Adelphi riunisce in un unico volume due opere di Yasmina Reza pubblicate nel 1997 e 2005: Hammerklavier e Nulle part, definite dall’autrice “di letteratura” per distinguerle dal teatro. Frequentando il ruolo di “celebrata drammaturga” e avendo svelato poco di sé, piacerà al lettore immergersi in queste pagine dove i vari stati dell’esistenza privata si riflettono nei luoghi che scorrono come dai finestrini di un treno, e nelle persone che in casi più frequenti di quanto affermato si trovano a rappresentare salvezza – fragile, perché pur sempre di umani si tratta, e Reza anche nelle pagine di Da nessuna parte utilizza le svariate stagioni della propria lingua, così come farebbe un ginnasta alle prese con faticosi allenamenti. Si sa che gli scatti fotografici, le istantanee, distillano soltanto frammenti di radici, e tutto il resto svanisce e vano è rincorrere l’insieme delle cose. Quel che resta, sono divagazioni, confessioni, svolte rapide di una viaggiatrice nobile che non sembra volersi incantare dal fascino delle madeleine proustiane. La vita segreta spande intorno a sé impronte pronte a sciogliersi alla prima pioggerella – se mai, può essere interessante notare come i personaggi via via rappresentati reagiscano riflettendosi l’uno nell’altro.
Reza fa di tutto per depistare, gli enigmi parlano lingue misteriose, spesso non vale indagarli atteggiandosi a spie dell’MI5, l’immenso numero delle verità personali vanno lasciate stare. Proprio per questo “quel che rimane” diventa una specie di meditazione erratica a cui rivolgersi quando al lettore sembra inconcludente raggiungere la fine della giornata. La scrittrice non è turista di sé stessa, accarezza quanto si sgretola intorno e dentro la memoria consapevole, accarezza di striscio le strade sempre più sottili dove s’incrociano i destini. Ritrova tenere nudità, a lato di ben diverse carnalità descritte nelle pièce teatrali. Reminiscenze fragili, vano aspettarsi qualcosa di diverso dalla vita terrestre degli esseri umani – da tutti noi, scrittori e no.
Hammerklavier e Da nessuna parte contengono meno di moltitudini, ma sono pur sempre sufficienti a rivelarci devozioni cupe e ostinati appunti d’affetto, quasi sempre questi ultimi appaiono come uno di quei ponti tibetani sospesi sull’abisso: forse ci sostengono, e forse no. Ma irresistibilmente li attraversiamo, vada come vada. Reza lascia andare i ruderi consumati che affaticano l’esistenza, la stessa elusività serve a non farsi condizionare dal loro catastrofico enigma. Dove sia il centro di questo libro il lettore può chiederselo, al netto di avere dentro di sé la capacità di sentirsi come colui che un giorno, inconsapevole, è stato oggetto dello sguardo della drammaturga. Un rapido cenno, e subito via, svoltando al primo incrocio – qualcosa di non calcolabile.


