29 Settembre, 2020

Quattro incontri su audiocasetta

, Il , tr. , Adelphi, pp.170, euro 14,00 stampa

Questo libro nasce dal caso e dall’occasione: la storia del suo venire in esistenza sembra uscita da un racconto o forse da un sogno di Borges stesso.

Nel lontano 1965, in un quartiere qualunque di Buenos Aires, , non ancora del tutto cieco, tiene una serie di conferenze sul – un tema da lui spesso evocato in toni epici o elegiaci, in prosa o in poesia, ma mai trattato in modo esteso e sistematico. Tra il pubblico siede un musicologo gallego che scrupolosamente registra i quattro incontri su audiocassetta. La voce di Borges e l’eco di quelle serate bonaerensi si perdono nel riflusso del tempo e dell’oblio. Molti anni dopo il gallego lascia l’America Latina per tornare in Spagna, dove regala il vecchio nastro a un amico basco. Passano vari anni. Nel 2002 il basco consegna le registrazioni a un altro gallego, lo scrittore , che le digitalizza, ne accerta l’autenticità e, dieci anni dopo, rende pubblico il ritrovamento che, nel 2013, l’ultima moglie ed esecutrice testamentaria di Borges, , finalmente fa trascrivere e accoglie ufficialmente nel canone dell’opera borgesiana. In questo modo fortunoso una scheggia dispersa di tempo viene recuperata e giunge fino a noi, lettori di oggi, consegnandoci un Borges colloquiale, rapsodico, incline alla battuta e alla digressione memorialistica, che talvolta confonde un verso o, dimenticando di averlo già citato, lo ripete uguale in più conferenze – “chiacchierate”, come informalmente le definisce l’autore. Un Borges persona, dunque, e non monumento letterario.

Chi pensi di trovare tra queste pagine, o meglio nell’ombra di quella voce, la storia criticamente circostanziata del tango, l’analisi metodica e completa di un genere musicale e di una cultura, resterà deluso. Borges infatti attinge solo alla mitologia del tango che gli è cara – e che forse ha inventato lui stesso – già rivelata in altri suoi testi come Evaristo Carriego (1930; Einaudi, 1997), in racconti come “L’uomo della casa rosa” (in Storia universale dell’infamia, 1935; , 2020), in poesie come “Il tango” (in L’altro, lo stesso, 1964; , 2020), dove il ballo diventa “el recuerdo imposible de haber muerto/ peleando, en una esquina del suburbio”. Una mistica del coraggio e del duello, una spesso sordida epica arrabalera (non a caso spesso da lui associata alle amate epopee dei vichinghi, vikings, come li chiama sempre, rifiutandosi di usare il corrispettivo spagnolo).

Per Borges il tango è solo il tango viejo, il tango-milonga delle origini, quello criollo precedente alla sua diffusione internazionale; per lui il ben più amato e tardo tango-canciòn, quello portato alla gloria da , per intenderci, quasi non esiste (lo cita solo di sfuggita e di fretta). Il “pensiero triste che si balla” come lo definì Ernesto Sabato, citando Enrique Santos Discépolo, uno dei suoi massimi compositori, non è dunque per Borges né pensiero – piuttosto emozione – né triste – piuttosto rissoso, sfacciato, sensuale – nato come il jazz nordamericano tra casas malas, lupanari, e figure ai margini della società: nel caso argentino, le donne di malaffare – spesso immigrate francesi o slave centro-europee, las valescas, le valacche –  e i compadritos, non necessariamente magnaccia ma carrettieri, macellai o inservienti di mattatoio, eredi urbanizzati dei gauchos, maestri della lotta col poncho e col cuchillo, divenuti guappi e assassini per sfida più che per interesse; a questi si mischiavano e contrapponevano i niños bien, i “figli di papà”, non altrettanto plebei ma ugualmente dissipati, contendendosi las orillas, i sobborghi di un’ancora piccola Buenos Aires.

Il ripiegamento intimista del tango, la tristezza, l’amara piega esistenziale – il blues, direbbe un nero americano – che tanto è piaciuta agli europei, sarebbe un’aggiunta posteriore e quasi apocrifa, un apporto degli immigrati sulla matrice criolla. Borges stigmatizza come razzista e nazionalista la teoria di , suo collega sulla rivista Martìn Fierro, che siano stati gli italiani e in particolare il quartiere genovese della Boca, a snaturare il tango, e la smentisce scrivendo: “credo che questa trasformazione del tango, dalla spavalderia smaccata fino alla tristezza, non possa avere una ragione etnica […] Credo che all’inizio il tango fosse più eroico o più stoico perché era meno immaginativo, e si sa che la paura nasce dall’immaginarsi le disgrazie prima che accadano”. Nonostante queste posizioni più sfumate, anche per Borges il vero tango, o quantomeno il tango che a lui interessa, non è rappresentato dalle elegiache cogitazioni di Volver, di Caminito o di Esta noche me emborracho, ma resta essenzialmente quello delle origini: una questione de cuchillo y lupanar.

Una visione molto parziale dunque, non il tango ma il tango per Borges, il tango di Borges. La minuziosa ricostruzione di un mondo immaginario, l’epica degli eroi di una personale mitologia – nomi evocativi come Jacinto Chiclana, Juan Moreira, Guillermo Hoyo detto Hormiga Negra, El monco Wenceslao e altri – le fantasie dei loro duelli all’ultimo sangue e la eco musicale di altre sfide meno cruente, sulle piste da ballo, fra i compadritos porteños e gli uruguayos di Montevideo, al suono di El choclo, il primo tango – viejo, s’intende – che Borges infante abbia mai ascoltato. Un affascinante teatro interiore che rivive e risplende nelle parole, riscattate dall’oblio, di quelle serate bonaerensi del 1965.

Per chi voglia approfondire con una documentazione meno parziale e più oggettiva sul tango si consigliano:

  • Meri Franco-Lao, Tempo di tango, Bompiani, 1975 (la pioniera degli studi sul tango in Italia, volume purtroppo quasi introvabile oggi);
  • Horacio Salas, Il tango, Garzanti, 1986 (uno dei migliori studi storici in italiano, scritto da un importante poeta argentino e introdotto da Ernesto Sabato);
  • Paolo Collo e Ernesto Franco (a cura di), Tango, Einaudi, 2002 (un’antologia con buone traduzioni dei più importanti classici del tango-canciòn);
  • Enrique González Tuñón, Tangos, Nuova Delphi, 2016 (racconti e poesie dello scrittore bonaerense famoso per le sue storie sottoproletarie)

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