19 Gennaio, 2021

La fine dell’uomo che racconta il nostro presente

Incontro con la nuova redazione de Un’Ambigua Utopia (ambiguamente rinata per un numero)

Da qualche mese uno strano oggetto editoriale sta girando nelle librerie indipendenti di Milano e nel circuito dei centri sociali autogestiti, filtrando grazie al passaparola attraverso le maglie del lockdown. Strano perchè il numero 10 de Un’Ambigua Utopia (UAU) arriva a quasi quarant’anni dal precedente numero 9, l’ultimo pubblicato di una rivista unica, non solo nel suo genere, e di un progetto politico e culturale nato sulla scia del ‘77 e concluso in pieno dibattito sul postmoderno (il numero 9 vi interveniva con uno speciale sulla simulazione).  Un’ambigua utopia – dal sottotitolo del capolavoro di Ursula Le Guin, The dispossessed  – non è stata una rivista di fantascienza e nemmeno una rivista di fantascienza politicizzata o “di sinistra”, semmai un laboratorio politico dove usando come utensili temi e narrazioni dell’immaginario fantascientifico più radicale si è provato per la prima volta a leggere la trasformazione sociale post-fordista, allora in corso d’opera. Un lavoro intellettuale poi maturato dai semi dell’Ambigua e portato avanti dai suoi ex componenti,  in particolare da Antonio Caronia. 
UAU n.10, oggi è, ovviamente, una cosa completamente diversa, come ci spiegano i suoi giovani redattori nell’intervista che segue, che vede la luce in un momento storico dove gli scenari della SF radicale appaiono per molti versi già dispiegati. A partire dal tema di questo numero unico – “La fine dell’uomo”  – UAU si interroga sulle tecnologie e i soggetti della condizione post-umana,  in un modo che ci riguarda, che parla del presente e non del futuro. Con una riflessione aperta e un taglio metodologico fresco, mescolando la teoria al racconto, l’ucronia del presente al fotoromanzo digitale del possibile.


Come è nata l’idea e la redazione di UAU n.10?

Tutto comincia con la frequentazione di Antonio Caronia della Cascina Autogestita Torchiera SenzAcqua, e dalla relazione inattesa e densa con Giuliano Spagnul. Ma, riavvolgendo il nastro, c’è l’affondo nella storia di UAU promosso anni addietro da Pietro Fiorili e, nel dibattito da Antonio Caronia e dallo stesso Giuliano; e ancora, la riedizione in due volumi della Rivista e di Nei Labirinti della fantascienza per i tipi di Mimesis editore.
La rivista e il gruppo nella sua configurazione attuale arriveranno dieci anni più tardi. Nel mezzo c’è l’archivio Caronia, con al cuore proprio Un’ambigua utopia, ospitato dalla Cascina, poi un mese di mostra di Giuliano e Marisa Bello dedicata a Primo Moroni e Caronia e tre giornate di attività in fondazione MUDIMA a Milano, con il contributo di Off Topic, Officine Multimediali, Paolo Gallerani e tanti altri.
Quindi la digitalizzazione della rivista (Abo, Gaia, Giorgio, Ufo, Angeles) che apre la rotta ad un ciclo di sei appuntamenti al Piano Terra dal titolo “La fine dell’uomo”. Per finire con Loretta Borrelli e Fabio Malagnini che per Meltemi hanno editato l’antologia di Caronia “Dal cyborg al postumano”. E’ dentro a queste sequenza di attività e di eventi, e nelle complicità consolidate all’ombra di queste, che nasce la redazione del numero atteso da ben 38 anni. 

Dopo 40 anni, qual è l’eredità politica di una rivista come UAU? Cosa avete recuperato dalla sua cassetta degli attrezzi?

