Mettere “il buio sulla carta” sembra essere il fine dell’ultimo libro di Slavenka Drakulić dal titolo Le cose di cui non parliamo. Un viaggio all’interno della malattia e della morte nel quale si percepisce l’assoluta solitudine dell’essere umano di fronte alla sofferenza. Tematiche che vengono orchestrate, con minime variazioni, nei diversi racconti che compongono il volume. I protagonisti sono in massima parte preda di patologie terminali, costretti a vivere esistenze scandite dalle ritualità dettate dalla malattia. “Il tempo in ospedale non ha lo stesso significato che nel mondo esterno”. Costretti in un’altra temporalità, giacciono dimenticati come oggetti ormai inservibili, obbligati a un’attesa infinita. L’impotenza dei medici e l’indifferenza del mondo lasciano sgomenti. Fra il proprio io e il corpo ormai fiaccato si apre una crepa insanabile.
La vecchiaia è onnipresente nelle pagine del libro, anche nel racconto iniziale che pur parla di una bambina, già minata da una tara agli occhi che fa presagire sofferenze future. Il declino si insinua a poco a poco, anche se non lo si vuole riconoscere, anche se si fa di tutto per non parlarne. Con un’oggettività che non scade mai nel sentimentalismo, l’autrice parla del nostro quotidiano, del desiderio di sopravvivere all’inevitabile oblio. Come nella Morte di Ivan Il’ić di Tolstoj, la sofferenza coincide con l’isolamento. Drakulić stigmatizza l’ipocrisia della nostra società, la reticenza a nominare quanto fa parte della nostra esistenza. Rapporti si incrinano proprio perché minati da una comunicazione incompleta e fallace. L’intimità svanisce a poco a poco, usurata dalla cruda realtà. Un libro sofferto, doloroso, sincero, ma anche un poco uniforme nel ritorno continuo di una tematica che si fa ossessione.
Un singolo racconto si discosta apparentemente dal tema principale; quello in cui la protagonista vorrebbe liberarsi dei libri superflui, per ragioni di spazio, salvo constatare che farlo è quasi impossibile. La fanciulla con gli occhiali, ovvero la bambina della prima storia, si ribella a questa inumana decisione. Anche se la vecchiaia riduce il tempo che ci rimane, i libri restano un presidio ineludibile del nostro io, un segno della nostra presenza. Nessun Kindle potrà mai sostituire l’odore e il fruscio della carta, l’occhio che scorre sulla materialità dei fogli. Per questo il libro, e in particolare le pagine estreme del volume, sono dedicate a Irena Vrkljan, scrittrice croata la cui opera ebbe un impatto enorme sulla generazione dell’autrice. Il coraggio di trasferirsi totalmente nella letteratura, di parlare dell’infanzia e della senilità, dei rapporti familiari e degli amori sempre effimeri viene da lei. “Sono tranquilla, l’impronta dei suoi testi è dentro di me”. In questo legame generazionale, in questa affinità di voci risiede il valore di un testo crudo che, senza orpelli di sorta, ci pone di fronte agli implacabili meccanismi che governano la nostra esistenza.


