Principe Harry / La sindrome del secondogenito

Principe Harry, Spare. Il minore, tr. Sara Crimi, Manuela Faimali, Valeria Gorla, Laura Tasso,  Mondadori, pp. 540, euro 25,00 stampa, euro 15,99 epub

A meno di due settimane dalla sua uscita simultanea nel mercato editoriale mondiale, l’autobiografia del principe Harry – duca di Sussex e quinto in linea di successione al trono britannico – ha venduto più di tre milioni di copie e ha già fatto versare fiumi d’inchiostro agli opinionisti dei tabloid dell’intero pianeta. Diventa perciò arduo scrivere qualcosa di anche solo vagamente originale sull’opera e questo intervento, inevitabilmente, non potrà che limitarsi a un tentativo di ordinare gli elementi del dibattito. Nel bene e nel male, infatti, Spare è destinato a diventare uno dei best seller dell’anno. Anche perché, a differenza di molti instant book intorno ai protagonisti della cronaca rosa, Harry si è dotato di un ghostwriter di prim’ordine: lo stesso J. R. Moehringer (premio Pulitzer) co-autore di Open, la celebrata autobiografia di Andre Agassi. Oltre alla direzione di Moehringer, ad ogni modo, il libro è frutto del lavoro di squadra di un battaglione di editor e, soprattutto, di una legione di traduttori pronta ad apporre tutte le modifiche in corso d’opera – dovute sia al recentismo dell’argomento sia alla dipartita della nonna, la regina Elisabetta II – e quindi in grado di garantire la pubblicazione contemporanea su scala mondiale. La versione italiana vanta ben quattro traduttrici, cui va sicuramente un plauso per essere riuscite a gestire la corsa contro il tempo garantendo tuttavia un buon lavoro di coesione stilistica.

Di conseguenza, da un punto di vista prettamente letterario, non siamo di fronte a un’opera raffazzonata. Considerando il pubblico generalista a cui si rivolge, la confezione è davvero di lusso: la struttura, la caratterizzazione dei personaggi, i filoni narrativi, nonché i leitmotiv e le gag ricorrenti, insomma il Bildungsroman del principe Harry è assolutamente solido, credibile e – ciò che è più importante – adatto a diversi palati letterari. Persino i risvolti grotteschi, dovuti sicuramente all’originale materiale narrativo di Harry (a che scopo inventare l’aneddoto assurdo del suo pene semicongelato al Polo Nord?), sono gestiti con mestiere e disinvoltura. L’intero melodramma interno alla biografia (la storia d’amore con la moglie Meghan Markle) è poi in linea, se non superiore, ai migliori esempi contemporanei del genere.

Ciò che deluderà il lettore, in fondo, sono le supposte rivelazioni scottanti nei confronti della famiglia reale che hanno accompagnato il lancio del libro: al netto della diversa magnitudo, le faccende della famiglia reale presentano la stessa noia dei litigi e delle incomprensioni interne a qualsiasi famiglia non altolocata, che di quello si tratta quando parliamo degli screzi fra Harry e i suoi parenti. Il vero antagonista è semmai la stampa e l’unica colpa attribuita ai reali di Inghilterra è l’essere semplicemente proni alla norma del never complain, never explain che regola da sempre i rapporti fra Corona e quarto potere a cui il nostro protagonista non vuole piegarsi.

Il progressivo sottrarsi a questa tacita consuetudine, fino a sfociare nell’attacco diretto che questo libro vorrebbe rappresentare (pur essendo esso stesso un prodotto mediatico), non è dovuto a un semplice ribellismo da parte del principe, quanto piuttosto trova ragione all’interno di uno dei principali filoni narrativi, ovvero la lunga rielaborazione del lutto per la morte della madre. Più che di uno scontro, si tratta quindi di una mancata comprensione di obiettivi e ideali fra Harry e i suoi cari: la famiglia reale è conscia del rapporto ambivalente con la stampa inglese, libera di metterla alla gogna ma senza mai metterne in discussione l’esistenza, ricoprendo anzi il ruolo di una stampella fondamentale per il consenso.

La nostra è un’epoca in cui la monarchia sembra sempre più un ferro vecchio del passato che per la popolazione inglese, essenzialmente, rappresenta solo un buon investimento per l’indotto turistico dovuto al gossip e alle vuote ritualità di Buckingham Palace. Mentre il sogno di Harry è semplicemente quello di vivere una vita da possidente upper middle class e quindi non riesce a comprendere perché i suoi parenti vogliano mantenere i ruoli e ciò che comportano, non rassegnandosi mai a un imborghesimento definitivo della Corona, magari in grado di mettere in discussione l’esistenza della monarchia nel Commonwealth.

Se la similitudine della ruota di scorta (lo spare del titolo) è forse l’aspetto più banale e debole nella simbologia del libro, il gioco contraddittorio di chiaroscuri che Moehringer riesce a tratteggiare sulla figura di Harry è sicuramente riuscito e segna il “viaggio dell’eroe” nelle tre parti in cui è diviso il libro.

Harry che si arruola e partecipa attivamente a due guerre sporche del Regno Unito all’unico scopo di riscattare una mediocre carriera scolastica e trovare il suo posto nel mondo, aggiungendo la sindrome di stress post-traumatico al gigantesco complesso edipico che vive dalla morte della madre; Harry, accusato di nazismo e razzismo per due ragazzate, unico reale a sposare un’afroamericana e costretto a subire il linciaggio mediatico sulle origini di sua moglie; Harry, con lo stigma della tossicodipendenza presso i lettori di tabloid, che non fa mistero del suo uso abituale di erba (e occasionalmente altre sostanze) non certo per maledettismo, ma piuttosto perché ormai parte del paniere dei consumi ordinari della sua generazione. Le contraddizioni continuano con i proclami sull’importanza dello studio e del sapere in mezzo a continue concessioni al pensiero magico (del tutto consimili a quelle di suo padre), come i rimedi omeopatici del medico ayurvedico o i sensitivi che parlano con il fantasma di Lady D e, logicamente, confermano quanto vuole sentirsi dire.

Di certo, l’obiettivo apologetico del libro è pienamente raggiunto. A un bravo ragazzo come Harry si perdona tutto, seriamente, e quelle che sembrano contraddizioni insanabili acquistano il loro senso all’interno della sua parabola esistenziale: i valori da sinistra liberal, condivisi con la moglie, si sposano tranquillamente con il conservatorismo in cui è cresciuto e con la sua esperienza di veterano. E non si dubita della perfetta buona fede di certe sbavature – come il razzismo positivo nei confronti di Gurkha e Zulu e l’enfasi sul “lavoro” di attivista in un’Africa afflitta da problemi causati in buona percentuale dalla sua madrepatria – perché Harry perlomeno non maschera di un velo ipocrita la verità di una posizione di privilegio assoluto «accaparrata quando il sistema era ingiusto e la ricchezza veniva generata da lavoratori sfruttati e da atti criminali, annessioni e schiavismo».

Nonostante l’epilogo – scritto dopo la morte della regina – risulti un poco estraneo a quella che probabilmente era la struttura originale, racchiusa dal confronto con padre e fratello al funerale del nonno Filippo, riesce tuttavia a chiudere la storia con un lieto fine intriso di lirismo e speranza. Una conclusione azzeccata, del resto: con i soldi che ricaverà dai diritti di Spare, Harry e famiglia riusciranno per un po’ a compensare le spese per garantire privacy e sicurezza (decisamente lievitate da quando è venuto meno il sostegno della Corona).

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