25 Maggio, 2020

Twilight & (per favore… mordimi sul collo)

Pop vampiri

“vampiro dal nero mantello
di notte tu succhi nel collo
le donne di giovane età”
Bruno Martino,Dracula cha cha cha” (1959)

 

Il lettore non si stupisca per l’exergo vagamente camp. Talvolta accade che una canzone – sia pure un motivetto ballabile che pochi ricordano – possieda il dono raro della sintesi. Bruno Martino non era Charles Baudelaire, tuttavia in “Dracula cha cha cha” suggella, nello spazio di una terzina, gli elementi primari di un archetipo horror: il “vampiro dal nero mantello” e la “donna di giovane età”. In altri termini (musicalmente più colti): la morte e la fanciulla.

All’epoca in cui Franz Schubert compone il celebre Quartetto per archi in Re minore (La Morte e la Fanciulla, appunto), “uomini fatali sorti sulle orme dell’eroe byronico” – stando alla definizione di Mario Praz nell’imprescindibile La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (1930) – evocano con successo, in romanzi e novelle, il fascino fosco e ferale del vampiro, la sua perversa voluttà di distruzione: “il loro rapporto con l’amata è quello di un demonio incubo verso la sua vittima”. Il piacere del dolore, traboccante dalle opere del “demoniaco” Marchese de Sade, agli albori del XIX secolo sfuma, ma solo all’apparenza, l’oscena grevità della mise en scène, la conclamata predilezione per fanciulle graziose e virtuose. “La giovinetta infelice e perseguitata! Il motivo è vecchio quanto il mondo”, afferma Praz nel saggio citato. E se La morte va a braccetto con le vergini – titolava, non a caso, un Hammer horror movie del 1971 – il Principe della Notte ha appena trovato la sua amata.

Scelte dalle tenebre

Cacciatore per necessità, il vampiro è un arcano incantatore. Sfuggire alla malìa del suo sguardo, all’allure aristocratica e spettrale sprigionata dai modi e dalla figura altera – non sempre pèndant di bellezza e giovinezza… – è pressoché impossibile. Le amanti immortali che popolano le sue notti e la sua dimora, cedendo corpo e anima al lugubre assedio del Male, han scambiato una felicità domestica con il dono della vita eterna, la luce della Grazia con la carezza del Diavolo. E poco importa se il loro seduttore ha le sembianze non proprio avvenenti di Max Schreck o di Bela Lugosi, prime incarnazioni cinematografiche del vampiro letterario. Per entrambi calza a pennello il ritratto che ne fa in un articolo pubblicato nel 1991: “La figura del conte Dracula interpretata con tanta maestria da Bela Lugosi è pretesca; il suo abito da sera formale, l’alto colletto inamidato, l’oscuro mantello lungo fino alle anche suggeriscono l’aspetto di un prete cattolico, così come i suoi movimenti coreografati alla perfezione, la precisione con cui scandisce le parole, enuncia le sillabe, come se l’inglese fosse una lingua a lui estranea”.

Prete diabolico o melanconico étranger, dalla Transilvania a New Orleans, dalla Londra vittoriana alla Hollywood di Tod Browning, il “demonio incubo” si è nutrito indisturbato del sangue delle proprie vittime; anelando il crepuscolo e il sonno profondo ha invaso i sogni di femmine sole, lasciandole prima dell’alba esangui e obnubilate dall’estasi di un funesto abbraccio. Fino a quando, al tramonto del XX secolo, la Fanciulla, ridestatasi da un incantesimo durato troppo a lungo, si ribella al suo macabro destino. Come in una fiaba dal finale capovolto, sceglie di vivere e di non morire. Di amare (il Mostro) e di essere amata (Per favore… mordimi sul collo). Il cacciatore sta per diventare preda.