Lo storico n.1 de Un’Ambigua Utopia (dicembre 1977)

Quando ci si deve rapportare alla presunta eredità di un’esperienza fondativa, originaria bisogna stabilire se vi è continuità piuttosto che discontinuità. Cioè omogeneità in un discorso che rimane prevalentemente lo stesso, piuttosto che una differenza che demarchi una cesura netta col passato.
Nel caso specifico (discontinuità o meno), chiedendosi se UAU 10 rappresenti la rinascita dell’omonimo collettivo degli anni Settanta, possiamo rispondere fondamentalmente no. Un’Ambigua Utopia fu un gruppo politico (ben identificato e inserito nel Movimento) privo di alcuna progettualità in quanto aperto al possibile e non al probabile, cioè disponibile più al divenire che a ciò che incanala in una direzione predisposta a priori. Ma fu anche un’esperienza in grado di coagulare una propria fisionomia da ciò che muta piuttosto che da ciò che vorrebbe mostrarsi con le fattezze di una identità certa.
Un’Ambigua Utopia oggi non condivide nulla con quella del passato e non può essere rappresentata da nessun nuovo gruppo o individuo o esperienza in modo esaustivo, è altro: una polvere che può agglutinarsi in determinati momenti e situazioni, priva di istanze proprietarie, ma disponibile alla manipolazione da parte di chiunque non ne voglia tradire la sua specifica e irriducibile esigenza di costruire trame di relazioni multiple e in continuo divenire. 

Il numero 10 con cui avete riproposto la testata si intitola, senza giri di parole, “La fine dell’uomo”. Come va intesa e, soprattutto, cosa viene adesso secondo voi?

“La fine dell’uomo” di cui abbiamo discusso a Piano terra e a cui abbiamo dedicato il dossier di UAU10 non riguarda la fine della specie, la fine del patriarcato o la fine del mondo; molto più semplicemente è la conseguenza diretta di un’altra fine, quella riguardante Dio e il trascendente. La scienza moderna ha detronizzato Dio e vi ha messo al suo posto l’uomo. Nell’Ottocento Darwin mette definitivamente la parola fine all’esistenza di Dio, ma Nietzsche (suo contemporaneo) rivela, scandalosamente, che la fine di Dio ha come conseguenza anche la fine dello stesso uomo, del suo presunto successore. L’uomo che diventa Dio grazie ai meravigliosi prodigi della scienza e della tecnica rimane un essere mortale che viene improvvisamente privato di ogni promessa che trascenda la sua sostanza finita.

Un’Ambigua Utopia n.10 (illustrazione di Giuliano Spagnul)

La speranza di salvezza rimane intrappolata in un corpo mortale; non può più trascenderlo, può solamente confidare in un percorso terreno che possa un giorno, grazie a un’idea di progresso continuo e infinito, realizzarsi in un mondo arrivato a un grado di perfezione tecnica tale che sia in grado di risolvere ogni problema legato alla sostanza reale e concreta, e corruttibile, dei corpi. Il Novecento esaurisce questa utopia moderna e rende tangibile la fine di quest’uomo, rendendo obsoleto il motore stesso di questa utopia: il tanto decantato Progresso. Le malattie non vengono debellate (e ne nascono sempre di nuove), le epidemie si moltiplicano, e il prezzo di una promessa non mantenuta si riversa sul mondo in cui viviamo mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della nostra specie. Quest’uomo è finito, è morto; ciò che continua ostinatamente a sopravvivergli è un simulacro. Nei panni di quest’uomo continuiamo a camminare solo per una inveterata abitudine. Ormai siamo già altro, anche se non sappiamo cosa perché siamo dentro un processo in via di formazione.  Ed è per questo che quando abbiamo parlato della fine dell’uomo noi stavamo parlando in realtà di un inizio, non di una fine; che quest’ultima si può solo sancire, non discutere.
Altro discorso è l’umano; cosa sia umano è un tema più che mai vivo e soggetto a un alto grado di conflittualità.

Sul tema avete interrogato ricercatori e specialisti di future studies. In particolare sulla crisi del soggetto occidentale, al suo porsi privo di reciprocità, di fronte “all’emergenza ecologica, così come con l’insorgere dell’intelligenza artificiale o la costante ibridazione tra artificiale e naturale”. Che tipo di riscontro avete registrato? Come sintetizzereste le risposte ricevute?

