli appunti preparatori del Dracula e poi assenti nella versione definitiva: a cominciare proprio dal maggior sapore poliziesco.

Ciò che a questo punto si impone è un approfondimento del lavoro sui testi: quello islandese già tradotto in inglese e ora in italiano, e quelli svedesi di cui si sta approntando un’edizione per il pubblico internazionale. Con due punti da tener chiari in termini (si passi il termine) di sano strabismo critico. Primo: non potrà essere comprensibile in modo adeguato finché non si potrà effettuare un raffronto puntuale con i due “tagli” di Mörkrets Makter (una prima collazione è stato affrontata, ma in termini necessariamente sommari). Secondo: Makt Myrkranna resta comunque un testo editorialmente autonomo, con una propria tradizione di lettori in Islanda, e come tale deve poter essere analizzato. Tali punti possono sembrare contraddittori, ma in chiave critica occorre tenere entrambe le marce, considerare entrambe le dimensioni. E sul versante della seconda si individuano fin d’ora due nodi d’interesse, strettamente connessi: la “strana” prefazione di Stoker in testa a Makt Myrkranna e la posizione dell’autore rispetto alle idee di Van Helsing. Esaminiamoli sinteticamente.

L’autonomia dal Dracula della versione islandese è emersa quando (post dicembre 2013) il ricercatore Hans Corneel de Roos si è preso la briga di buttare un occhio alle pagine del romanzo, trovandovi nomi assenti dal Dracula canonico. A spingerlo a quel controllo era stata la presenza di una prefazione a Makt Myrkranna già nota dal 1986 (quando Richard Dalby l’aveva tradotta in inglese senza pensare ad ulteriori verifiche) che aveva lasciato parecchio perplessi i lettori anglosassoni. Nella prefazione, attribuita a Stoker, si citava un nesso tra la vicenda del Conte e alcuni crimini il cui ricordo “non è ancora svanito dalla memoria del pubblico – crimini che appaiono incomprensibili, ma sembrano scaturire dalla stessa fonte e hanno creato a loro tempo tanto orrore tra la cittadinanza quanto i famigerati omicidi di Jack lo Squartatore, che hanno avuto luogo qualche tempo dopo”: si parlerebbe dunque in apparenza della serie di delitti detta “del Torso del Tamigi” (a partire dal 1887, il che pre-daterebbe i fatti del romanzo agli anni Ottanta). La prefazione citava poi cripticamente “eminenti personalità straniere” a lungo attive a Londra, ma a un certo punto sparite. Ma soprattutto in quel testo colpiva la dichiarata familiarità dell’autore con alcuni personaggi e comunque la pretesa realtà delle figure dietro i principali: tra i quali l’illustrissimo scienziato menzionato con lo pseudonimo Van Helsing, uomo degno di grande rispetto anche senza necessariamente condividere la sua visione della vita. In realtà già in una famosa intervista di Jane Stoddard, Stoker parlava di un modello reale per il personaggio Van Helsing; ma ciò che qui intriga in modo speciale è la presa di distanze dalle idee del medesimo. Perché? Anche se poi il prefatore conclude ricordando il celebre “esistono più cose in cielo e in terra / di quante non ne sogni la tua filosofia”.

Ci si è domandati se la prefazione sia davvero farina del sacco di Stoker, e prevale la soluzione affermativa per riferimenti che difficilmente l’editor islandese avrebbe potuto conoscere (sui dettagli, rinvio per semplicità a de Roos). Normalmente non si nota la parentela tra questa prefazione e la nota introduttiva apposta in capo al Dracula fin dalla prima edizione (e non sempre presentata nelle edizioni italiane), che appare sì mancante dei riferimenti ai delitti, agli aristocratici, agli pseudonimi, ma mantiene un cenno alla soggettività dei testimoni e all’ambito delle loro esperienze nell’interpretare i fatti. Certo tale riflessione collocata all’inizio del romanzo-canone corrisponde alla presa d’atto della nota alla fine (solite simmetrie stokeriane) sulla indimostrabilità di quanto i personaggi hanno vissuto; ma insieme costituisce un intrigante trait d’union con gli sviluppi nordici. E poco importa che la prefazione a Makt Myrkranna sia datata “Londra, … Street, agosto 1898”, a suggerire una manipolazione tarda della nota introduttiva al Dracula (uscito, si dice, il 26 maggio 1897): a parte che Stoker può aver retrodatato per chiarire che il testo “importante” è quello inglese, il contenuto potrebbe essere comunque congruo a una situazione pre-Dracula. In sostanza, una base stokeriana della prefazione è già ravvisabile in quel nesso con la nota introduttiva alla versione canonica, e il dato della soggettività dell’interpretazione di fatti autentici è rafforzato in Makt Myrkranna, fino a prendere le distanze dall’interpretazione di Van Helsing.

Questo costituisce il secondo nodo: a farla breve, in Makt Myrkranna Van Helsing offre del Conte e dei misteri che lo riguardano un’interpretazione sovrannaturalistica come poteri delle tenebre, in opposizione a quella dell’alleato poliziotto Barrington e (in apparenza, se non si tratta dell’ennesimo gioco sornione) a quella del prefatore Stoker. Dal testo come confezionato, in presenza di un’intera parte riassunta, non è chiaro in modo definitivo chi abbia ragione, ma i misteri in scena potrebbero effettivamente trovare spiegazioni nell’ambito dello “strano”: ipnosi, mesmerismo, illusioni, deliri, poteri (fanta)scientifici, passaggi segreti eccetera, quasi a preparare il vivido saggio Famous Impostors del 1910, e in coerenza coi primi sviluppi del progetto-Dracula più polizieschi che gotici attestati dagli appunti (dove pure una componente sovrannaturalistica non sembra si possa escludere). Nei fatti, gli unici che vediamo mordere in Makt Myrkranna sono gli uomini-bestia del castello, che sembrano però non presentare caratteristiche sovrannaturali e richiamano piuttosto mostruosità fantagenetiche. La natura vampiresca del Conte e della bella coinquilina al castello (una sola vampira invece di tre) resta sfuggente: e del resto l’etichetta vampiro ha definito nel tempo fattispecie diversissime. Quanto all’entità della forzatura del testo stokeriano da parte degli editor nordici, non sapendo bene su cos’abbiano lavorato possiamo solo – almeno per ora – muoverci a impressioni.

In ogni caso, mentre il Van Helsing del Dracula può mostrare eccessiva rigidità nei dettagli ma ha sostanzialmente “ragione” (il Conte è una creatura sovrannaturale capace di metamorfizzare, è un morto-che-torna, uno stregone venuto dal passato, una sorta di Anticristo eccetera), il Van Helsing di Makt Myrkranna potrebbe essere un fanatico superstizioso: che certo riesce a fermare la terribile cospirazione del Conte, ma in un contesto di radicale incertezza – avallata dai dubbi del prefatore – sul senso autentico degli eventi. Se il Dracula è interpretabile nel segno del fantastico alla Todorov (incertezza/imbarazzo: per assurdo, il vampiro potrebbe non esserci e tutto si consumerebbe nelle letture febbricitanti di persone sempre in dubbio sulla propria stabilità mentale) si tratta di una lettura eventuale, provocatoria, parallela a quella tradizionale sovrannaturalistica, che resta comunque la principale. Al contrario in Makt Myrkranna, coi suoi sghembi connotati di feuilleton, il dubbio sembra molto più marcato. Dal testo svedese potremo capire qualcosa di più, ma nella dimensione di autonomia che occorre riconoscere a quello islandese possiamo fin d’ora constatare una variazione fondamentale nel senso di fondo dell’opera.

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