27 Ottobre, 2021

Sadie Plant: cyberfemminismo e tecnopolitica oggi

Venti anni fa, Sadie Plant, una delle principali teoriche del cyberfemminismo, si interrogava sul legame tra dominio, genere e tecnologia. Le macchine, nate per eseguire compiti “femminili” disumanizzati, analogamente al movimento delle donne mettono in discussione il binarismo dominante, rivelando un confine sempre più incerto con il vivente.

Come spesso accade, l’incombenza di un futuro incerto spinge alla rilettura del passato per la ricerca di spunti interpretativi della contemporaneità, e così ciò che poteva apparire come estremamente visionario solo un paio di decenni fa si rivela di strabiliante attualità in questo presente incerto e mutevole in cui ci troviamo, nell’affannata ricerca di punti fermi da cui ricominciare.

E se Zero, Uno. Donne digitali e tecnocultura di Sadie Plant, pubblicato per la prima volta nel 1997 e portato oggi in Italia dalla Luiss University Press con la traduzione di Assunta Martinese, non si pone certo come una guida onnisciente in grado di illuminare la via, da questo testo al contempo informativo e viscerale, storico e rivoluzionario, accompagnato dai brillanti saggi di Simon Reynolds e del collettivo Ippolita, possiamo sicuramente trarre abbondante materiale di riflessione, nonché di discussione.

Sadie Plant è una delle più importanti teoriche del cyberfemminismo, fondatrice all’Università di Warwick negli anni Novanta della leggendaria CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit, e in questo suo primo libro tradotto in italiano troviamo strumenti ancora inesplorati a livello di mainstream culturale che offrono al lettore la possibilità di confrontarsi con un pensiero che, a distanza di oltre vent’anni, riesce ancora essere estremamente sovversivo, una sorta di “cassetta degli attrezzi” (per dirla con Deleuze e Guattari) in stile cyberpunk, che sovrappone allo studio delle tecnologie più avanzate e delle loro implicazioni sociali il soggetto del femminismo, analizzato in chiave storica e rivoluzionaria.

Ci troviamo oggi a dover fronteggiare un’attualità che ci appare spiazzante, e questo non tanto nei contenuti, ma piuttosto nella forma. Ad esempio, la guerra in Afghanistan o la pandemia non sono ovviamente le prime crisi di questo tipo che l’uomo ha dovuto affrontare nel corso dei secoli. Così come la questione delle donne, tornata negli ultimi anni alla ribalta grazie a movimenti organizzati di consapevolezza e denuncia, non è certo un tema nuovo. Da dove nasce allora la sensazione di trovarci a un crocevia della storia, a un punto di non ritorno carico di scelte – e di responsabilità? Una parziale risposta sta nel mezzo, nel medium attraverso cui i fatti vengono raccontati e, ancora prima, selezionati: la rete.

La sensazione, leggendo il saggio di Plant, è quella di essere sempre un passo indietro, di non cogliere mai a fondo tutta la complessità costitutiva di un mondo in costante evoluzione che, per illuderci di comprendere, semplifichiamo e appiattiamo in rassicuranti dicotomie: bene contro male, libertà contro restrizioni, ecc. Scrivono nell’introduzione le autrici del gruppo di ricerca Ippolita: “Non siamo politicamente preparati a riconoscere gli effetti delle tecnologie. La libertà individuale è una cosa di massima importanza quando abbiamo gli strumenti per gestirla, strumenti anche culturali, non solo tecnici, per questo si parla di ‘tecnopolitica’. […] In questo contesto potrà gestire i propri dati solo chi ha le competenze e le risorse per farlo, tutto il resto della popolazione darà in affido questa produzione a terzi nell’illusione (prima di tutto epistemiologica) che il mercato abbia di per sé delle qualità democratiche”.

Proprio in questi giorni esce per Einaudi il libro Facebook. L’inchiesta finale, di Sheera Frenkel e Cecilia Kang il quale, come anticipa la stessa casa editrice, contiene documenti tratti da “oltre mille ore di interviste a più di quattrocento persone [che] fanno luce sulle decisioni, i meccanismi e i protagonisti che hanno trasformato il social network più famoso al mondo in un monopolio pericolosissimo per la nostra privacy e la stessa democrazia.”

È lecito dunque, se non doveroso, interrogarsi con Sadie Plant sul legame tra potere, umani e macchine: queste ultime nascono originariamente come strumenti al servizio di chi le crea e sono esplicitamente tese – come qualsiasi organismo comunemente definito “vivente” – a mantenere l’ordine prestabilito contro la minaccia dell’entropia. Ma accade che le macchine, proprio come le donne (e il caso vuole che siano proprio due donne a scrivere sul caso Facebook), insorgano. La letteratura e il cinema abbondano di androidi ribelli che, rifiutandosi di essere considerati meri strumenti, semplici mezzi per il raggiungimento di precisi scopi, rivendicano nientemeno che il diritto al riconoscimento della propria umanità: da Frankenstein a Blade Runner fino ai cloni donatori di Non lasciarmi  e Klara e il sole di Kazuo Ishiguro, le macchine, più sono perfette più reclamano la propria autonomia, in termini di indipendenza di azione e, soprattutto, di espressione dei propri sentimenti. Non può sfuggire a questo punto lo stretto parallelismo tra macchine e donne, anch’esse abituate fin dalla notte dei tempi a essere strumenti degli uomini, a svolgere per loro i compiti più umili, ad assicurarne la riproduzione mettendo l’intero proprio corpo a loro completa disposizione venendo per di più tacciate di eccessivo sentimentalismo, se non di isteria.

