La pubblicazione de I taccuini del coccodrillo colma un divario a dir poco inaccettabile nel panorama della letteratura sinofona in italiano. Uscito più di trent’anni fa, nel 1994, il romanzo è un vero e proprio classico a Taiwan, soprattutto – ma non solo – come pioniere e classico nella letteratura queer taiwanese, in una fase in cui le soggettività LGBTQIA+ cominciavano a reclamare visibilità e diritto di parola in una società – non dimentichiamolo – uscita da poco dalla dittatura militare del partito nazionalista e conservatore, il Kuomintang. Altrettanto nota e amata è Qiu Miaojin (morta suicida nel 1995, ad appena ventisei anni), della quale finora potevamo leggere in italiano solo le Ultime lettere da Montmartre (Calabuig, tradotte sempre da Pozzi).
Chi leggerà I taccuini non faticherà a capire il motivo di tanto affetto attorno alla figura – e alla scrittura – di Qiu Miaojin. È un romanzo denso, ma che comunque si legge tutto d’un fiato, non tanto perché sia facile o incalzante ma piuttosto per l’intensità (a tratti lirica) e la cruda onestà con le quali l’autrice trasmette le emozioni che scuotono il proprio io nella costruzione di sé stessa e, soprattutto, dei rapporti con l’altro. Un’intensità che si contrappone alla sostanziale indifferenza con la quale scorrono i fatti della vita: la storia, infatti, non solo non segue ma si disinteressa alla trama lineare, al susseguirsi di eventi, per concentrarsi invece nel narrare emozioni, scoperte e ricerche della sessualità, rapporti interpersonali.
Il titolo fa riferimento agli otto diari composti da Lazi, personaggio fittizio (ma ampiamente riconducibile all’autrice), per raccontare (a sé stessa?) i propri anni di università ormai alle spalle (e infatti il primo taccuino si apre con la consegna del diploma di laurea). Lazi entra in varie tipologie di rapporti con svariati personaggi, tutti a dir poco pittoreschi, ma soprattutto esplora il desiderio sessuale – e specificamente omosessuale – prima con Shui-ling, compagna di studi, poi con Hsiao Fan, collega di lavoro (fidanzata con un uomo). Entrambi i rapporti sono burrascosi, travolgenti e, per diversi motivi, frustranti e in ultima analisi insoddisfacenti: emozioni che Lazi vive con la massima intensità e che consegna al taccuino insieme a profonde riflessioni sul rapporto, l’accettazione e le implicazioni della propria sessualità. Tra parentesi, giusto per capire fino in fondo l’impatto culturale di Qiu Miaojin, un termine gergale per indicare le lesbiche in cinese è lala, tratto proprio da Lazi.
In larga parte, I taccuini sono un dramma dell’incomunicabilità, con sé e con gli altri. A vari gradi di intensità, Lazi vive una frattura fra l’esperienza oggettiva e soggettiva, vissuta anche nella difficoltà proiettare la propria interiorità verso l’esterno, in larga parte motivata dalla severissima autocondanna che la ragazza si infligge e che deriva dalla «consapevolezza di essere un mostro […] che bruciava come sale su una ferita».
E infatti, oltre alla profondità psicologica per molti versi universale che lo caratterizza, il romanzo presenta un potente racconto della dissidenza sessuale, dei traumi che la accompagnano e dello stigma che accompagna l’omosessualità. Da una parte, Qiu Miaojin tramite Lazi mette radicalmente in discussione tutto ciò che viene associato alla sessualità eteronormativa e al sesso biologico con il quale si nasce. Dall’altra, con straordinaria capacità dimostra anche come lo stigma sessuale penetra e inquina la propria psiche. Il profondo senso di inadeguatezza provato da Lazi, la convinzione di essere sbagliata, con tutta la tossicità che questo riversa nelle relazioni, non nasce solo da esperienze personali né è spiegabile solo con tratti psicologici individuali, ma deriva da una più ampia esperienza sociale di stigmatizzazione ad opera di organizzazioni socioculturali che rimangono visceralmente patriarcali.
Di questo racconta il “coccodrillo”, curioso protagonista di una vicenda parallela. Essere strano e misterioso che, pur vivendo in tutto e per tutto come un essere umano, attira insolitamente l’attenzione spasmodica di esperti e persone comuni, i quali si interrogano su come arginare la latente pericolosità sociale di questa creatura, metafora ironica e acuta della persona omosessuale. Come Lazi, pur nella sua fragilità, feroce per l’ordine patriarcale.