 

“Ho solo sedici anni e non voglio morire!”
Buffy l’ammazzavampiri

Accade a Sunnydale, West Coast. È il 1997 e la teenager Buffy Summers vi si è appena trasferita con la madre dopo aver sconfitto, a Los Angeles, un gruppo di vampiri. Lei è una vampire slayer, una Cacciatrice, ma quel dono è una maledizione. Perché l’amena cittadina – soprannominata Hellmouth, “bocca dell’inferno” – è un luogo malefico, infestato da creature sovrannaturali che la predestinata fanciulla si ritroverà a combattere a costo della sua stessa vita.

Nella fortunatissima serie televisiva Buffy l’ammazzavampiri (), ideata da Joss Whedon (già regista dell’omonimo film del 1992), per ben sette stagioni la riluttante eroina, affiancata dalla Scooby Gang – un pugno di amici coraggiosi e un saggio bibliotecario/mentore – sovverte, dunque, un inveterato cliché. E nonostante l’orrore si stemperi spesso nell’ironia, per Buffy e compagni il rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta è, inevitabilmente, una lotta straziante contro le forze del Male e la loro oscura seduzione. Vampiri inclusi. Nulla pare essere mutato da quando Anne Rice, nel 1985, in Scelti dalle tenebre rimarcava la perturbante attrazione degli uomini (e delle donne, ça va sans dire) per il mistero e la sensualità della Morte: “(…) in questo mondo il vampiro è soltanto un Dio Tenebroso. È un Figlio della Tenebra. Non può essere altro. E se ha un potere affascinante sulle menti degli uomini, è solo perché l’immaginazione umana è un luogo segreto di memorie primitive e di desideri incoffessati. (…) Tuttavia gli uomini ci amano, quando ci conoscono. Ci amano anche ora”. Buffy – come di lì a poco Sookie Stackhouse e Bella Swan – non fa eccezione.

A conquistarne il cuore e la virtù saranno due antichi vampiri, sadici e potenti, eppure capaci di rinnegare la loro spietata natura per affiancare la Cacciatrice nella titanica impresa di salvare Sunnydale. Demoni amanti, Angel e Spike sono palesemente antitetici: divorato dai sensi di colpa per gli efferati crimini commessi in passato, il primo; ribelle e imprevedibile, il secondo. Infatti, mentre Angel, pur restando un succhiasangue, si traformerà in detective privato nello spin-off Angel (1999-2004), Spike rimane ontologicamente fedele a se stesso, un outsider restio a “umanizzarsi” e a addomesticarsi. Nemmeno per amore (a parte fare sesso con Buffy…). E in tempi di acclarate metamorfosi vampiriche – a far scuola fu il vampiro Lestat: nel suddetto romanzo di Anne Rice ritorna dopo un forzato “esilio” a New Orleans nei panni, non più ottocenteschi, di un’osannata rockstar – Spike rappresenta una “mostruosa” anomalia.

Il vampiro postmoderno sembra, infatti, aver barattato la connaturata vocazione alla solitudine malinconica con l’impulso irrefrenabile di mescolarsi ai propri simili, formando una crew spaventosa (come nel film Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow), una “famiglia” convenzionale (i Cullen di Twilight) o, addirittura, convivendo con gli umani e amandoli carnalmente ( insegna). Perché “la noia è la morte!”, urla Estelle nel parigino Teatro dei Vampiri. Ignara, al pari di altre errabonde creature della notte, di appartenere ormai, per sempre, a “un gruppo mostruoso che aveva fatto dell’immortalità un club di conformisti” (da Anne Rice Intervista col Vampiro)

True Blood. Vampiri conformisti e succhiasangue impenitenti

“la mia non è una saga dedicata ai vampiri,
ma alle donne che li preferiscono agli umani”
Charlaine Harris

Mentre in TV va in scena Vita, Morte e Resurrezione di Buffy, Mrs. Charlaine Harris, classe 1951, dopo un decennio dedicato alle crime stories, dà il via a una blasfema danse macabre. Dead Until Dark (Finché non cala il buio, Delos Books 2007) – primo di tredici romanzi scritti dal 2001 al 2013 – è la stravagante ouverture della saga horror The Southern Vampire Mysteries, la cui fatata étoile e vivace io narrante è la cameriera telepate Sookie Stackhouse.