Eppure, dal funzionamento stesso delle cosiddette “nuove tecnologie” impariamo che esse raramente nascono dall’improvviso lampo di genio di un singolo individuo, ma sono per lo più il frutto di un lungo e faticoso lavoro nelle retrovie della ribalta, tra compiti ripetitivi e “femminili” che richiedono costanza, applicazione e impegno. Sono le donne infatti le prime tessitrici che con il loro lavoro ispireranno l’idea di una rete di connessione in grado di sviluppare modalità di comunicazione sempre più sfidanti, che mutano in continuazione e che trascinano nel mutamento proprio chi avrebbe dovuto semplicemente usufruirne mantenendo la propria posizione di predominio. In questo vortice di dominanti e dominati, soggetti e oggetti, è il confine stesso tra umano e macchina a essere rimesso in discussione, e con esso anche il limite tra la vita e la morte.  A tal proposito, in riferimento agli studi di Wiener sulla cibernetica, Plant si chiede: “Le macchine autogovernanti erano vive? E in caso contrario, perché? Dopotutto non potevano certo dirsi materia morta, impassibile e inerte. E dal momento che molte forme di vita erano meno sofisticate delle macchine, lo status di essere vivente non poteva essere solo una questione di complessità.”

Ne consegue che la visione dicotomica reggitrice del mondo occidentale fin dai suoi albori – vita/morte, bene/male, uno/zero – non solo può ma deve essere rivista. Lo zero, che in un sistema binario rappresentava, a seconda del contesto in cui era inserito (religioso, filosofico, biologico) il nulla contrapposto all’essere, l’altro contrapposto all’identità, la donna contrapposta all’uomo, deve essere ripensato in quanto elemento costitutivo fondante della realtà, e non come sua mera ombra. Non si tratta quindi solo di attribuire allo zero-donna le tipiche caratteristiche femminili di ricettività, accoglienza, alterità, capacità di comunicazione ed empatia. Si tratta di riconoscerne la costituiva necessità ontologica, da cui consegue l’altrettanto necessaria parità di valore.

Una parità che non si gioca tuttavia in una partita a due, ma dove l’esplodere dei tradizionali binomi che dividono e classificano il mondo a immagine e somiglianza dell’uomo lascia il posto a una visione ben più ampia e aperta, che non teme possibili derive anarchiche ma al contrario le incoraggia perché sa che non è nell’ordine imbrigliato della razionalità dualista e dominante che nascono la vita e il pensiero, ma che questi hanno origine dal basso, dalle donne che tramano, dagli operai e dagli ingegneri che costruiscono materialmente reti e fili, dalle tessitrici e dalle centraliniste che smistano le comunicazioni, da tutti coloro che con il loro lavoro contribuiscono alla creazione di macchine che, nate come strumenti al servizio di padroni, saranno ben presto in grado di auto-organizzarsi in sistemi autonomi e indipendenti, scatenando – di nuovo – il caos: “la vita è un’isola contingente in un mondo morente”, scrive Plant sempre a proposito delle tesi di Wiener.

A questo punto è chiaro che non possiamo più aspettarci alcun centro attorno a cui far gravitare la conoscenza, alcuna retta che definisca lo spazio o lo scorrere lineare del tempo, sono tutti link, collegamenti, da cavalcare senza più pensare di poter arrivare in profondità, al cuore delle cose. Anche le metafore, allora, andranno ripensate, perché se è vero che da un lato il linguaggio riflette il pensiero, è altrettanto vero che il pensiero è estremamente vulnerabile al tipo di linguaggio usato – da cui, ad esempio, si potrebbe dedurre l’importanza di scelte linguistiche inclusive che permettano, in termini prettamente grammaticali, a nomi, pronomi e aggettivi femminili di avere le medesime possibilità espressive delle loro controparti maschili.

Per quanto riguarda invece il rapporto tra linguaggio e tecnologia, è interessante l’esperimento portato avanti dall’ultimo Festivaletteratura di generare poesia attraverso un’intelligenza artificiale che traduce in rima o in versi liberi i variabili umori del lago di Mantova: i dati sulla temperatura, la clorofilla e altre sostanze presenti nel lago, raccolti alle diverse ore del giorno dai sensori posizionati su alcune boe fisse, muovono l’algoritmo a produrre nuovi componimenti, grazie a un lungo apprendistato condotto nei mesi antecedenti al Festival su alcuni classici della poesia italiana di inizio Novecento. Come a dire che la tecnologia non solo è femmina, è anche poetica.