Sophie Elmhirst / 117 giorni alla deriva

Sophie Elmhirst, Un matrimonio in mare aperto, tr. di Alessandra Castellazzi, NNE, pp. 240, euro 19,00 stampa, euro 9,99 epub

Nel 1972 i coniugi Bailey, Maurice e Maralyn, dopo anni di lavori per ultimare e perfezionare la loro nuova barca – battezzata Auralyn, dall’incrocio dei loro nomi – salpano dall’Inghilterra con un obiettivo ben chiaro e definito all’orizzonte: attraversare l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico fino a raggiungere la Nuova Zelanda. Isolando quest’introduzione, senza lasciar presagire nulla dello sviluppo della storia, potrebbe suonare come uno di quei libri che si possono trovare cercando qualcosa da leggere in letteratura di viaggio: una storia vera, un racconto di un’impresa, un libro a lieto fine. Ma Sophie Elmhirst, giornalista del “The Guardian Long Read” e “The Economist”, nelle sue ricerche per un articolo su coloro che vivono in mare, si imbatté in una storia di un naufragio sconcertante. Dalla lettura dei diari di bordo e dei resoconti che ne seguirono, nel 2024 nasce il libro Un matrimonio in mare aperto. La vera storia di Maurice e Maralyn, edito quest’anno da NNE con la traduzione di Alessandra Castellazzi.

Maurice e Maralyn da sempre sognano una vita lontana dal Regno Unito. Entrambi appassionati di sport all’aperto e del mondo naturale, stanchi della sonnolenza e del conformismo che offre la vita quotidiana a Derby, dopo qualche anno di matrimonio decidono di vendere la casa di loro proprietà e di costruire una barca. Il progetto è di raggiungere la Nuova Zelanda, secondo i Bailey la quintessenza della libertà e dell’ignoto, attraversando due oceani e le molte terre che si ergeranno al loro passaggio: Spagna, Portogallo, Caraibi, Panama. Attraversato il canale di Panama, infatti, avrebbero poi impiegato circa dieci giorni per raggiungere le Galapagos, primo tratto della traversata dell’Oceano Pacifico. Come scrive Maurice, «può somigliare ad un deserto, questo oceano […] ma negli abissi un paesaggio c’è». Così, mentre la Auralyn procedeva, capitanata da Maurice, all’alba del 4 marzo 1973 una balena emerse dalla vita sottomarina e speronò la barca, danneggiandola irrimediabilmente.

In quel deserto fatto d’acqua e vita marina Maurice e Maralyn resistettero 117 giorni con solamente una zattera e un gommone. L’effetto chiarificatore che entrambi cercavano, lasciando l’Inghilterra, arrivò sotto le sembianze di altri eventi, rispetto a ciò che avevano immaginato: l’esplorazione di ricche terre piene di vegetazione si tradusse nell’esplorazione degli abissi dentro loro stessi, dentro la propria solitudine e le proprie paure, dentro il loro matrimonio e il futuro. «Una pace prossima all’annientamento», così descrive Maurice l’essere sopravvissuti quattro mesi nel mezzo dell’oceano, cacciando la fauna marina, accarezzando una lontananza pura e selvaggia dal mondo. Talvolta, però, ci si può sentire meno soli in una zattera di salvataggio con la sola quanto totale presenza di una persona, piuttosto che circondati da migliaia. Per Maralyn e Maurice fu esattamente così, «perché cos’altro è un matrimonio, in fondo, se non essere bloccati su una piccola zattera con qualcuno e provare a sopravvivere?» Alla domanda di Maralyn, oramai vedovo, Maurice risponderà solo molto più tardi: «Stare da solo era come tornare a terra».

Il romanzo di Sophie Elmhirst è una sorprendente storia di resilienza, di speranza e di umanità, che ci interroga sul significato di solitudine e sui legami che ci sorreggono e ci spingono ad andare avanti anche quando sembra impossibile.