Sarà una tecnica che vi seppellirà

Dal 1954 ad oggi la "Società tecnologica" di Jacques Elllul, tradotto ora in Italia da Mondadori per Silvio Berlusconi Editore, si conferma un testo radicale ancora largamente indigerito. Da allora, l'autonomia della tecnica, con il suo potere impersonale, ha continuato a risuonare obliquamente nelle idee di McLuhan, Foucault, Ivan Illich e molti altri.

«La technique ou l’enjeu du siècle di Jacques Ellul ha avuto una storia singolare. Rifiutato da due editori, fu infine pubblicato in una collana universitaria a piccola tiratura (per Armand Colin, nel 1954 ndr) e andò rapidamente esaurito. Mai ristampato (se non in edizioni pirata), ha continuato a essere letto e saccheggiato, anche se chi lo ha utilizzato non sempre lo citava. Negli Stati Uniti, viene costantemente ristampato in edizione tascabile ed è nella lista di lettura obbligatoria della maggior parte delle università». Questa scarna nota che l’Editore Economica di Parigi appose all’edizione del 1990 de La technique, la prima con le revisioni apportate dall’autore già nel 1960, che esce ora per Mondadori SBE come La società tecnologica (620 pagine, €30) nella fresca traduzione di Massimo Parizzi, dice molto ma sicuramente non tutto, privo com’è di apparati critici e di una struttura paratestuale, delle scambievoli fortune di questo testo fondamentale nella lunga riflessione sulla tecnologia che dal secondo dopoguerra arriva fino ai giorni nostri.
Basta del resto confrontare l’equivalente edizione inglese di quasi trent’anni prima (The Technological Society, Random House, 1964), con l’introduzione del sociologo Robert Merton e del traduttore, il filosofo John Wilkinson, per capire la diversa accoglienza ricevuta dal saggio di Ellul, patrocinato da Sir Aldous Huxley in persona, nel mondo accademico anglosassone. E la diversa entratura intellettuale di un autore – ex partigiano, anarchico, sociologo credente con il pallino per la teologia – riscoperto in questo secolo anche dalle nostre parti, la cui originale visione, a partire dal lavoro pionieristico di Lewis Mumford con Technics and Civilization (1934) e dalla recente teoria cibernetica di Norbert Wiener, sembra risuonare con anni di anticipo nella media ecology di McLuhan come nelle tecniche governamentali analizzate da Foucault.

Arruolato oggi come precursore della decrescita da Serge Latouche, e già omaggiato come spirito guida da Ivan Illich, alla fine si è scoperto che nel dipartimento di psicologia di Harvard dei primi anni ‘60, Ellul aveva un sostenitore più che entusiasta nel giovane Theodore Kaczynski, al tempo allievo e cavia da laboratorio di Henry A. Murray (grande amico di Mumford per chi crede nel cerchio della vita…). Come ebbe a dichiarare Kaczynski nel 1998, dopo una prima condanna al carcere a vita, “Avevo già sviluppato da solo almeno il 50% delle idee di quel libro e… quando l’ho letto per la prima volta, sono stato felicissimo, perché ho pensato: “Ecco qualcuno che dice quello che stavo già pensando.[1] La technique vede la luce nel clima di ripensamento critico che investe, all’indomani di Hiroshima, la riflessione sulla tecnica nel secondo dopoguerra. Ma se il tempo è il medesimo della heideggeriana Questione della tecnica (1953), la visuale francese differisce dal pessimismo epocale che emerge nel milieu tedesco segnalando il rovesciamento del rapporto uomo-macchina, di volta in volta, attraverso il “fallimento tecnologico” (Friedrich Georg Jünger, 1946), la “sostituzione dell’organico” (Sigfried Giedion, 1948), la “vergogna prometeica” (Günther Anders, 1956). Il trionfo della tecnica, con il corollario della specializzazione e della meccanizzazione, nella Francia della ricostruzione si riferisce infatti prevalentemente al dirigismo e all’intrapresa dello stato piano, con il complesso pletorico delle sue figure tecnico-scientifico, più che alla distruzione creativa del capitalismo manageriale americano.
Questo dato connota sicuramente anche la visuale di Ellul, come più tardi quella del primo Foucault. La tecnica non può che presentarsi al sociologo francese, prima che come una macchina, come un’organizzazione e un rete di saperi. Gli apparati meccanici per Ellul sono, insomma, solo un caso particolare della tecnica, un concetto assai più vasto e trasversale il cui nucleo resta ancorato all’efficienza in ogni campo. Il “rischio del secolo” – come recita il sottotitolo dell’edizione italiana – secondo Ellul non è tanto la “disumanizzazione” o “l’asservimento” degli esseri umani alla mercé delle macchine ma, più sottilmente, l’adeguamento alla mentalità tecnica.
Si tratta sicuramente di una delle differenze più significative rispetto al criterio di Lewis Mumford, là dove l’americano descrive invece le moderne società industriali nei termini di una “megamacchina”. Un altra dissomiglianza tra i due è il divario tra la tecnica moderna e quella tradizionale, due fenomeni neppure comparabili secondo il francese, e che la Grande Accelerazione a partire dal XVII secolo, almeno in Occidente, ha definitivamente separato. Ciò che una volta era un semplice strumento è diventato infatti per noi un ambiente, volto all’efficientamento, che non possiamo esimerci dall’abitare. Per Mumford, al contrario, il rapporto con la tecnica che ci ha definito come sapiens dal Neolitico in poi è rimasto tale e quale.