Il rapporto che oggi abbiamo con gli oggetti artificiali è sempre più empatico e, in un qualche modo, potrebbe far pensare a una certa forma di animismo moderno. L’intelligenza artificiale è il primo motore ad apportare una sostanziale modifica nel rapporto tra soggetto e oggetto. E questo non potrebbe non avere anche un impatto con il rapporto che abbiamo nei confronti di tutto ciò che esterno a noi, sia artificiale che naturale. Essendo che è l’intero modo di visione del mondo, della sua percezione che viene a modificarsi. Ma a questo punto veramente il nostro modello di sapere, di sapere-potere, così come lo conosciamo, può subire una crisi irreversibile tale da mettere in discussione il soggetto stesso, la sua esistenza e indispensabilità? Le risposte che abbiamo ricevuto sono state abbastanza differenziate e quella di Roberto Paura, che auspicava un ritorno alla soggettività in relazione a un’alterità oggettiva è stata in netta contrapposizione con le altre. Ma, di fatto, se dovessimo azzardare una sintesi in ciò che, loro malgrado, le accomuna potremmo dire che, forse, più che a una scomparsa del soggetto siamo di fronte al costituirsi di un nuovo tipo di soggetto che, dalla precarietà e dall’incertezza, trae i fondamenti di una nuova costituzione più adatta a perpetuare quel vecchio rapporto di dominanza e presa sul mondo ormai consunto e obsoleto. L’inevitabile shock dell’invasione della tecnologia nel corpo biologico (Domenico Gallo), piuttosto che la messa in forse del rapporto di reciprocità tra soggetto e oggetto da parte della meccanica quantistica (Giorgio Griziotti) allungano l’ombra di un epoca, come la modernità, data forse troppo precocemente per finita, nel suo compito elettivo di trasformazione della vita in artefatto e, quindi, in merce (Maura Benegiamo).

UAU 10 utilizza materiali spuri (saggi, interviste, racconti, immagini sintetiche etc), tra questi una narrazione ucronica ambientata nella Milano del 1985 (l’anno della grande nevicata), con quello che sembra un prototipo di sf radicale e contemporaneo. Come è nata l’idea di questo intervento? In che modo è possibile agire oggi su un immaginario sociale che appare bloccato?

Oggi l’ucronia conosce una nuova fase di successo, per mezzo di trasposizioni seriali e televisive. Su tutte non possiamo non citare The man in the high castle, liberamente ispirato a La svastica sul sole di P.K. Dick, ma non è che l’esempio più celebre.Volevamo sperimentarci in un esercizio narrativo di contesto, aderente alla critica politica che muoviamo al/nel nostro luogo di vita, Milano.
La città che si vorrebbe metropoli. Il racconto doveva istoriare la seconda parte di un excursus sull’urbanistica sociale della città nel corso del Novecento e doveva farlo senza soluzione di continuità, senza svelare il suo carattere onirico. Penso che il tema dell’ucronia sia molto importante e da indagare con più profitto di quello della distopia, abbastanza abusata.
Attorno al racconto è nata anche una performance dal titolo Un’ambigua ucronia, tutta giocata sulle mappe della città in un omaggio a Primo Moroni che torna nuovamente a giocare con la rivista stessa, pervertendone il titolo. L’ucronia può riscattare la fantascienza dai suoi elementi puramente decorativi, calandola in un territorio ed in un tempo riconoscibile. Tutto questo veniva in nostro soccorso, e il risultato, fotografico e illustrativo oltre che testuale, è (anche) tra le pagine di UAU n. 10.

Nella rivista troviamo anche un fotoromanzo,  con immagini di sintesi realizzate da un software di Intelligenza Artificiale. Guardando oltre ai deep fakes, che chiave offre per muoversi nel nostro futuro presente?

