Valentina Tanni / Se abbandoniamo il “libretto delle istruzioni”

Valentina Tanni, Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia, Einaudi, pp. 200, euro 18,0 stampa, euro 11,99 epub

Dovendo incominciare  a descrivere questo libro semplice e perfetto – che arriva anche al tempo di un dibattito sulle intelligenze artificiali che investe, buoni ultimi, i settori dell’editoria e della cultura – diciamo che le “antimacchine” del titolo sono innanzitutto macchine inutili. Orientate a un uso improprio della tecnologia, a volte “filosofico”, altre estetico, pensate per la fruizione museale o,  altrove,  emerse come  tecnologia da strada, tutte,  nella loro diversità,  espongono un tratto comune:  mettere in crisi il nostro rapporto abitudinario con la tecnologia e la sua onnipresente narrazione.

Delle “antimacchine”  diciamo anche: hanno accompagnato le molteplici pratiche dell’arte, non meno delle tattiche di resistenza umana, ma si sono  in fondo sempre richiamate a un semplice programma: opporre alla rispettabilità della macchina e al primato dell’ottimizzazione, la natura caotica e incontrollabile dell’esistenza. La loro non è infatti la riproposizione del luddismo, il conflitto aperto, né il rifiuto aprioristico della tecnica, ma semmai la via che Musil indicava un secolo fa come “senso della possibilità”. La definizione di “antimacchina”, che lo storico dell’arte Pontus Hultén ha coniato per l’opera di Tinguely, ma che in fondo si potrebbe far risalire a Duchamp stesso, finisce così al centro di una riflessione più ampia che Valentina Tanni estende ora all’agibilità politica ed esistenziale nelle nostre società del capitalismo avanzato: fluide, tecnologiche e fatalmente dominate dal mito della trasformazione digitale.

Se il primato della tecnica monopolizza oggi lo spazio della strategia, imponendosi al vivente dall’altro di un monopolio,  al singolo e alle comunità,  prive di un reale potere negoziale,  restano, almeno nella premessa di questo ottimo saggio, le facoltà e l’ambito della tattica. In questa dimensione spesso sfuggente e invisibile, ma culturalmente cruciale – che sperimentiamo anche semplicemente quando inganniamo l’algoritmo, nascondendo contenuti “bannabili” dentro a un innocuo TikTok di cucina – impariamo così a diffidare di qualsiasi sociologia che interpreti esclusivamente in termini di adattamento e di passività le inclinazioni di una società industriale complessa. Ad ogni nuova tecnologia di consumo, per quanto opaco e “blindato” possa figurare il design della sua interfaccia, corrisponde nella pratica degli umani il momento della sua appropriazione  e del suo sovvertimento “tattico”. Che lo si chiami “trucco”, opera d’arte, hacking o, nel lessico dei vecchi situazionisti, détournement,  si tratta pur sempre  di un travisamento delle sue features.

Dalle intuizioni che Bruno Munari precorre come designer alla paradossale Leave Me Alone Box di un cibernetico come Marvin Minsky (una scatola da cui, una volta aperta, esce una mano meccanica che la richiude immediatamente), dal jamming video che Nam June Paik applica alla scatola televisiva (anni ’60) alla prima installazione interattiva su laserdisc analogico (anni ’80), Tanni ricostruisce un quadro  affascinante e conciso delle tendenze e degli innumerevoli “dirottamenti” che a ogni nuova tornata tecnologica emergono  come  le cime di un continente segreto. Nella seconda metà il libro traccia anche una breve ma indicativa  storia sociale delle “antimacchine”, dedicando  un capitolo a ciascuna delle sue principali declinazioni: fotografia, videosorveglianza, games, tecnologie domestiche, software, piattaforme, robot e intelligenza artificiale.

Va detto anche che i protagonisti di questa scena, artisti,  attivisti, hacker che in un momento di vertiginosa lucidità o di innocente follia hanno (re)inventato queste “macchine”, si mostrano in genere ben consapevoli dei limiti di un approccio puramente tattico alla tecnica. Consapevoli, soprattutto, della capacità della macchina economica e culturale di recuperare qualsiasi sperimentazione dentro alla dinamica della personalizzazione e della differenziazione dell’offerta. Non di meno, l’importanza di uno sguardo laterale rivolto alla tecnologia si conferma fondamentale,  oggi più che mai, in un momento in cui, come osserva l’autrice, «ogni nuova applicazione che arriva sul mercato è avvolta da un involucro narrativo fatto di promesse, speranze e credenze: il tecno ottimismo, ben sintetizzato dal manifesto di Marc Andreessen, non è solo un sistema di valori, è un dogma».