Analizzando le società industriali di metà Novecento, Ellul rileva che la tecnica ha appiattito le differenze politiche ed economiche, in particolare quelle tra sistemi capitalisti e socialisti che, al tempo in cui il libro è stato scritto, si contendono il primato nel corso della cosiddetta Guerra Fredda. Dalla sua visale, anche Stalin, che teorizzava il primato della politica,  sarebbe soprattutto uomo della tecnica. Il sociologo ribalta così la visione comune al pensiero liberale e al marxismo, secondo cui mercato, politica o economia promuovono lo sviluppo tecnologico: al contrario sarebbe ora l’economia a essere interamente guidata dalla tecnologia mentre ai consumi umani non resta che adeguarsi di conseguenza, pareggiando domanda e offerta attraverso il condizionamento pubblicitario. La politica diventa così mera illusione, ridotta a scegliere la soluzione tecnicamente più efficiente, non in base ai valori sbandierati ma alla proposta degli esperti, secondo il criterio di “one best way”. Solo lo Stato (“tecnocratico” per definizione) possiede infatti i mezzi per estendere il metodo e la mentalità della tecnica, attraverso la pianificazione – che nel dopoguerra non è un’esclusiva sovietica – a tutti gli ambiti della vita sociale e amministrativa, e quindi a Scuola, Università, Giustizia, Sanità, Intrattenimento, ecc. compresa la Scienza, in cui, contrariamente alla credenza del tempo, si ravvisa un ruolo derivativo, se non ancillare, rispetto alla tecnica.
La visione di Ellul precorre diverse intuizioni rese in seguito popolari dalla scuola di Toronto di Harold Innis e, soprattutto, di Marshall McLuhan, il cui seminale Understanding Media esce nel 1964, lo stesso anno in cui The technological Society, vede finalmente la luce in America. Per entrambi – l’anarca francese di fede protestante e l’accademico canadese convertito al cattolicesimo – la tecnica è ora un soggetto autonomo completamente emancipato, dotato di agency propria e definitivamente sfuggito al controllo umano. In quanto tale, non è né buona né cattiva né neutrale ma non è nemmeno “negoziabile” in quanto progredisce esclusivamente in base agli automatismi della propria logica interna. In una spirale, più volte sottolineata dall’autore, di puro autoaccrescimento. In altre parole non possiamo prendere soltanto i suoi lati “buoni” e rigettare quelli “cattivi”, a nostro piacimento, come sentiamo spesso invocare dai politici del campo “progressista”.

