Mentre mi accingo a scrivere di questa raccolta di racconti, mi chiedo cosa sta accadendo nello stesso momento alla libreria Rama di Zoha Kazemi, dedicata a libri di fantascienza, fantasy e manga, di cui la scrittrice vive, mentre sono iniziati da poche ore i bombardamenti israeliani e americani su Teheran. Nel definire gli scenari postapocalittici che ricorrono nelle sue narrazioni, Kazemi, classe 1982, una laurea in letteratura e una breve in ingegneria, non manca di sottolineare nelle interviste come le atmosfere della Catastrofe – atomica, climatica… – nascono dall’esperienza stessa di nascere e vivere in Medio Oriente, dove tutto è instabile per definizione e anche la normalità danza da sempre sull’orlo della guerra.
Oltre ad Arthur C. Clarke, un autore seminale nella sua iniziazione letteraria, insieme a Isaac Asimov, Zoha Kazemi cita oggi Philippe K. Dick e Jorge Luis Borges come suoi autentici spiriti guida. A oggi, ha già pubblicato in Iran una dozzina di romanzi, metà dei quali di letteratura speculativa, un paio tradotti anche in inglese benché scarsamente pubblicizzati essendo usciti durante il lockdown. Grazie all’editrice romana Future Fiction, specializzata nel presentare autori della letteratura fantastica dal Sud Globale, vede ora la luce questa traduzione italiana (con testo originale in parsi).
Superstar, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è una riflessione ironica sulle gerarchie che controllano l’industria culturale oggi, del classismo che distingue gli artisti Vip dagli autori condannati all’anonimato come i due protagonisti della storia. L’andamento della fama – da cui dipende anche quello economico delle vendite – è alla base della disuguaglianza sempre più marcata in una società dove si è “famosi per essere famosi”. Una distopia editoriale che anticipa tra le altre cose anche il disagio di una generazione di artisti che oggi si misura con la cannibalizzazione delle competenze, alle quali aveva creduto, nella nuova realtà dell’intelligenza artificiale. Sempre appartenente al genere distopico alla Black Mirror, anche il noir fantascientifico 0% sensi di colpa, ambientato in un futuro dove il tracciamento biologico e l’elaborazione “scientifica” delle emozioni umane, ora pubblicamente visibili alla stregua dei commenti sui social, sono l’unica procedura investigativa riconosciuta dalla polizia, a prescindere da prove più o meno schiaccianti emerse dalla scena del debito. Qualsiasi killer, in pratica, potrà infatti farla franca a patto di non provare nessun senso di colpa.
Intonati a una coloritura sentimentale più drammatica, i restanti tre racconti dell’antologia, sono contestualizzati in altrettanti scenari apocalittici dove anche la morte emerge come ritualizzazione del sociale. Si può scegliere tra un futuro ipercapitalista dove l’aria da respirare va acquistata al pari di qualsiasi altra commodity, obbligando a scegliere tra una nuova bombola o un nuovo paio di scarpe; un futuro post atomico dove, nelle aree ancora abitabili la sovrappopolazione è tornata ad essere un problema, imponendo il sacrificio cerimoniale degli anziani; o, infine, un futuro post pandemico dove tutti i sapiens sono diventati mortalmente allergici al DNA della propria specie, obbligando gli umani a vivere in celle isolate condividendo tra loro una realtà esclusivamente virtuale.
Nel complesso, cinque ottimi racconti di fantascienza, molto lontani da caratterizzazioni cyberpunk più o meno contemporanee, improntati anzi a un certo amore per la classicità che si rivela forse anche nello stile succinto e nello sviluppo conciso e lineare della trama. Un gioco di equilibri il cui bilanciamento nei momenti migliori può ricordare la lucidità geometrica di un Ted Chiang, senza per questo scartare a priori la carta dell’immedesimazione e dell’empatia. Speriamo di poter leggere presto altro di Zoha Kazemi.


