Valerio Mattioli / Scena degli anni Novanta

Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, pp. 552, euro 23,00, euro 13,99 epub

Le lenti dello storico non possono mai guardare troppo vicino, ma finalmente, dopo un quarto di secolo, il decennio che va dal 1989 al 2001 è maturo per essere raccontato. Coglie l’attimo e l’onere Valerio Mattioli che da addetto ai lavori della cultura − editor per Nero editions, musicista, saggista, curatore di rassegne e molto altro − ha trovato l’ottica per riportare in vita quegli anni. Non ci tragga però in inganno il sottotitolo Una controstoria culturale: questo è un saggio ricchissimo e densissimo in cui troviamo la storia di quegli anni senza complementi di limitazione. La tesi di fondo è semplice: quello che contraddistingue il decennio sono stati i centri sociali occupati, quei luoghi altri che costellavano il territorio italiano. E se la distanza in termini di anni è quella giusta per una pretesa di obiettività, certo bisogna aver vissuto su Marte per non affrontare quel passato con un minimo di emozione, ricordi di concerti mitopoietici, alleanze oniriche, serate lisergiche, happening erotici, primi contatti con le macchine e molto altro.

Quello che rende assolutamente necessario questo libro è che, al di là di quello che si pensi degli anni Novanta se ne rende l’ampiezza, gli sconfinati confini. Se nei giorni in cui scrivo abbiamo appena vissuto lo sgombero di uno degli ultimi e più importanti centri sociali degli anni Novanta, l’Askatasuna di Torino, meglio ricordare che gli spazi sociali occupati hanno generato e ospitato moltitudini di fatti culturali (e politici, ma nel saggio se ne parla meno) importanti se non importantissimi per quello che sarebbe venuto dopo. Primo fu certo il Leoncavallo di Milano, che con le sue gesta funzionò da vera scintilla di ispirazione per tutto il movimento. Il Leonca, primo a chiamarsi con il nome della via della prima sede per rimarcare il desiderio di radici e territorialità, certo era ispirato dall’ondata rivoluzionaria degli anni Settanta.

Fu una reazione all’eroina (vedi alla voce Fausto e Iaio) che spazzava via militanti e artisti, alla tristezza delle aspirazioni monoformato dello yuppismo della Milano da bere, ma fu anche molto di più. Mattioli racconta con il piglio del grande narratore-divulgatore il momento in cui la scena dark milanese battezzò quello spazio come propria sede di elezione, fu l’inizio di quell’ispirazione all’apertura degli orizzonti e della contaminazione che rappresentò la vera forza dei centri sociali. Dalla stessa voglia di contaminare e di farsi sentire, in posti come Officina 99, Isole nel Kantiere, Forte Prenestino nacque il RAP italiano, lo stesso che per intenderci oggi vince Sanremo. Militant A, Neffa, Lou X, ’O Zulu e i compagni della scena delle posse hanno rappresentato per anni l’avanguardia di quello che si doveva conoscere del genere musicale dalle nostre parti. Mentre a ritmo di rap il movimento incedeva con il passo felpato della Pantera, tutti ma proprio tutti le ragazze e i ragazzi della Penisola si confrontavano con il fatto che le cose interessanti, i concerti all’avanguardia e gli artisti da seguire si trovassero, a prezzi popolari, nello spazio sociale più vicino.

Dalla musica (forse vero macro-tematica di questo lavoro) si passa all’editoria. Riviste mitologiche come la romana “Torazine” (recentemente ripubblicata da Nero Editions) e l’avanguardistica tecno-entusiasta “Decoder” sono state la punta dell’iceberg di un fenomeno che ha visto redattori e compagni delle realtà occupate come capofila di progetti editoriali di successo con sell out che oggi l’editoria tutta si sogna. Per fare alcuni nomi Nautilus, Shake, Stampa Alternativa, ma anche la casa editrice Theoria di quel Repetti che in seguito creerà per Einaudi la collana Stile Libero e con l’antologia Gioventù Cannibale darà la stura a quanto di meglio l’editoria italiana poteva pubblicare. Anche in questo caso quello che avrà successo negli anni duemila nasce negli anni Novanta e in ambienti underground. Altro primato delle realtà occupate è quello di aver creduto nel potere liberatorio della tecnologia. Da Bologna a Napoli a Roma là dove si occupava si teneva in gran conto il futuro tecnologico e iperconnesso che ci aspettava. In quegli anni nacque tra le altre cose l’avveniristico e fondamentale movimento degli Hackmeeting che ancora oggi “lotta insieme a noi”.

Ultimo capitolo, ma non meno importante di questo saggio riguarda i prodromi del movimento LGBTQ+ antagonista. Le idee e i ragionamenti che avremmo visto in seguito nelle piazze dei Pride, in nuove occupazioni e sui media sarebbero nati ancora una volta negli anni Novanta da gruppi di persone che pensavano alla nuova liberazione della sessualità e delle identità come una conquista ben al di là delle logiche riformiste.

Cosa resterà di questi anni Novanta? Quella che certamente non è rimasta è la fiducia in un futuro da conquistare e trasformare con i metodi del DIY (do it yourself) e dell’autorganizzazione. Se il futuro non è più quello di una volta (cit.) gli anni Novanta sono stati il momento in cui si guardava ancora avanti con entusiasmo. Certo è che senza quei prodromi non solo la cultura in Italia sarebbe molto diversa e per certi versi più provinciale, ma sarebbe anche stato più arduo costruire un dissenso come quello delle piazze dello scorso autunno contro il genocidio in Palestina. Insomma, consigliatissimo questo salto nel passato per capire il presente, ricchissimo ed egregiamente narrato. Se dicessi che si legge come un romanzo, lo insulterei.