L’albero delle parole è un romanzo della scrittrice portoghese Teolinda Gersão, pubblicato da Voland con la traduzione di Chiara Rodella. Nel cuore del Mozambico corre, senza badare alle raccomandazioni della madre, una bambina: la vediamo crescere con gli occhi rivolti al verde della vegetazione, alla vivacità delle persone, al ritmo della musica africana. La bambina, poi ragazza, poi giovane donna, si chiama Gita e vive a Porto Amélia, città mozambicana che oggi porta il nome di Pemba.
Gita ha un cuore selvaggio, che non si lascia sedurre dalle paure della madre Amélia, timorosa che la sua unica figlia si faccia conquistare dalla cultura dei neri, la cultura della domestica Lóia, fino a rinnegare la sua origine bianca portoghese. Sebbene nessuna data sia esplicitata, la storia di Gita deve iniziare verso la fine degli anni Quaranta, quando la dittatura di Salazar dilagava in Portogallo e il Mozambico era una terra coloniale, e coprire quasi due decenni, fino al 1964 e l’inizio della guerra per l’indipendenza. Attraverso l’infanzia e l’adolescenza di Gita l’equilibrio coloniale si erode sempre più: il supporto a Salazar diventa troppo sottile per offrire un legame duraturo, poiché “Lisbona non parla con gli africani” e il Mozambico reclama la sua indipendenza.
Anche Gita reclama la sua indipendenza, come il Mozambico che l’ha vista nascere, come la madre Amélia che lì, invece, non ha mai trovato una casa. Partita da Lisbona dopo aver risposto all’annuncio di un uomo, Laureano, residente in Mozambico e alla ricerca di una moglie, Amélia vive un matrimonio blando e una genitorialità sfuggente, in un luogo che non comprende e che ha trasformato le sue speranze in una quotidianità senza luce. Quando la sua casa diventa un luogo estraneo, Amélia fugge in un’altra terra lontana, proprio come aveva fatto in passato, fuggendo dal Portogallo. “C’era un tale equilibrio nel mondo”, pensa Gita all’inizio del romanzo, “bastava ascoltarlo”, ancora ignara della scelta che si troverà a compiere, quando attorno a lei tutto sembrerà lontano e senza promessa di futuro. Così, molti anni dopo, Gita compie il viaggio inverso della madre, lasciando un paese sull’orlo della guerra e tornando nei passi di Amélia, per comporre l’immagine di sua madre: “ma il mondo è più vasto, penso poi, sentendo che non si esaurisce in noi”.
Gersão scrive una storia di nostalgia e poesia, di strade a senso unico e di altre che prendono un’uscita improvvisa, con una scrittura talvolta astratta, che non sempre tiene saldamente le tessere che compongono il puzzle di Gita e del Mozambico, ma che riesce a essere evocativa di un mondo libero.