Ventiquattro anni e ancora vergine, per la Fanciulla della Louisiana innamorarsi di un uomo è più arduo che servire contemporaneamente quattro tavoli al Merlotte’s. Soprattutto quando, al primo rendez vous, i pensieri volgari del malcapitato boyfriend le inibiscono ogni pulsione. Niente di meglio, allora, di Bill Compton, l’unico maschio dei dintorni la cui mente per Sookie è un vuoto assoluto. L’unico maschio di Bon Temps a essere senza dubbio un vampiro! Centenario e un po’ old style, peut-être, quel tenebroso vicino di casa – a dividerli è solo un vecchio cimitero –, ma a suo modo decisamente irresistibile (La Carne e il Diavolo…). Quando Sookie viene ferita a morte da due cacciatori di vampiri dai quali Bill era sfuggito grazie al suo aiuto, la ragazza ne beve il sangue benefico, guarendo rapidamente e, altrettanto rapidamente, invaghendosi di lui. “That old black magic called love” cantava Marilyn Monroe.

E di magia nera e bianca la torrida e immaginaria Bon Temps – una Peyton Place dall’aura potentemente sovrannaturale – è permeata fin dalle fondamenta. Al punto da attirare, nel dipanarsi della Southern Saga, streghe e baccanti, licantropi e cat people, fate e mutaforma. Un perturbante e rutilante monster show che amalgama con eretica (ed erotica) eleganza splatter e parodia, black comedy e horror puro: una succosa fonte d’ispirazione per Alan Ball – ideatore di Six Feet Under – e la sua nuova irriverente serie televisiva, True Blood (2008-2014). Benvenuti a Bon Temps!

Se la Louisiana resta una leggendaria land of the living dead, il mondo intero, grazie al True Blood, un sangue sintetico inventato dai giapponesi, è diventato un'(ingannevole) Arcadia del nuovo millennio in cui umani e Non-Morti convivono pacificamente, nel rispetto delle secolari tradizioni reciproche. “Cortesia e tradizione (…) Noi vampiri siamo tutti osservanti delle tradizioni, perché dobbiamo convivere gli uni con gli altri per molti secoli” spiega Bill a Sookie, sconvolta dalla ferocia di un gruppo di barbari succhiasangue incontrati a casa di Bill e dalla fermezza con la quale il padrone di casa ne ha difeso l’incolumità. Tuttavia, addomesticato o no, nell’America falsamente tollerante descritta da Charlaine Harris, il Principe delle Tenebre resta, comunque, un diverso, un indesiderabile (nonostante gli sforzi per nascondere i canini affilati). Che sia un amabile gentiluomo del Sud – Bill, appunto, vampirizzato durante la Guerra di Secessione – o un conturbante e antichissimo vichingo qual è Eric Northman, proprietario del Fangtasia, un locale dark per vampiri e umani. Laddove la giovane telepate aiuta Eric a scoprire (e punire) l’autore di un furto, attirando così le attenzioni del biondo vampiro con il quale, nel corso della saga e della serie TV, Sookie, seppur innamorata di Bill, intratterrà un tormentato ménage à trois (brevemente interrotto dalla liaison con il licantropo Alcide, per natura più fedele e casalingo).

“Harris ha ampliato la sessualità (…) i miei vampiri non possono avere rapporti sessuali e l’atto di bere sangue è orgasmico per loro. Harris lo ha fatto in modo diverso” ha affermato Anne Rice in un’intervista, dichiarandosi, tra l’altro, una fan della serie. Quanto detto, va sottolineato, non è un semplice scambio di cortesie tra signore e colleghe. È proprio quell’aver “ampliato la sessualità” a rendere affascinante e compiuta l’alchimia tra Eros e Thanatos celebrata in True Blood e, prima ancora, nei romanzi che ne sono il calco.

