27 Ottobre, 2021

Mario Bellatin / Estasi della parola carente

Mario Bellatin, Shiki Nagaoka: un naso di finzione, tr. Vittoria Martinetto, Autori Riuniti, pp. 80, euro 13,00 stampa

È buona norma non chiedere mai ad autori e autrici di poesia di spiegare i loro testi. Nel migliore dei casi, la risposta che si otterrà non sarà niente di più e niente di meno di una nuova lettura della poesia, come nel celebre episodio riguardante Giuseppe Ungaretti.

Al contrario, è buona norma chiedere ad autori e autrici di narrativa quali siano state le loro maggiori influenze letterarie. Nel peggiore dei casi, si scopriranno le malcelate ambizioni degli autori rispetto al canone letterario nazionale e internazionale; nel migliore, e il caso dell’autore messicano Mario Bellatin è uno di questi, l’autore risponderà con un libro.

In particolare, il nume tutelare evocato da Bellatin si chiama Shiki Nagaoka, scrittore, monaco e intellettuale giapponese della prima metà del ventesimo secolo. Bellatin ha evocato per la prima volta il suo nome durante una conferenza accademica, in risposta alla fatidica domanda sulle sue influenze letterarie – suscitando, probabilmente, scarsa sorpresa in chi già conosceva la passione dell’autore per la cultura e le arti giapponesi, in seguito rinvigorita da un libro come Biografía ilustrada de Mishima (2009) – e ne ha poi mirabilmente messo all’opera, anzi, in opera, la biografia nel 2001.

In tutto questo, però, Shiki Nagaoka è un nome che difficilmente si potrà rintracciare nella storia della cultura nipponica, essendo stato attribuito a un personaggio non meno fictional del suo naso, menzionato nel sottotitolo dell’opera. Un naso esorbitante e stravagante, un po’ come il suo famoso antenato raccontato questa volta da un russo, ovvero da Gogol’. E sono molti altri i possibili punti di riferimento letterari, più o meno espliciti, nelle poche pagine di Shiki Nagaoka: un naso di finzione: da Juan Rulfo a Junichiro Tanizaki, da José María Arguedas a Yasujiro Ozu.

Detto questo, la biografia di Shiki Nagaoka è molto di più di un semplice divertissement metaletterario. Innanzitutto, Bellatin esce subito dai confini, sempre un po’ compiaciuti, di un’operazione che altrimenti potrebbe risultare poco più che conforme ai crismi di un’estetica postmodernista, magari già nota: la dimensione meta-letteraria dell’opera, invece, tiene insieme vari mondi – non soltanto la formazione del canone letterario internazionale, ma anche il rapporto tra la letteratura e la fotografia, la traduzione (con quello scoglio affascinante dell’ideogramma che interessò anche un altro grande autore scarsamente tradotto in italiano: Henri Meschonnic), la religione e i processi di secolarizzazione, l’eros e la morale.

Come un prisma, la biografia finzionale di Shiki Nagaoka riflette tutti questi temi, senza tuttavia ricorrere alla leziosità del caleidoscopio, grazie allo stile asciutto, materico e squadrato – “carente”, è la definizione dello scrittore argentino Alan Pauls, sicuramente indovinata nel suo materialismo – dell’autore, e anche all’ulteriore frammentazione e moltiplicazione delle immagini prodotta dall’appendice di “Documenti fotografici su Shiki Nagaoka”, a cura della fotografa e ricercatrice messicana-canadese Ximena Berecochea.

Chiude la pubblicazione in lingua italiana un ulteriore rivolgimento metamorfico della materia proposta, con una breve postfazione critica firmata dal già citato Alan Pauls – e quale migliore chiusura per un’opera di critica letteraria finzionale se non un autentico esercizio di critica letteraria da parte da uno scrittore? –, il quale affronta lo scritto di Bellatin con grande lucidità, profondità e solidarietà, attribuendogli sin dal titolo della nota – “Telegramma beckettiano postumo” – qualità eccellenti e, soprattutto, descritte con sorprendente precisione.

Questo di Bellatin è, in conclusione, un libro che fa onore all’iniziativa editoriale del collettivo Autori Riuniti, ribadita in una sorta di breve manifesto incluso alla fine di ogni pubblicazione, poiché offre, attraverso l’impeccabile traduzione di Vittoria Martinetto, un’opera di grande qualità al pubblico italiano, a partire da una posizione laterale a quel mercato editoriale più convenzionale che, purtroppo, ci aveva finora regalato soltanto due traduzioni della già vastissima e prestigiosa opera di Bellatin (Dama cinese, per Bookever nel 2007, e Salone di bellezza nel 2011 per La Nuova Frontiera). Come scrive Alan Pauls, “…mai la finzione è stata meno autonoma come qui, mai meno chiusa e sovrana, e non ha mai messo tanto in evidenza fino a che punto ha bisogno di qualcosa d’altro per esistere” – si tratti di un’immagine, di una biografia inventata o di altro ancora – “…e fino a che punto questo qualcosa d’altro alloggia nel suo cuore e la lacera, spingendola a uscire da sé”.

Con un détournement di questa citazione, ci si può certamente augurare che questa estasi sia il primo passo per nuove traduzioni dell’opera di Mario Bellatin in italiano.