Pier — Quando Angeles ha proposto a me e Federica di pensare a un fotoromanzo creato unicamente con immagini generate da un’AI, il primo gesto è stato cercare un’idea che non considerasse questa scelta visiva solo da un punto di vista estetico. La scelta avrebbe dovuto essere legata profondamente al contenuto: perché il fotoromanzo era composto solo da immagini generate da AI? Chi aveva creato quelle immagini? La risposta che ci siamo dati è molto ovvia: la AI stessa. Avrebbe dovuto essere lei la creatrice del fotoromanzo. Ma perché lo ha fatto? Cosa vuole raccontarci?
Federica aveva già iniziato a “dialogare” con i vari programmi di machine learning e a inviarci immagini allo stesso terrificanti e commoventi. Grazie a quelle immagini, ho realizzato che un mondo narrativo generato da un’AI mi trasmetteva una sensazione di angoscia e solitudine, ed è pian piano diventato chiaro a tutti quale sarebbe stato il punto del monologo dell’AI: la condivisione intima di un tormento. Il tormento di desiderare calore, di desiderare un contatto, il tormento di voler fare esperienza di qualcosa che possa andare “oltre” i propri limiti – i limiti del codice, i limiti di un fotoromanzo autogenerato da sé stessi. E così, pezzo dopo pezzo, abbiamo creato la storia: un mondo in cui gli esseri umani sono ormai estinti, un’AI depressa che sdoppia se stessa per poter avere una relazione di qualsiasi genere… una richiesta d’aiuto agli esseri umani del passato, raggiungibili solo attraverso il ricordo delle sue prime manifestazioni nel mondo, quegli stessi software che ha usato per generare le immagini.

Ángeles — Il fotoromanzo è anche un invito a riflettere criticamente sul nostro rapporto con la tecnologia. Attraversate dalla storia di LEI, scritta da Pier, ogni fotogramma fa parte di una collezione di immagini create tramite diversi algoritmi e strumenti disponibili online. La raccolta di questi outputs invita a riflettere sulla vastità di ciò che è possibile fare, ma allo stesso tempo sulle logiche che esistono dietro la superficie delle immagini. Gli algoritmi che li generano sono stati sviluppati da persone con scopi, interessi e obiettivi molto specifici, in contesti anche ben definiti. Le immagini create dall’intelligenza artificiale non sono solo opera della tecnica. E non sono neutrali. Penso che una chiave per operare nel presente dagli algoritmi sia iniziare a pensare in modo critico al nostro rapporto con la tecnologia. Cominciare ad essere più curiosi, a chiederci un po’ di più sulla provenienza e sulle tecno politiche che fanno parte di loro. Cerchiamo di trasmettere questa idea descrivendo l’algoritmo e lo strumento che usiamo per creare ogni immagine (al lato di ciascuna di esse). 

Progetti per il futuro: l’archivio Caronia in Torchiera, performance dl vivo, un n. 11…?

Progetti per il futuro non ce ne possono essere e, forse, non ce ne devono essere. Tuttalpiù possiamo progettare il passato, percorrendo vie ucroniche che ci possano illuminare sentieri abbandonati, o mai percorsi, per aiutarci a capire come le vie del possibile, non essendo mai state aprioristicamente scritte, sono state e possono essere, più infinitamente numerose di quel che comunemente si crede. Le nuove storie di Un’Ambigua Utopia, credo, saranno determinate da quello che Donna Haraway chiama il gioco della matassa, il comune gioco del ripiglino. La capacità di creare un gioco collettivo in cui più mani siano pronte a prendere, e lasciare, un intreccio di fili che raffigura una data storia suscettibile di mutarsi in un’altra ancora. Nuove storie fatte da nuove parole (nuove o reinventate che siano) per modificare, per quanto possibile, una storia generale costruita sopra le nostre teste e le nostre vite. E qui, in questi momenti, sarà possibile, come diceva Antonio Caronia, aprire al futuro, anche per poco, perché poi lo sappiamo si richiuderà nuovamente. Ma intanto ne avremo modificato comunque la direzione. Quanto a nostro favore, poi, dipenderà dalla nostra intelligenza e dalla nostra comune passione.

Un’Ambigua Utopia (ristampa) Vol 1-2 (Mimesis, 2008)
Un’Ambigua Utopia n.10 si può acquistare online qui
Tutti i numeri di UAU sono scaricabili gratuitamente in formato PDF (compreso, a partire dal 15 dicembre, il n. 10)   qui