La Fanciulla ha osato amare il Mostro. E, ricambiata, lo aiuterà dolorosamente a morire, a rinunciare al tedio dell’immortalità. Sarà lei a conficcare un paletto nel cuore a Bill, quando quest’ultimo, da sempre dilaniato tra il Bene e il Male, appagherà il desiderio, incontenibile e struggente, di tornare “umano”. Quanto a Sookie, diversamente dal finale scritto da Alan Ball, nel tredicesimo romanzo, sfumato il matrimonio con Eric, Charlaine Harris le concede una meritata pausa di riflessione. Perché un altro pretendente bussa alla sua porta: nientemeno che il suo ex capo, Sam Merlotte il mutaforma.

Intanto nella lontana Forks, Stato di Washington…

Twilight. (La) Bella, la Bestia e il Vampiro innamorato

“io non voglio essere un mostro!”
Edward Cullen, Twilight

Contemporaneamente alle salutari “rivoluzioni” messe in atto da due esimie Regine dei Dannati, nella prima metà degli anni Duemila la metamorfosi del vampiro subisce un “controrivoluzionario” sabotaggio. Nella piovosa Forks, dopo secoli di ferali solitarie delizie il Principe della Notte è un felice pater familias, pratica un virtuoso “vegetarianismo” (caccia solo animali e non esseri umani), rispetta i patti di buon vicinato con i licantropi, un tempo acerrimi nemici, e, dulcis in fundo, sembra aver anestetizzato i propri istinti sessuali. A corollario di tali gandhiane virtù, un radicale cambiamento di look (argomento assai frivolo, ma che meriterebbe un articolo a sé). Addio “nero mantello”, redingote di velluto e aggressivi leather outfits! Il vampiro di Twilight è ostentatamente glamour. I benestanti Cullen – Carlisle, il padre medico ed Esme, la moglie, più i loro quattro “rampolli” collegiali, Edward, Alice, Jasper, Rosalie e suo marito Emmett – prediligono, infatti, il bianco, il grigio e tutte le sfumature del viola, uno stile casual ma griffato (il gothic è una dozzinale mascherata, le camicie a scacchi lasciamole agli autoctoni). Creature notturne e diurne (sic!), perfettamente integrate nella piccola comunità, i Cullen non sono certo strambi come gli Addams. Forse, solo un po’… pallidi.

A dar loro vita e fama imperitura è la tetralogia cult –  Twilight, New Moon, Eclipse, Breaking Dawn – concepita dall’allora trentaduenne Stephenie Meyer nel 2005 e conclusa nel 2008. Anno in cui, dopo il successo planetario della saga letteraria, Hollywood mette in cantiere ben cinque film (Breaking Dawn, 2011, è diviso in due parti), eclissando, nell’immaginario non solo adolescenziale, secoli di mitologia vampirica in nome di una pretestuosa e quanto mai dannosa ambizione di appiattirne l’onirica terrificante bellezza. Nemmeno il dottor Van Helsing avrebbe osato tanto.

Paranormal romance, recita la voce Wikipedia, “è un temine, mutuato dalla lingua inglese, con il quale si indica un sottogenere del fantasy e in particolare del fantasy contemporaneo (…) storie ambientate nel mondo reale, si caratterizzano per la presenza di elementi e creature paranormali ed esoteriche (…) Nella sua forma più commerciale, la paranormal romance è legata al romanzo rosa e al fantasy romantico”. In sintesi, amore fa rima con orrore e, nel caso di Twilight, paranormal romance per antonomasia, alcune frasi estrapolate qua è là, da libro e film, rendono l’idea. Lei (Bella Swan): “Non ho mai pensato molto a come sarei morta. Ma morire al posto di qualcuno che amo è un buon modo per andarsene”. Lui (Edward Cullen): “Sono fatto per uccidere. Io ti volevo uccidere (…) È come se fossi la mia qualità preferita di eroina (…) ti odiavo solo perché ti desideravo troppo (…) non sai quanto ti ho aspettata”. Chi in gioventù ha letto Carolina Invernizio, Liala, passando per Delly, ha solide ragioni di storcere il naso. Ma i gusti (o il gusto?) oscillano dorflesianamente e anche la Fanciulla, di nuovo “infelice e perseguitata” (l’audace Buffy è ormai un ricordo, Sookie non è di buon esempio per i teenager), propende per un amore proibito e contrastato, sedotta dal fascino della Morte che la unirà a Edward per l’eternità. Come Romeo e Giulietta, ammicca la Meyer in New Moon, giusto per evocare smaccatamente illustri precedenti letterari.

