Il grande paradosso dell’editoria italiana è questo: si stampano sempre più libri ma è sempre più difficile farsi pubblicare per un esordiente – a meno che non si ricorra a quelle case editrici che ti chiedono il contributo. Eppure c’è un gran numero di aspiranti scrittori che hanno un manoscritto, cioè in realtà un file di testo, da pubblicare – e può ben essere che proprio i personal computer abbiano a che fare con la proliferazione degli aspiranti. Si fa meno fatica a battere su una tastiera che a tracciare le lettere con una penna o una matita, c’è poco da fare. Vladimir Di Prima, classe 1977, nato e cresciuto nell’isola che ci ha dato tanti ma tanti scrittori straordinari, è riuscito nel suo precedente romanzo, Il buio delle tre (Arkadia 2023) a dipingere uno spassosissimo ritratto di uno di questi wannabe letterari, dal nome quasi pirandelliano di Pinuccio Badalà. Con una serie di episodi dalla comicità grottesca, ma non più assurdi delle vicende reali dell’editoria italiana, Di Prima ci ha fatto vedere di cosa è capace un pover’uomo che si è convinto di avere un futuro nelle patrie lettere – ha insomma scritto un’autentica commedia all’italiana, di quelle che una volta produceva il nostro cinema, prima di sprofondare nell’abisso dei tinelli. Come suggerisce il titolo, L’incoscienza di Badalà è a tutti gli effetti un sequel delle scombinate (dis)avventure dell’aspirante scrittore, ma Di Prima è riuscito a far sì che sia leggibile anche per chi non è passato per Il buio delle tre (consiglio comunque di leggerli entrambi, anche in disordine cronologico).
Stavolta Pinuccio ha ormai passato i quaranta, e nonostante tutte le sue trovate non è ancora riuscito a farsi stampare da un editore di quelli veri, con tanto di ufficio stampa che funziona e distribuzione seria a livello nazionale. Comincia un po’ a rassegnarsi, consolandosi con le sue avventure erotiche altrettanto scombinate di quelle editoriali, e con le chiacchierate col suo sodale, il maestro Magazù, altro personaggio che pare uscito da un romanzo perduto di Vitaliano Brancati (quest’ultimo essendo dichiaratamente la stella polare di Vladimir, come attesta il suo romanzo La banda Brancati, del 2021). Ma la tranquilla vita provinciale di Pinuccio e suoi sodali viene scombussolata completamente quando piomba loro addosso il Covid, e poi, ancor più radicalmente – almeno per l’aspirante scrittore – quando riceva una chiamata da una non ben specificata casa editrice che lo convoca a Milano, spesandogli anche il viaggio…
No, non è il caso di dire altro sulla trama, che riserva tutta una serie di sorprese, fino a una conclusione che rimette tutto in discussione. Quel che mi interessa è la contrapposizione tra la sonnolenta provincia catanese e la metropoli milanese, che per quanto facciano rima sono spaventosamente diverse. Badalà mi pare la versione aggiornata (e decisamente più scombinata) del protagonista di Don Giovanni in Sicilia, del summenzionato Brancati. Milano incarna tutto quel che il provincialissimo e sicilianissimo Pinuccio non è, e la raffigurazione fornitaci da Di Prima non è proprio in linea con la propaganda milanesista che gira ai tempi di Sala (e che mi pare sempre più appannata se non ossidata). Milano non è più solo un luogo alienato, come nelle pagine di Bianciardi: è decisamente aliena. E alla fine poco ci manca che risulti semplicemente letale. Ma se quella è la capitale dell’editoria, per uno scrittore come Pinuccio c’è ben poco da sperare: a parte le magagne del sistema editoriale, Milano sembra proiettare un modello di realtà nel quale la lingua stessa dei Badalà è fuori posto. “Bisognava scrivere di transgender, spolpare la lingua fino a renderla elementare come un tatuaggio stilizzato, animarsi di notte con frenetiche piste di coca e di alcol, uccidersi di sesso e convincersi che i sentimentalismi non prendevano più nemmeno le casalinghe, ormai avvezze a buttaniare su TikTok come scimmie ammaestrate”. Non sarà tutto così quel che si stampa in Italia, però questa sintesi copre una bella fetta della narrativa che gira oggi.
Insomma, c’è una bella dose di satira in questa commedia animata da una non tanto sottile disperazione, esattamente come nel precedente Buio delle tre. Ma stavolta Di Prima ha premuto di più sul pedale dell’assurdo, del surreale, dell’onirico (e tutta la trasferta milanese alla fine sembra più un incubo che un’esperienza reale, anche se viene il dubbio che proprio la realtà ultimamente ha molto dell’incubo); incluso un incontro con qualcuno che ormai fa parte della storia milanese e nazionale. Ebbene sì, c’è anche un cameo post-mortem di Silvio, proprio lui; che, come nella canzone che i Bauhaus dedicarono a Bela Lugosi, è morto ma al tempo stesso è non-morto.
Ultima considerazione, ma non in ordine di importanza: nonostante i momenti al limite del surreale, L’incoscienza di Badalà continua il gioco del romanzo precedente di alludere a personaggi reali e ben noti (potremmo anche dire tristemente noti) a chi bazzica l’editoria. Ulteriore motivo di divertimento per chi si avventurerà in questo romanzo che, a ben vedere, è pure a chiave.