Ellul non nega né intende minimizzare, ben inteso, i benefici che l’alleanza con la tecnica ha sfruttato nel tempo al genere umano, in termini di longevità, salute, riduzione dell’orario di lavoro, ecc. ma spiega che nella generale inversione tra mezzi e fini, realizzata dalla tecnica, si tratta soltanto di un effetto collaterale, seppure benigno: in realtà la tecnica non è al servizio della nostra felicità o di qualche altro grandioso ideale umano ma solo del proprio perfezionamento. Questo processo resta inoltre per lo più imprevedibile: la tecnica offre infatti, indubbiamente, soluzioni per qualsiasi problema, o quasi, salvo creare in seguito un nuovo problema, che sarà risolto con un’altra tecnica, e così via, all’infinito, in una catena che nessuno può veramente pianificare.
Si può dire che per Ellul, quindi, la tecnica ha smesso da tempo di essere un mezzo per diventare l’orizzonte ultimo della civilizzazione. L’Uomo Nuovo, cioè il tecnico, lungi da essere un creatore è infatti un semplice operatore di sistema che non la controlla e la comprende sempre meno. A noi umani non resta quindi che adattarsi. In questo senso qualsiasi “tecnica di umanizzazione”, disciplina psicologica o delle relazioni umane, dovrebbe essere intesa esclusivamente come una strategia di adattamento, per imparare ad abitare un mondo artificiale e complesso per il quale non eravamo né biologicamente ne mentalmente attrezzati. Scopo della moderna pubblicità non è infatti mentire per “convincere” ma integrare l’individuo nella civiltà della tecnica. Il jazz delle cave o Henry Miller, André Breton o gli attacchi scapigliati alla morale borghese – siamo, dopotutto a Parigi – aiutano sì a svagarci ma, in ultima analisi, si rivelano passatempi inoffensivi perché «questi movimenti si iscrivono tutti in una civiltà tecnica». E, parafrasando Goebbels chiosa: «Potete creare liberamente la vostra salvezza, come la intendete, purché nell’ordine sociale non cambi nulla».

Un ordine post simbolico, ora governato esclusivamente da segnali in codice, che secondo Ellul ritrova obliquamente anche il senso della sacralità, sposando sull’altare della tecnologia la tendenza magica e quella mistica, insite entrambe nelle società tradizionali ma normalmente divergenti: «Non è necessario cercare di usare poteri spirituali, quando l’impiego della macchina dà risultati molto migliori. Ma la tecnica favorisce e sviluppa anche i fenomeni mistici, per esempio la proiezione dell’individuo in un’ideologia, la sua indispensabile alienazione, nel capo o in un’astrazione» (pp. 552).
Analogamente a quello che sarà il metodo del primo Foucault “archeologico” anche Ellul assume, senza falsi moralismi, l’umano come oggetto della tecnica e di un potere impersonale. Rispetto al filosofo di Poitiers, il sociologo non conoscerà mai, tuttavia, un pensiero equivalente alla fase della soggettivazione e della tecnologia del sé. Benché irridente degli umanisti di professione, sempre pronti a correre al seguito dei tecnici in soccorso del vincitore, Ellul resta infatti a sua volta un “umanista” che, nella sua opera smisuratamente prolifica, si proietterà con toni anche apertamente trascendenti sempre più avanti del suo tempo. Per lui, come per McLuhan, il mondo non va mai guardato infatti dallo specchietto retrovisore. E, tanto meno, il Regno di Dio.

Anche il fantasma di un Ellul apocalittico e rigidamente tecno pessimista, evocato in apertura dal giovane Kaczynski, viene meno, poi, di fronte ad esempio a una sua lucidissima presa di posizione del 1983[2], soltanto due anni prima che la Francia ufficializzasse, con una mostra epocale al Centre Pompidou (Les Immatériaux) curata da François Lyotard, l’inizio dell’Era Digitale. Il vecchio sociologo combattente amico degli anarchici in Spagna anche in quell’occasione parlò – ingenuamente, certo, ma quelli erano, dopotutto, i tempi di Stranger Things – come un profeta nel deserto: nel decentramento consentito dai microprocessori e dalla telematica, disse, aveva visto per la prima volta dopo decenni la flebile possibilità di invertire il corso della storia. Ellul non nasconde che di una semplice chance si trattasse ma che diversamente «se non ci sarà un orientamento nella direzione del socialismo libero con completa decentralizzazione, la “società” sarà una società di tecnici ancora più sviluppata».

  1. Alston Chase, Harvard and the Making of the Unabomber, The Atlantic, June 2000
  2. Berta Sichel, New hope for the Technological Society: An Interview With Jacques Ellul. Et Cetera, Summer 1983