Dal canto suo, Edward promette a Bella di “trasformarla” appena lei avrà conseguito il diploma e, diventata maggiorenne, il vampiro eterno liceale – fu Carlisle, nel 1918, a farne un immortale – potrà sposarla. Prima di allora, solo baci e niente sesso. Astenersene per Edward è più che un dovere morale: l’odore di Bella, ovviamente ancora vergine, scatena (vivaddio!) le sue pulsioni ma la pone anche in serio pericolo. Non tutti i vampiri son vegetariani… Tre bevitori di sangue, attirati dalla golosa preda, costringeranno i Carlisle a uscire allo scoperto pur di difendere la promessa sposa, spezzando al contempo la tregua con i licantropi della riserva indiana.

Il triangolo no, la Meyer non l’aveva considerato. Tuttavia, all’inizio di New Moon, quando Edward lascia Bella, mosso da un (in)naturale senso di colpa, la Fanciulla trova una temporanea panacea al mal d’amore nell’affettuosa amicizia con Jacob Black, giovane e ribelle licantropo innamorato di lei. Paranormal romance, si diceva. Tutto torna. Ma, per farla breve, nonostante le ripetute avances di Jacob e la forte malcelata attrazione di Bella (come darle torto? il diafano e casto Edward sembra un James Dean uscito dall’oltretomba, Jacob ha sensualità da vendere), la Bestia non esiterà neppure un secondo a proteggerla, soprattutto nello scontro finale con i Volturi, i secolari vampiri di Volterra ostili ai Cullen e determinati ad annientare Renesmee, la figlia della giovane coppia. La Fanciulla ha impalmato il Mostro ma il frutto dell’amore non è una creatura diabolica. Questo è Twilight, non Rosemary’s Baby.

Con buona pace degli ortodossi cultori dell’horror (e per la gioia di milioni di giovanissimi fan), la Meyer infrange, dunque, tra gli altri, anche il tabù della procreazione vampirica. La gravidanza “umana” di Bella, dal decorso rapidissimo e letale, è ciò che la unirà infine a Edward: bevendo il suo sangue la trasformazione in madre e vampira si compie. Una trasformazione che, vista la dichiarata fede mormone dell’autrice americana, ha tutti i crismi di una conversione. Lettura azzardata? Forse. Il Dio Tenebroso continua a far proseliti…

A farci ben sperare che i tempi duri per i vampiri siano davvero finiti è, invece, la notizia che le Vampire Chronicles di Anne Rice diventeranno a breve una serie TV, mentre a Hollywood è già stato annunciato il reboot di Buffy l’ammazzavampiri nonché una convention parigina, a ottobre 2019, cui parteciperanno alcuni attori del cast originale.

Il Principe della Notte può dormire sonni tranquilli. Elle est retrouvée. Quoi? L’Eternité.

“Plus agile qu’un serpent, il s’introduit prestement
Dans la maison d’une jolie femme
Pour la vider de son sang
Dans le cou il la mord de toute son âme”

Henri Salvador, Dracula cha cha cha (1961)

 

La citazione di è tratta dal saggio di David J. Skal The Monster Show. Storia e cultura dell’horror, Baldini&Castoldi, Milano, 1998.

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