V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri

V.V. Ganeshananthan, Miei fratelli perduti, tr. di Luigi Maria Sponzilli, Neri Pozza, pp. 384, euro 20,00 stampa, euro 9,99 epub

Non so se ha senso parlare di guerre peggiori o migliori, ma verrebbe da dire che le guerre civili sono le peggiori. Non tanto in termini di violenza, difficilmente misurabile, quanto in termini di conflitto interiore, di dilemmi morali, di strappi affettivi. Questo memoir scritto con grande partecipazione e grande sofferenza, che ci parla in modo diretto ponendoci la domanda “ma voi cosa avreste fatto” più e più volte, è ambientato nello Sri Lanka, un paese lontano da noi sia fisicamente che concettualmente. Un paese tormentato da una guerra civile lunghissima e violentissima: abbiamo sentito parlare dei Tamil, delle Tigri, degli scontri, della repressione; in qualche raro momento le notizie hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, ma sono scomparse subito dopo. A parte il romanzo vincitore del Booker Prize nel 2022, Le sette lune di Maali Almeida (recensito su “Pulp Magazine”) di Shehan Karunatilaka, in cui quella realtà intricata e complicata veniva illuminata da un racconto ai limiti del surreale, lo Sri Lanka è davvero fuori dai nostri radar, personali e collettivi.

Miei fratelli perduti comincia in un periodo storico non tanto lontano ma ancora pacifico e tranquillo: il 1981, quando Sashi, protagonista e voce narrante, allora sedicenne, si prepara per gli esami sognando di diventare medico, come la dottoressa Premachandran, l’unica donna nella facoltà di medicina della sua città, Jaffna. Sashi ha quattro fratelli, una famiglia normale, sono tutti pieni di energia e di progetti, proiettati verso un futuro di realizzazione professionale e personale. Sono esattamente come noi. La minoranza Tamil a cui Sashi appartiene non è proprio ben vista, ma le rivendicazioni sono pacifiche e la situazione è largamente accettabile. E poi quasi impercettibilmente tutto degenera e deflagra in una guerra civile tra le più violente e durature del nostro tempo (che da quel punto di vista non si è fatto mancare nulla).

È una situazione in cui non si può restare a guardare. Non si può neppure prendersi il tempo di riflettere. Bisogna stare da una parte o dall’altra. E starci vuol dire o combattere o sostenere chi combatte. Sashi viene subito chiamata a lavorare nell’ospedale di emergenza dei resistenti. È ancora soltanto una studentessa di medicina, ma è brava e impara in fretta. I suoi fratelli si arruolano tra le Tigri e si danno alla lotta armata, per i ragazzi c’è ancora meno scelta. E Sashi perde i suoi fratelli, a uno a uno, i primi tre li perde materialmente, fisicamente; ma anche il quarto, quello che sopravvive, lo perde come affetto, come alleato, come compagno.

All’università, sotto la guida della professoressa Premachandran, Sashi non solo diventa medico, ma partecipa all’attività veramente sovversiva di registrare e scrivere tutto quello che succede, tutti i soprusi, tutte le efferatezze, tutte le atrocità che vengono commesse da entrambe le parti, dal governo singalese come dalle Tigri e dagli altri movimenti di lotta armata. Le informazioni vengono ottenute attraverso interviste, condotte con discrezione, rispetto ed empatia, perché l’importante è che le persone possano raccontare e condividere quello che hanno vissuto e così alleggerirne il peso e la sofferenza. I resoconti vengono diffusi clandestinamente, con grandi rischi personali. Infatti, Premachandran pagherà con la vita il suo impegno di documentazione. Sashi alla fine emigra, senza convinzione o slancio ma come pure scelta di sopravvivenza. Da medico negli Stati Uniti cerca comunque di rimanere in contatto con il suo paese, cosa di per sé difficilissima, e di alimentare il lavoro di raccolta di informazioni, di costruzione di una memoria che, un giorno che finalmente la guerra civile sarà finita, permetterà di ricreare una coesistenza pacifica.

È questo secondo me il messaggio forte del libro: che quando la vita diventa impossibile e le sofferenze sono parte della quotidianità, quando le ingiustizie, le vessazioni, gli abusi diventano la normalità, l’unico modo per restare umani è quello di raccontare, di scrivere, di dare forma e voce a quello che succede. Di permettere alle persone, a chi subisce, di mettere in parole quello che provano e sentono e pensano. Non è la soluzione del problema, certo che no, come del resto non lo è armarsi e intraprendere la lotta. Ma in certi momenti è l’unico modo per restare vivi, per non soccombere, e per lasciare a chi viene dopo una memoria su cui fondare il futuro.

Di nuovo la scrittura, questo modo concreto e materiale che può prendere la narrazione, questo fenomeno che ci distingue da tutte le altri specie (forse l’unico che ci distingue in meglio), si rivela una delle poche armi che abbiamo a disposizione nei momenti estremi della nostra storia. Arma spuntata ma non distruttiva. Arma di costruzione invece che arma di distruzione. Magari un giorno riusciremo a dotarci di armi di costruzione come strumento di difesa. Per il momento le testimonianze, i racconti, le parole sono quello che ci ricorda la nostra verità di specie umana. Terribile ma anche compassionevole. Anche nella peggiore delle guerre ci sono persone che lottano non per distruggere ma per aiutare. È importante ricordarsene e questo romanzo memoir dà un contributo prezioso.