Se c’è una ricorrenza, un incontro familiare, qualcosa di emotivamente impegnativo, Il partito preso delle cose (Einaudi, 1979) — per quanto mi riguarda il miglior titolo di ogni libro di poesie — è sempre una fonte inesauribile cui attingere per mettere a freno l’emozione quando rischia di deragliare. “La sigaretta” prende il posto della persona morta intempestivamente perché fumava troppo, “La cassetta” di quello che si sente importante… Per me Francis Ponge funziona così. Rimette al centro le cose e ricalibra lo sguardo. Ora sul mio tavolo c’è Il sapone. Un altro libro sorprendente del poeta francese. Ponge ce lo presenta come un faldone: lo prende, lo solleva, lo lascia ricadere sul tavolo. Vuole che se ne senta il rumore. Sulla copertina, scritto a mano, c’è il titolo: Il sapone.
Ventitré anni di note, cominciate durante la guerra, nel 1942 – quando Ponge e la famiglia sono sfollati a Roanne e il sapone manca – e concluso nel 1967. Il libro è composto di appunti, riprese, variazioni, una conferenza radiofonica, una piccola scena teatrale, riflessioni sulla poesia, sulla morale, sulla cosa, sulla parola. Come se il sapone fosse insieme l’oggetto osservato e il metodo: sfregare, tornare, produrre schiuma, risciacquare, ricominciare, addirittura andare “alla ricerca del sapone perduto”. Il sapone è “una specie di sasso” fatto dall’uomo per l’uomo, che a differenza del ciottolo — “più che misantropo” — non dimentica mai il proprio dovere. Sta sul piattino, asciutto, paziente, pronto a cambiare stato appena incontra l’acqua e le mani. Allora scivola, schiuma, si assottiglia, si concede, sparisce un poco o del tutto.
Ponge insiste: sul sapone c’è molto da dire. Anzi, “con il sapone, non la si finirebbe più”. È un soggetto di modesta importanza che però “fa schiuma all’infinito”. A quel punto l’autore nomina Melville in un confronto tutt’altro che devoto. La balena, dice, è già stata trattata dal “signor Melville”, con molte parole, troppa fretta, troppa furia. Il sapone invece è una cosa che sta sul piattino e serve a lavarsi le mani. Eppure balena e sapone, davanti alla scrittura, stanno sullo stesso piano: conta il modo in cui li si osserva e il sapone obbliga a una fedeltà più stretta. Non permette di scappare subito verso il simbolo, la metafora, l’indicazione morale. Ponge aggiunge, con una sua tipica riduzione in tono minore: “Quando si parla del sapone, c’è più da farfugliare che da dire”. Farfugliare significa mettere un poco in ridicolo le parole. Farle uscire dalla loro posa. Tenerle in mano, come il sapone, finché cominciano a perdere sicurezza.
La ripetizione che attraversa tutto il libro, a volte con le stesse identiche parole a volte con minime variazioni, ha nella vita un destino curioso. Nel bambino è incoraggiata: serve a imparare, abitare il mondo, prendere confidenza. Nella vecchiaia, invece, viene temuta, sopportata, liquidata come perdita. Ponge la sottrae a questa alternativa. Nel Sapone ripetere è attenzione, divertimento e provocazione che disorienta il lettore. Si torna sulla cosa perché la cosa non è ancora vista. Si ripete per far apparire una differenza minima. Come in musica. Non è azzardato allora riconoscere una pratica politica nel guardare l’oggetto. Non usarlo come pretesto. Non coprirlo subito con parole già fatte. Oggi abbiamo molti contenuti, molte forme, molti lessici. Spesso arrivano già consumati, pronti all’uso come surrogati che non fanno schiuma. Ponge riparte da una cosa piccola, precisa, esposta all’uso. Guarda che cosa fa, che cosa perde, che cosa lascia. È un esercizio minimo, ma necessario: tornare a vedere con occhi puliti ciò che accade, prima che l’abitudine, l’ideologia, la retorica o la stanchezza lo rendano di nuovo invisibile.


